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Una citta' di frontiera

La stele votiva della “Madonna della lettera” accoglie i turisti che arrivano a Messina dal mare.
“Vos et ipsam civitatem benedicimus” (Benedico voi e la vostra città), è scritto alla base di questo singolare simulacro votivo di Maria che vuole ricordare, a perenne memoria, un atto di fede dei cristiani della città dello stretto.

Quando nel 41 d.c. San Paolo approdò a Messina durante il suo viaggio verso Roma per diffondere la Buona Novella, alcuni fedeli, convertiti, vollero recarsi a Gerusalemme per incontrare la Madonna e chiedere la sua benedizione.

L’anno seguente tornarono con un plico, avvolto da una ciocca di capelli di Maria, il cui testo, secondo la tradizione, scritto di pugno dalla madre di Gesù, così recitava:
“Maria Vergine, figlia di Gioachino, umilissima serva di Dio, madre di Gesù Crocifisso, della tribù di Giuda, della stirpe di Davide, salute a tutti i Messinesi, e benedizione di Dio Padre Onnipotente…..(omissis).

Per qual cosa benediciamo voi e la stessa città della quale Noi vogliamo essere perpetua Protettrice. Da Gerusalemme”.
In uno dei numerosi incendi che devastarono la cattedrale, andò perduto il prezioso documento.

Rimane, tuttavia, un capello come reliquia contenuto in un prezioso ostensorio che viene portato in solenne processione il 3 giugno di ogni anno, insieme al “Vascelluzzo” contenente la pregevole statuetta argentea cesellata da Lio Gangeri nel 1902, raffigurante la Vergine Maria.

I festeggiamenti riprendono il 15 agosto, gemellati con quelli di Palmi (in provincia di Reggio Calabria) per un’antica alleanza con questa cittadina calabrese che vanta la stessa patrona.

Questa volta è un’enorme “Vara”, alta circa 13,50 metri che poggia su scivoli metallici, che viene portata in processione da circa 2.000 fedeli in abito bianco e scalzi.
Oltre alla statua della Madonna la macchina trionfale, costruita nel 1535 in onore dell’imperatore Carlo V in visita alla città peloritana, presenta in numerose figurazioni, alcuni angeli e due grandi sfere rotanti che rappresentano il sole e la luna. In cima, la statua di Cristo, con una mano sorregge Maria.

Il corteo attraversa le strade principali della città.
Nei giorni precedenti la processione della Vara si svolge la festa dei due Giganti: Mata e Grifone e del Cammello. Le due statue equestri dei giganti – lei messinese, lui moro, rappresentano i padroni della città.

In origine – siamo nella metà del X° secolo, le statue di legno cavo all’interno, erano prive delle zampe dei cavalli e venivano portate a spalla per mimare l’andatura equina; negli anni ’50 vengono aggiunte le zampe e sono posti su carrelli muniti di ruote.

Una delle leggende che avvolge i personaggi di Mata e Grifone, vede Hassan Ibn Hammar, saraceno che, volendo conquistare la città di Messina dopo averla sottoposta a continue scorribande, si innamora di Marta, figlia del re. Per porre termine ai continui e sanguinosi assalti compiuti per il rifiuto al matrimonio, il re e Marta acconsentono allo sposalizio a condizione che il saraceno si converta alla fede cattolica. Il miracolo avviene e la trasformazione è radicale al punto che si innamorano profondamente e la loro unione è talmente prolifica che crea la discendenza di tutti i messinesi.

I loro nomi vengono modificati in Mata e in Grifo che, data la mole gigantesca, diventa Grifone.
Il cammello ricorda l’ingresso trionfale che Ruggero d’Altavilla fece, agli inizi della sua conquista della Sicilia, dopo averla sottratta agli Arabi. La tradizione vuole che si presentasse, appunto, a cavallo di un cammello.

Messina vanta un passato di capitale, insieme a Palermo, del Regno di Sicilia durante la dominazione svevo angioino aragonese.
Agli inizi della sua storia (730 a.c. circa), i Greci che la conquistarono la chiamarono Dancle (Zankle) nome siculo che indicava la “falce”, dalla forma singolare del porto naturale su cui si affaccia.

Dopo l’ingresso di profughi provenienti dalla Messenia – regione dell’antica Grecia nel Peloponneso occidentale – agli inizi del V° secolo a.c., il suo nome fu cambiato in Messene; i romani (264 a.c.) lo trasformarono in Messana e dai Bizantini in poi fu chiamata Messina.
Dire Messina è dire Città dello Stretto, ma è anche dire “arancine”(che erroneamente vengono chiamati arancini); sorta di sfere simili ad arance – ma si trovano anche nella tipica forma “a cono” – di riso ripiene di ragù di carne con piselli e zafferano, fritti in olio d’oliva dopo essere stati passati nell’uovo battuto,nella farina e nel pangrattato oppure ripiene di burro, prosciutto e besciamella.

Queste ultime ricordano i supplì (da surprise, sorpresa) che venivano offerti nelle case nobiliari ai giovanissimi rampolli per fare gustare loro il riso che non amavano più di tanto in occasione della tradizionale “fava del re”, cake preparato in occasione dell’Epifania contenente una fava secca, sostituita poi da fava d’oro, d’argento, d’avorio e infine di ceramica. Chi l’avesse trovata sarebbe stato re per un giorno.

Leccornia per palati raffinati da gustare calda, magari sul traghetto, ferry-boat, che dalla penisola italica, da Villa San Giovani, porta a Capo Faro.
Dai piaceri del palato si passa a ricordare che la città fu sede della seconda più antica Università degli studi di Sicilia (1548) e che nel suo quartiere fieristico ogni anno si svolge la grande campionaria Fiera Internazionale – dall’1 al 15 agosto – ed è la più antica del mondo, in quanto fondata il 2 aprile 1296 da Federico II d’Aragona.

Terra di passaggio per turisti e uomini d’affari che si recano nell’isola passando dal suo porto, è stata anche attraversata da due terrificanti terremoti: uno, il primo nel 1783 e il secondo, più recente nel 1908 che fu accompagnato anche da un violento maremoto che distrusse gran parte degli edifici della città e dei suoi più antichi e importanti palazzi nobiliari, monumenti e chiese.

Ma la grinta di città di frontiera, messa a durissima prova da queste due catastrofi naturali e dagli esiti bellici della seconda guerra mondiale, non si spegne. Sempre ricostruita dalle macerie, sempre più consapevole della propria volontà e della propria capacità di risollevarsi da ogni catastrofe.

La città nella sua provincia contiene alcuni tra i luoghi più suggestivi della Sicilia. Ricordiamo Taormina, che con il suo Festival cinematografico fa un po’ il verso al più prestigioso e importantissimo premio d’oltre oceano: l’Oscar, tra l’altro vinto alcuni anni fa da Giuseppe Tornatore, siciliano, di Bagheria (Palermo); meta ambita da molti turisti e luogo incantevole da vivere: l’arcipelago delle isole Eolie (in una delle sue isole, una delle più belle Salina, fu girato “Il Postino” con Maria Grazia Cucinotta (messinese), Massimo Troisi e Philippe Noiret che racconta una parte della vita del poeta cileno Pablo Neruda e le gole dell’Alcantara. Sono un significativo e prestigioso biglietto da visita per chi si affaccia alla Trinacria, preludio di esaltanti meraviglie.

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