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Una spiga per Gangi

Spalmata sulla morbida cresta del Monte Marone, si insinua - complici le fresche correnti d’aria tra gli stretti vicoli medievali su cui insistono i muri delle case in pietra grezza – l’atmosfera onirica di una delle più belle cittadine siciliane delle Madonie: Gangi. L’antica Engyum, fondata dai coloni greci provenienti da Minoa, fu ricostruita nel 1300 dopo che era stata distrutta durante la guerra del Vespro del 1299.

Fino dal XIII° secolo appartenuta alla Contea di Geraci, sotto la signoria della famiglia Ventimiglia, in un secondo tempo nel 1625 passò, con il suo castello, sotto il dominio dei Graffeo - per volontà del re di Spagna Filippo IV - che nel 1629 acquistarono il titolo di principi di Gangi e marchesi di Regiovanni. Durante il XIV° e il XV° secolo la cittadina vide fiorire diversi ordini religiosi che promossero e divulgarono una maggiore istruzione e formazione tra i giovani.

Nel 1700 sorsero numerose Accademie di letterati e i palazzi che i Bongiorno, gli Sgadari e i Mocciaro – che sono tra le famiglie più importanti di Gangi – fecero costruire nel 1800, non sono che la rappresentazione – anche dal punto di vista architettonico - di una rinascita a 360 gradi e di una riaffermazione di erudizione nel territorio, nonché rappresentazione dell’ultima nobiltà terriera inserita nel tessuto urbano.

Il 1° gennaio 1926, a coronare con uno spasimo di accelerazione la giusta ambizione culturale e legale della città, Cesare Mori, prefetto celebre per la sua severità, pose fine agli atti di brigantaggio e a quelli di matrice mafiosa che disturbavano la natura quieta dei gangitani, arrestando esponenti malavitosi che appartenevano anche a famiglie di signorotti locali.

A Mori fu meritatamente posto il triste soprannome di “prefetto di ferro” perché non esitò a usare come ostaggi donne e bambini per catturare i malviventi che gravitavano in quel territorio e non soltanto. Uno dei luoghi più suggestivi di questo spettacolare angolo della catena montuosa delle Madonie è “Gangivecchio”, antica abbazia benedettina costruita nel 1366, divenuta poi masseria agricola, oggi abitazione privata trasformata in azienda agrituristica, in prossimità della quale sono state rinvenute tracce di insediamenti dell’età tardo-imperiale e medievale. Questo è, forse, il suo sito originario.

Nella Chiesa Madrice del XVIII° secolo si trova, tra le altre pregevoli opere d’arte, una gigantesca tela che ricopre tutto il lato sinistro del presbiterio, che rappresenta il Giudizio Universale(1629) ed è attribuita a Giuseppe Salerno, uno dei due grandi e famosi pittori soprannominati – e non a caso – zoppi di Gangi, che ha per modello quello della Cappella Sistina a Roma del Michelangelo.

La figura del Cristo Giudice in piedi con la Madonna e San Giovanni inginocchiati al suo cospetto; la pelle di San Bartolomeo il cui volto raffigura l’autoritratto dell’artista; Caronte, nocchiero del demonio, gli apostoli, i santi, 13 fanciulli che rappresentano i martiri innocenti, ai cui piedi si trova il libro della vita; alcuni esponenti di alte cariche ecclesiastiche, ma non un prete, perché commissionario dell’opera, sono senz’altro ispirate all’affresco del Buonarroti.

Nell’austerità del suo paesaggio, nella maestosità delle sue architetture medievali, tuttavia Gangi rimane un centro fortemente legato alle sue radici contadine, rurali e la leggenda di Cerere, dea delle messi di greca memoria, non disdegna l’annuale rievocazione in un misto di cristianità e mito. Così nelle prime due domeniche di agosto viene celebrata la “Sagra della Spiga”, divisa in più sezioni.

Nella prima parte, che viene chiamata “festa dei burgisi”, si ricorda l’ascesa e la conseguente libertà conquistata dai contadini che riuscirono ad affrancarsi dalla dipendenza ai signorotti, con l’acquisto della terra, divenendo quindi parte della “borghesia”; nella seconda, l’ossequio cristiano, il ringraziamento al Creatore che, assicurando la ciclicità delle stagioni e il loro perpetuarsi in un tempo infinito, consente la crescita e la raccolta delle messi, garanzia di sussistenza, abbondanza e sopravvivenza.

Sono sei gigantesche forme di pane che vengono portate in processione, simbolo insieme di prodotto della terra e lavoro dell’uomo, da giovani in costumi tradizionali, che aprono i festeggiamenti. La Sagra della Spiga, manifestazione propriamente folcloristica, nella seconda parte delle celebrazioni, è composta da vari momenti in cui si alternano alcune rappresentazioni di tradizioni popolari quali “u corteo du zitu” (il corteo del fidanzato) in cui figure d’epoca e in costume sfilano a cavallo per le vie del paese per rievocare l’usanza della visita che la famiglia del fidanzato faceva a quella della promessa sposa per la richiesta ufficiale della sua mano, o “’a manciata di novi cosi” (la mangiata di cose nuove) in cui viene distribuito, a chi ne facesse richiesta, un misto di legumi cotti.

Il Corteo di Cerere è il momento più spettacolare della manifestazione che rievoca figure mitologiche: Demetra che nell’antica Grecia rappresentava la madre del grano; la Dea dell’abbondanza che è rappresentata come una Ninfa con sulla testa una ghirlanda di fiori e recante nella mano destra la Cornucopia (corno dell’abbondanza) e nella mano sinistra un fascio di spighe.

Fa parte di questa sezione mitologica anche il corteo composto da Diana, dea della caccia, dei monti e dei boschi; Bacco (Dioniso), dio del vino, della viticoltura e della frutta in genere che rappresenta la gioia di vivere. Il suo nome deriva dal verbo ebraico “baccah”, emettere strepiti, cosa che accadeva regolarmente durante le sue orge da avvinazzati.

Non manca al corteo Pan, il Dio campestre con sembianze di capra il cui mito era molto venerato nell’entroterra siculo tra il III° e il I° secolo a.C.; c’è pure la Ninfa Proserpina, figlia di Cerere, rapita da Vulcano che ne era follemente innamorato e liberata per intercessione di Giove, padre degli dei, con il patto di lasciarla andare per tre quarti dell’anno e di tenerla per sé il rimanente periodo. Altrimenti, la madre Cerere, affranta dal dolore, non avrebbe più generato messi.

La gioia delle celebrazioni si chiude al sibilo del vento che, data la stagione ormai inoltrata, non avanza strisciando e scomponendo le bionde spighe del grano ormai falciato, bensì accarezzando una ricomposta città forte delle sue tradizioni e maestosa nella sua teoria di medievali case di pietra bianca riversate sul dolce declivio della cima del madonita Monte Marone.

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