Un singolare epitaffio
Se si volesse fare un gioco delle coincidenze centrato sulla figura di Leonardo Sciascia, il grande scrittore, poeta, giornalista – e a lui certo non dispiacerebbe da osservatore e studioso profondo degli uomini e delle cose quale era – alcuni numeri salterebbero immediatamente all’occhio: 1961: Sciascia pubblica “Il giorno della civetta” e viene innalzato il muro nella capitale tedesca. 9 novembre 1989, crolla il muro di Berlino; il 20 seguente lo scrittore racalmutese muore.
21 gennaio 1921: a Livorno nasce il PCI(Partito Comunista Italiano) nelle cui liste molto più tardi Sciascia sarà candidato – da indipendente – alle elezioni comunali di Palermo; 8 gennaio, tredici giorni prima, lo scrittore nasceva e nello stesso anno, il 1921, Luigi Pirandello, uno dei suoi autori preferiti, pubblicava “Sei personaggi in cerca d’autore”. Sarà fondamentale l’opera di Pirandello per Sciascia che ne assorbirà lo spirito osservatore, una certa ironia e una straordinaria “sicilitudine”.
Ma non soltanto allo scrittore empedoclino si ispirerà (se di ispirazione si può mai parlare trattando di Sciascia). Infatti, sino dai tempi dell’Istituto Magistrale IX Maggio che frequentò a Caltanissetta dove la famiglia si trasferì da Racalmuto, sotto la guida di Vitaliano Brancati che lo seguì anche dopo le classi scolastiche, fu indirizzato alle letture di autori francesi, mentre, grazie a Giuseppe Granata, giovane insegnante e successivamente senatore nelle fila del partito comunista, conobbe gli illuministi e la letteratura americana. Ma la provincia agrigentina (Racalmuto sua città natale si trova nel suo territorio) si sa, era una terra ricca di miniere e la vita di Leonardo sicuramente odorava di zolfo (il padre era impiegato presso una delle zolfatare locali).
Anche questa è una coincidenza, una delle tante della sua vita. Non è forse anche quella di Pirandello, la vita segnata dalle miniere? Nel bene e nel male: il padre in società con la famiglia di Antonietta Portulano proprietari di miniere, moglie del premio Nobel, visse nel benessere fino al fallimento cui seguì pure la gravissima malattia della nuora e dalla quale la stessa non si riebbe mai più.
Era il 1941 quando il giovane Leonardo, appena conseguito il diploma magistrale – che gli consentirà in seguito (nel 1949) di insegnare alla scuola elementare del suo paese natale anche se con scarso entusiasmo per sua stessa ammissione, si impiega al Consorzio Agrario, a Racalmuto e per sette anni, fino al 1948, la sua vita è a stretto e intenso contatto col mondo contadino locale e con la sua realtà, le sue problematiche, le sue necessità.
Ed è nello stesso 1948 che la sua vita fu segnata pure dal suicidio – mai spiegato – del fratello Giuseppe, direttore di una miniera ad Assoro. L’anno seguente inizia la sua avventura di insegnante che si concluderà nel 1956 quando viene distaccato presso un ufficio scolastico di Caltanissetta. Nello stesso anno pubblica “Le Parrocchie di Regalpietra”, sintesi autobiografica dell’esperienza di maestro elementare. Intanto nel 1953 aveva vinto il “Premio Pirandello” assegnato dalla Regione Siciliana per il suo saggio “Pirandello e il pirandellismo”, sottolineatura, non ultima, del suo amore per lo scrittore di Porto Empedocle.
E’ di questi ultimi giorni la notizia del ritrovamento di alcuni versi inediti di Leonardo Sciascia dedicati a Pier Paolo Pasolini, dal titolo “Due cartoline dal mio paese”. Nella ricorrenza del ventennale della sua morte, questa scoperta ha anch’essa il sapore di una coincidenza, così come quella della morte avvenuta il primo novembre scorso della più grande poetessa italiana e contemporanea, Alda Merini.
Fu Pasolini, col quale Sciascia ebbe una fitta corrispondenza per circa un decennio negli anni cinquanta, a segnalare per primo sulla rivista “La libertà d’Italia” del 1951, “Favole della dittatura”, libro esordio nel mondo letterario per lo scrittore siciliano. “…abbiamo pensato le stesse cose, detto le stesse cose, sofferto e pagato per le stesse cose. Eppure non siamo riusciti a parlarci”.
E’ su “Nero su nero” (del 1979) che scrive queste parole col rammarico di chi, pur addossandosene la colpa, non riesce a trovare la corda tesa a raggiungere un dialogo anche se gli obiettivi, i pensieri, sono identici. Nel 1981 Sciascia in proposito scriverà: “Ho voluto molto bene a Pasolini. Dicevamo quasi le stesse cose, ma io più sommessamente. Da quando non c’è più lui mi sono accorto, mi accorgo, di parlare più forte”. Sono davvero numerosi gli scritti di Sciascia.
La sua corrispondenza con letterati, uomini politici, personalità del mondo culturale e tutte le sue pubblicazioni, anche le opere teatrali, le interviste rilasciate, gli articoli firmati su importanti giornali e quotidiani italiani si trovano tutti insieme ad altre donazioni tra cui duecento ritratti di scrittori, la sua collezione privata di acqueforti, acquetinte, oli, grafiche e duemila volumi della sua biblioteca, presso la Fondazione intitolata a suo nome, costituita dal Comune di Racalmuto e dagli eredi dello scrittore ed è ospitata presso una vecchia centrale Enel (Ente nazionale per l’energia elettrica) in disuso e ristrutturata.
A lui è stato dedicato anche un asteroide: 12380 Sciascia. E’ sepolto nel cimitero della sua città natale, all’ingresso, e sulla lapide bianca si legge: ” Ce ne ricorderemo di questo pianeta”. A proposito del suo epitaffio, c’è un manoscritto conservato dai suoi familiari dove si legge: “Ho deciso di farmi scrivere sulla tomba qualcosa di meno personale e di più ameno, e precisamente questa frase di Villiers de l’Isle-Adam: “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”. E così partecipo alla scommessa di Pascal e avverto che una certa attenzione questa terra, questa vita, la meritano”.
E’ strano che un uomo, un intellettuale che non voleva essere chiamato maestro (lo accettava solo in riferimento alla sua breve condizione di insegnante elementare) che ha scritto moltissimo e amava farlo, abbia preso in prestito parole non sue da fare scrivere sulla propria lapide?! C’è da pensare, forse, che sia stato pudore? Una terra fertile di idee ma povera d’acqua, ricca di miniere ma ossessionata dal pungente odore di zolfo che brucia la gola, ha generato tanta creatività, tanti artisti e non soltanto, tra gli ultimi in ordine di tempo, Leonardo Sciascia o Luigi Pirandello – che già basterebbero a farne un baluardo della cultura non soltanto agrigentina, non soltanto siciliana, non soltanto italiana ma mondiale, ma sono figli suoi Andrea Camilleri (l’ultima sua pubblicazione in occasione del ventennale della morte, “Un onorevole siciliano.
Le interpellanze parlamentari di Sciascia” ne ripercorre la vita politica)anch’egli inarrestabile scrittore; ma andando indietro nel tempo risaliamo al 492 per trovarvi Empedocle di Agrigento, filosofo, profeta, taumaturgo e medico, fondatore della scuola medica siciliana, allievo di Pitagora, poeta e fisico entrato nella leggenda e del quale si narrava che morì cadendo dentro il cratere dell’Etna.
Il vulcano, accreditando le voci di “magia” che circolavano sul suo conto e accrescendone il mito, si racconta che restituì i suoi calzari. Nel campo delle arti figurative Pietro D’Asaro, racalmutese di cui si trovano opere in alcune chiese della cittadina agrigentina.
Anche l’ex Arcivescovo di Palermo, Cardinale Salvatore Pappalardo, nato a Villafranca Sicula, oltre che per il suo mandato pastorale, rimasto famoso per le accuse rivolte ai killer di mafia in occasione delle stragi ai danni dei giudici Falcone e Borsellino e delle loro scorte, appartiene alla stirpe di siciliani illustri, così come Giovanni Giambecchina di Sambuca di Sicilia, pittore incisivo del mondo contadino isolano e la cantante folk Rosa Balistreri di Licata, voce tormentata di una profonda e povera provincia siciliana.
Non possiamo non citare lo statista Francesco Crispi, “apripista” di Giuseppe Garibaldi, presidente del Consiglio, nato a Ribera ma forse non sempre memore dei bisogni della sua terra.
Di Leonardo Sciascia, per non dimenticarlo nella ricorrenza del ventesimo anno della sua morte avvenuta il 20 novembre 1989, ci piace ricordare la sua immagine, più volte osservata all’interno di una galleria d’arte di Palermo, Arte al Borgo, dove il grande scrittore negli ultimi anni della sua vita, gli ultimi in assoluto, circondato da intellettuali, artisti, studenti, sprofondato su una poltrona si lasciava avvolgere da spirali di fumo della sua immancabile sigaretta, continuazione del suo pensiero, compagna indissolubile delle sue giornate, creatrice di immaginifici e a un tempo reali fantasmi della sua scrittura.