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Viola di mare

Il nome è davvero intrigante, se non fosse il sinonimo di animale marino, pesce dal corpo allungato che, a un certo momento della vita, da maschio si trasforma in femmina per ritornare al sesso originario dopo la riproduzione. “Viola di mare”, questo è il suo nome ed è anche il titolo di un film che fino al 7 dicembre prossimo si girerà in Sicilia, a Favignana, Marsala e Trapani.

La storia è liberamente tratta dal libro di Giacomo Pilati, scrittore, giornalista e documentarista trapanese, dal titolo “Mischia di re”(ed. Mursia, 2004). “Mi trovavo a Favignana otto anni fa proprio per girare un documentario e cercando siti interessanti mi sono imbattuto, in località Cala Rossa, in un ingegnere inglese che aveva acquistato una casa di tufo, proprietà un tempo di un certo Pino”, ci racconta Pilati, e prosegue: “Siamo nella seconda metà dell’‘800, intorno al 1860, al tempo dello sbarco dei Mille di Garibaldi. Mi sono lasciato liberamente ispirare dal racconto dell’ingegnere inglese per scrivere il mio libro il cui protagonista è Pino”.

La storia narra di Pina, donna omosessuale, lesbica che, in una Sicilia di quel tempo, non poteva ostentare la sua diversità. Innamoratasi di Sara, una sua antica compagna di giochi, pur di vivere la vita con lei, si trasforma in uomo, con tanto di sigaretta alla bocca (abitudine consentita solo agli uomini in quegli anni), coppola per finire poi – complice la madre e il curato – col cambiare nome.

Basta dichiarare un piccolo errore di trascrizione all’anagrafe e Pina, dopo 26 anni, diventa in un attimo Pino. Senza scandalo, con la semplicità di una piccolissima comunità, Favignana, e i suoi abitanti che non turbati perché è la realtà che viene travisata, trasformata non le regole di vita, della morale. Pina così, come i suoi concittadini, comincia a credere di non essere mai nata donna ma uomo potendo infine sposare la sua amata Sara e condurre una vita serena, persino benedetta dal Signore.

Anche il potere sarà dalla sua parte perché alla morte del padre, che non si era comunque mai rassegnato alla verità – volendola addirittura vedere sposa all’uomo da lui stesso scelto – prenderà il suo posto e sarà Pino a comandare in quelle cave di tufo, in quelle caverne. Le miniere in cui il lento e faticoso scavare dei “carusi” scandisce l’eterno girare delle lancette sul quadrante della vita, sono l’anima di Pino che ha mortificato per tanto, troppo tempo la sua vera natura.

Sono il padre che ha nascosto il “terribile” segreto della figlia e sono la coscienza che non ha potuto vedere la luce a causa della paura del diverso, della realtà umana che si trasforma senza regole, in virtù di un sentimento che comunque si chiama amore. Poiché non è permesso essere ambigui, non è permesso essere lesbiche, l’unica via d’uscita è l’apparire. Cancellare il proprio passato e rinascere, questa volta uomo, a legittimare uno stile di vita, un modo di essere.

Cancellare Pina che così non è mai esistita. Ma come si può affrontare – non dimentichiamo che la vicenda si svolge nel 1860 – questa situazione a Favignana? Come vivere da donna prima, da uomo poi, sposarsi, condurre una vita uguale a quella di tutti gli altri come se non ci fosse stato mai nulla, di anomalo, di strano, di diverso in un ambiente isolano, di un’isola nell’isola, come quello? È Giacomo Pilati a risolvere questi interrogativi e la risposta è semplice, è naturale: “Quella di Pina e Sara è solo una storia d’amore fra due esseri umani; un amore che non guarda alle differenze sessuali ed è ambientato idealmente in una qualunque isola di un qualunque sud del mondo”.

Non poteva una storia così intrigante non diventare un soggetto cinematografico, tanto più che la Sicilia è da sempre un “set” a cielo aperto e da poco tempo ha anche i suoi “studios”.

Fermamente voluto da Pina Mandolfo che ne ha curato la sceneggiatura insieme all’autore del libro, con la regia di Donatella Maiorca e la scenografia di Beatrice Scarpato; prodotto da Giulio Violati, Giovanna Emidi, Silvia Natili e Rosanna Thau per conto della IDF (Italian Dream Factory) casa cinematografica siglata Maria Grazia Cucinotta con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e distribuito dalla Medusa Film Spa, Viola di Mare ha tra i suoi interpreti Valeria Solarino (nel ruolo di Angelo/Angela-Pino­/Pina); Isabella Ragonese (nel ruolo di Sara); Ennio Fantastichino (nel ruolo di Salvatore) che sono i protagonisti; il ruolo di Agnese, una suora, sarà interpretato dalla stessa Maria Grazia Cucinotta.

L’isola di Favignana, fantastico oltre che reale luogo di ambientazione, è la maggiore delle isole dell’arcipelago delle Egadi, di fronte Trapani; ha forma di ali di farfalla e fu chiamata Aegades, dal greco “isola delle capre”, (poi Egusa e ancora Capraia) perché si riteneva fosse abitata da questi quadrupedi selvatici, come riferisce Omero nel libro IX° dell’Odissea. La sua storia si fa risalire al paleolitico (10.000 a.C.) per la presenza di evidenti tracce nelle grotte del Faraglione e del Pozzo.

Vi abitarono nel corso dei secoli (VIII° a.C.) i Fenici e il mare circostante fu la piazza d’armi in cui si scontrarono nelle guerre puniche Cartaginesi e Romani, consacrando la vittoria del popolo dei Gracchi. Caduto l’Impero romano, molti i popoli barbari che invasero l’arcipelago (440 a.C.) sino ai Saraceni che vi costruirono le prime torri d’avvistamento, trasformate poi da Ruggero II, re dei Normanni, in fortezze.

Agli Angioini seguirono gli Aragonesi e poi i genovesi per arrivare a Camillo Pallavicini che ne incrementò l’agricoltura e la pesca. Ma è nel 1874 che l’isola visse il maggiore splendore, quando Ignazio Florio acquistò l’arcipelago per la cifra di 3.000.000 e vi impiantò il più grande e importante stabilimento per la lavorazione del pesce, in Europa, e accrebbe l’attività della mattanza: la pesca del tonno. Il nome di Favignana deriva da Favonio, vento caldo proveniente da ovest che sferza costantemente l’isola.

Lunghe spiagge di sabbia finissima bianca e rosata si alternano a calette e scogli accarezzati e battuti dalle onde di un mare limpidissimo, trasparente, cristallino che consente di vedere, anche dalla banchina del porto, un’infinità di coloratissimi pesci. L’isola ospita ancora lo stabilimento Florio, straordinario esempio di architettura industriale dove fino a pochi anni fa avveniva la lavorazione e l’inscatolamento del tonno e la Camparla, simbolo della Tonnara, costituito dalle antiche case-deposito dei pescatori.

La mattanza, obsoleta e crudele “caccia al tonno” (tonno = toro di mare), lotta eterna tra l’uomo e l’animale, un tempo vero sistema di sopravvivenza per i pescatori isolani, oggi proibita come tecnica di pesca, viene rappresentata in primavera come atto tradizionale, folcloristico per ricordare un modo di vivere in un certo senso primitivo, dove le regole le dettava soltanto l’uomo e dove l’animale era asservito alle necessità dell’individuo.

La famiglia Florio costruì sull’isola – firmò il progetto nel 1876 l’architetto Giuseppe Damiani Almeyda – un palazzo che abitava nel periodo della pesca del tonno, simbolo della loro potenza e ricchezza. Ma poiché “panta rei”, tutto passa per dirla con i greci, anche la gloria dei Florio ebbe fine e ad essi subentrò la famiglia Parodi.

Il favonio, il vento che frusta la “farfalla”, scivola sulle acque limpide del suo mare, dipingendo cirri d’onde e di nuvole e sospendono in una dimensione quasi onirica la vita di coloro che, fortunati, abitano i suoi luoghi, noncuranti di storie di un tempo che fu, di ieri, di oggi. Qualche volta, tra le cave di tufo, si può sentire ancora la voce di due innamorati che il vento, per trastullo, unisce in un’unica, melodiosa, naturale assonanza.

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