Un presepe per la notte di Natale
Tutto in una notte. E il miracolo della Cristianità si compie, ancora una volta, tra gli uomini. Nasce Gesù, nasce l’uomo, nasce Dio. E dal 350 d.c. la chiesa d’Occidente lo ha sempre celebrato. Così ad Agira, cittadina in provincia di Enna, tutto e soltanto in una notte, la magica notte di Natale si trasforma in una rappresentazione fatta di uomini, donne, bambini, animali, zampognari che interpretano il sacro, restituendo l’unica, la vera dignità alla festa cristiana del 25 dicembre.
Colonna sonora del misterioso e tanto atteso evento sono i canti di Natale, le nenie, affidate al suono delle cornamuse, cassa armonica fatta con pelli di animali, le pecore, che poi Gesù, da adulto, sceglierà a suo simbolo, a simbolo di purezza e di ingenuità – lui il pastore – per rappresentarsi in molte icone religiose. Saranno anche, le pecore, simbolo della sua resurrezione.
E allora è tutto un rincorrersi di presepi statici, meccanici, viventi…, artistici, nei più svariati materiali da quelli umili a quelli preziosi: di cartapesta, di pietra, di corallo, di cera e stracci.
Tutti hanno in comune, sembra, un solo desiderio oltre a quello di celebrare la Natività ed è forte ed è quello di restituire dignità all’uomo, agli antichi mestieri, ad antiche abitudini, a ritmi più lenti, e la rappresentazione “viva” più che vivente del presepe, sembra significare il “lasciapassare” per sdoganare ciò che di antico ha ancora posto nel cuore degli uomini che solo nella rappresentazione teatrale del Natale riescono a liberarsi da sovrastrutture sociali per ritrovare una identità sotto l’alibi della religiosità.
Una attualità, dunque, quella del presepe che sfidando millenni di storia e di progresso, si ripresenta e si rappresenta ogni anno con rinnovato vigore. Rieducazione anche al dialetto che si fa lingua e non soltanto degli affetti come è la sua collocazione naturale ma modello espressivo calato tout court nel linguaggio quotidiano, specifico di ogni mestiere e della comunità che di per sé rappresenta.
Si potrebbe dire che al di là della “natività” il presepe rappresenta l’unità familiare e non soltanto per la sua icona della Sacra Famiglia, ma per la costruzione di un progetto e la quotidianità dell’individuo, della società, che si realizza col perpetuarsi di umili, quotidiani gesti, rischiando però così di relegarlo in una dimensione di semplice umiltà e povertà corrispondenti sì alla parola di Cristo, ma contraddittoria col mondo attuale.
Comunque preferiamo un romantico e sincero tuffo nel passato – confortati dalle comodità del presente- che ci rappresenti, a memoria, per quello che eravamo e che purtroppo ancora – non dimentichiamo- rappresenta l’unica realtà in alcune parti del mondo che riteniamo (fatale errore) lontano da noi.
Ma c’è anche un altro presepe, un’altra atmosfera se pur molto simile ma in un contesto particolare. Un treno che non cammina più, che ha fermato il tempo, cristallizandolo in un binario morto, in una terra dove l’odore di zolfo è ancora dentro le narici di tante generazioni, dei tanti che pur tornati, avevano lasciato la loro terra, ritrovandola per alcuni versi ancora impregnata dello stesso lezzo che sa di fatica, di sudore e troppo spesso di sconfitta.
Ottima e rappresentativa – forse più di altre – location, simbolo di una vita umile, fatta di stenti e di duro lavoro, che ben si addice alla festività del Natale, lontana da un consumismo prevaricatore. E’ questo il presepe perenne allestito in uno dei carri del treno-museo di Villa Rosa, in sosta su un binario morto della piccola stazione della cittadina della provincia ennese dove il capostazione Primo David ha allestito pure un originalissimo museo con oggetti della vita contadina e mineraria del territorio, di grande interesse etno- antropologico.
Il plastico è la fedele riproduzione del paesaggio circostante con le miniere e la desolazione della siccità dell’entroterra siculo fino agli anni ‘60/’70, ambientazione quanto mai radicata nel territorio ed espressione di vera sofferenza. Realizzato interamente a mano, in pietra lavorata ed esatta rappresentazione dei luoghi circostanti, ha visto la luce in tre mesi costanti di lavoro eseguiti con estrema passione dall’artista ennese Antonio Cannizzo.
Non mancano le cascate d’acqua, la musica, le case dei contadini, il tappeto dell’olio, il palmento, il forno per il pane, l’abbeveratoio, ecc… Uno spaccato di vita di un territorio tormentato che ha atteso il ritorno di quegli emigranti – circa diecimila – che hanno abbandonato la dura realtà delle campagne, ma soprattutto delle miniere, di coloro che ce l’hanno fatta, di coloro che sono stati sconfitti.
Cristallizzato è l’idillio dell’immagine, della rappresentazione che, in quanto tale, non fa male ma fa soltanto sognare o forse sperare in una vita più vissuta, più alla portata di tutti, in cui i buoni sentimenti hanno il sopravvento sulle prevaricazioni perché tutti sanno di appartenere ad un unico mondo, alla stessa società.
Senza distinzione di razze, di colori e di dignità umana. In questi luoghi viene allora facile ricordare la figura di Luigi Pirandello, siciliano, il grande drammaturgo che visse in prima persona il dramma delle miniere se pur dall’altra parte della fatica umana ma subendone il tracollo e, al seguito di esso, il proprio dissesto – non soltanto economico – ma soprattutto familiare.
Tanto più che il ricordo del riconoscimento della sua grandezza è sottolineato a eterna memoria dall’investitura del premio Nobel conferitogli il 10 dicembre 1934, cioè settantacinque anni or sono e, caso diremmo “pirandelliano”, coincidente, due anni dopo, nel 1936, con la sua morte. E non a caso, ancora, a Palermo nello stesso dieci dicembre di questo 2009, ancora delle coincidenze – la vita ne è maestra - : la prima, la cerimonia del conferimento del Premio Nazionale di Teatro Luigi Pirandello, ripristinato dopo lunga sosta e rinato grazie alla Fondazione Banco di Sicilia, per rendere omaggio proprio al premio Nobel agrigentino.
L’altra la riapertura del restaurato Villino Florio, disegnato dall’architetto Ernesto Basile su incarico della famiglia Florio che “regnò” a Palermo per alcuni decenni a cavallo tra la fine del 1800 e il 1900. Gioiello architettonico, rappresentante del più bel Liberty nel capoluogo siciliano, che vide la presenza della più illustre nobiltà locale e straniera tra cui l’ultimo Zar e la Zarina di Russia.
E ancora, quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di uno degli esponenti della famiglia Florio, Vincenzo, creatore della mitica Targa Florio, corsa automobilistica sul circuito stradale madonita, che fece conosce e apprezzare la Sicilia a tutti gli appassionati dell’allora nascente sport delle quattro ruote. E tutte le ricorrenze in questo mese di dicembre… Ma si può immaginare un Natale senza doni e senza leccornie? In Sicilia no! E allora ricordiamo un po’ i cibi che accompagnano, anzi alcuni precedono la festività religiosa perché si sa, la nostra isola è fortemente legata al concetto di simbiosi sacro- profano.
Allora sarà l’8 dicembre a iniziare con il suo buccellato, dolce a base di farina, fichi secchi, conserva di cedro, mandorle e cannella che nella sua forma circolare delimiterà il territorio della succulenta ingordigia per approdare poco dopo, il 13 dello stesso mese, alla festa in onore di Santa Lucia. Arancine di riso ripiene di carne o al prosciutto e mozzarella o quelle dolci, al cioccolato.
Oppure si preparerà il risotto con fagioli e castagne secche(cruzziteddi)? Saranno ancora sformati di patate e gateau ad arricchire la tavola che vorrebbe essere “povera”, senza pane, in onore alla Santa. Ma come potere rinunciare alla cuccia? Frumento ammollato e cotto nel vino o addolcito con crema di latte o di cacao oppure, alla palermitana, affogata in una crema a base di ricotta setacciata con lo zucchero, praline di cioccolato fondente e zuccata la stessa dei cannoli e della cassata siciliana.
Insomma, per arrivare a Natale è tutto un percorso in salita, tra una caloria e l’altra, tra un dolce e l’altro per terminare la notte del 24 e il giorno del 25 con il tacchino ripieno e con il signore dei dolci natalizi: sua maestà il panettone che i siciliani, non contenti delle loro tradizioni, negli ’50 lo hanno fatto proprio imitandone alla perfezione la ricetta e assicurando ai palati più esigenti un gusto che ha del religioso, che vuole ringraziare e ingraziarsi Gesù anche in maniera “dolce”.