Un caffe' da museo
Se al Museo del Caffé Morettino, a Palermo, cercate un indovino che scruti il vostro destino attraverso la lettura dei fondi di caffé, ebbene vi sbagliate. Qui non si fanno vaticini: qui si fa mostra della più antica, tecnologica, romantica e culturale storia della bevanda tra le più amate e consumate al mondo.
Amicizia, amore, questi i simboli racchiusi nel fantastico aroma di una tazzina fumante. Quanti affari, quante discussioni, quante pause hanno segnato la storia del chicco più famoso in tutti i continenti. Grandi artisti hanno immortalato i luoghi di incontro e di consumazione della “bevanda cristiana” come la battezzò Papa Clemente VIII, opponendosi alla tesi di “bevanda del diavolo”, così definita da alcuni sacerdoti in quanto prediletta dai musulmani perché in opposizione al vino che oscurava le menti.
Il “Caffé Greco” di Roma, firmato Renato Guttuso, uno dei più illustri pittori del ‘900, è uno dei quadri più conosciuti dell’artista nato a Bagheria in provincia di Palermo e che ha travalicato tutti i confini dando uno spaccato della vita salottiera romana. E i caffé storici come quello immortalato sulla tela dell’artista siciliano o il “Pedrocchi” di Padova o il “San Carlo” di Torino, hanno sottolineato ben più di un secolo di vita italiana, ben più di un secolo di costumi, di complicità, di amori a triste o lieto fine, di affari conclusi, di rapporti interrotti, ripresi, sperati.
Queste caffetterie sono state spesso legate a nomi famosi di grandi scrittori, filosofi, pittori, politici, musicisti, letterati, giocando spesso un ruolo importante nella loro vita e a volte anche nelle sorti dei loro paesi.
A Palermo, il bar-caffé Mazzara è stato la culla del celeberrimo libro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo” che purtroppo vide soltanto riempirsi le pagine di uno dei più bei racconti di una Sicilia a cavallo di due generazioni, di due periodi storici, ma che non regalò neanche una zolletta di quel dolce successo che ebbe il romanzo pubblicato appena poco tempo dopo la morte del suo autore.
Fu un palermitano, Francesco Procopio Cutò, che aprì il primo Café a Parigi, in quella che oggi si chiama Rue de l’Ancienne Comédie (all’inizio Rue Des Fossés Saint-Germain, poi Rue de la Comédie), nel 1686. Nato il 9 febbraio 1651 e battezzato il giorno seguente nella Chiesa di Sant’Ippolito nel quartiere “Capo” di Palermo (vi si trova il certificato di battesimo) - figlio di Onofrio e di Domenica Semarqua, nipote di Francesco - era destinato a fare anche lui il pescatore come il padre e il nonno.
Procopio riuscì a perfezionare una macchina per fare il gelato di invenzione del padre di suo padre Francesco col quale si recava spesso sull’Etna per raccogliere la neve e sperimentare nuove leccornie. Emigrò a Parigi e trasformò il suo cognome in “de Couteaux” (si pronuncia cutò, proprio come il suo cognome d’origine ma che, tradotto dal francese, significa “dei Coltelli”).
Nel 1685, dopo 10 anni di matrimonio, il primo di tre (il secondo nel 1696 e l’ultimo da vecchio) dal quale ebbe otto figli (quattro dal secondo e uno dal terzo), ottenne la cittadinanza francese. Dopo aver lavorato come garzone presso un Café, aprì un suo locale e infine da un armeno rilevò un’altra caffetteria, quella che divenne storica - era il 1686 - chiamandola “Le Procope”, dal suo nome francesizzato e lasciandola in eredità all’Europa intera e ai ricordi in essa collezionati.
Sulle sedie, ai tavolini, davanti a tazzine fumanti di prezioso liquido scuro, “la musa nera” come qualcuno lo definì, hanno soggiornato personaggi che hanno ridisegnato la storia, le mappe geografiche, i diritti umani, l’arte, la letteratura, la politica mondiale.
Favoriti anche dalla vicinanza con la “Comédie Française”, gli intellettuali vi sostavano spesso e lì trovavano sempre i giornali, pochi, dell’epoca, carta e inchiostro. Diderot e D’Alambert, autori della famosa Enciclopedia presero spunto proprio da Procopio per inserire tra le “voci” della loro opera quella dedicata al gelato, in cui il “dei Coltelli” era un vero maestro.
Non mancarono di frequentare il locale i rivoluzionari Danton, Robespierre, Marat; Napoleone Bonaparte; il matematico George-Louis Leclerc; gli scrittori La Fontaine, Voltaire, Jean-Baptiste Rousseau, Alfred de Musset, Honoré de Balzac, Victor Hugo, Oscar Wilde, Gorge Sand, Paul Verlaine e Anatole France. Una leggenda vuole che Benjamin Franklin abbia compilato la Costituzione degli Stati Uniti seduto ai tavoli del bistrot.
Quando alla fine del XVIII Secolo il locale fu ribattezzato “Zoppi” dal nome del nuovo gestore, fu frequentato da patrioti e uomini di cultura. Forse da lì partì l’ordine di attaccare “Le Tuilleries”(1792). A memoria di quell’evento, ancora oggi, sulle porte delle toilettes del ristorante (non è più solo caffetteria) Le Procope non è indicato uomini-donne, bensì Citoyens e Citoyennes (cittadini e cittadine) come usava chiamarsi negli anni della Rivoluzione Francese. Per la cronaca, Francesco Procopio Cutò morì a Parigi il 10 febbraio 1727.
Intanto, nel 1683, tre anni prima dell’apertura del locale del palermitano emigrato a Parigi, il polacco Kolschitzky, avendo vissuto a lungo in Turchia, quando gli Ottomani furono cacciati da Vienna, si fece consegnare i loro sacchi pieni di strani chicchi scuri che nessuno conosceva e sapeva utilizzare, aprendo immediatamente una caffetteria in cui serviva ai Viennesi una bevanda nera e amara che fu apprezzata soltanto dopo che cominciò a servirla mescolata con miele e latte, molto simile nel gusto all’odierno “cappuccino”.
Questo locale, il primo a segnare il successo del caffé in occidente, fu chiamato “Bottiglia blu”. In Italia il primo “caffé” sorse a Venezia intorno al 1570 ad opera del botanico e medico Prospero Alpino che, importatolo dall’Oriente, lo prescriveva addirittura come medicina per le sue qualità stimolanti e digestive. Il “Caffè Florian”, ancora oggi sotto i portici di Piazza San Marco, a Venezia, vanta il primato di prima caffetteria d’Europa e della stampa del primo documento pubblicitario personalizzato, finalizzato alla divulgazione e all’esaltazione delle proprietà benefiche di questa bevanda orientale.
Il Museo del Caffé Morettino, inaugurato nel settembre 2008 a Palermo, raccoglie insieme alla storia di questo elisir, 600 pezzi d’antiquariato legati al caffè. Trecento anni e quaranta paesi sono rappresentati lungo i corridoi attraversati insieme da teche ricche di “pezzi” unici e dall’aroma sempre presente che oltrepassa i muri dello stabilimento adiacente.
Nel 1950 Angelo Morettino fonda la sua attività, dal 2000 passata ai suoi tre figli Arturo, Alberto e Alessandro, ma è negli ultimi anni che prende corpo in lui l’amore per la collezione e per il processo che dal chicco arriva alla tazzina. E allora a Parigi recupera cimeli di “Le Procope”, restituendo la sua palermitanità al Cutò. Nell’esposizione museale non mancano i tostacaffé con manico lungo o quelli di forma sferica.
Chi non ha avuto in casa un macinino come quello delle nonne? Dietro le vetrine si possono ammirare le prime caffettiere a colonna dei primi del ‘900 e i macinacaffè realizzati dai soldati della prima guerra mondiale con i porta-munizioni. Ancora fanno mostra di sé tostacaffè del ‘700 e dell’800 a padella, cilindrici, tondi.
Uno dei pezzi sicuramente tra i più pregiati è la caffettiera-locomotiva di Toselli, in monoblocco di porcellana bianca, decorata a fiorellini, che fa ricordare la forza del caffè e la quantità di produzione tanto che in Brasile si alimentavano i treni a vapore proprio con il caffè. Non mancano le macchine per l’espresso dei primi del ‘900.
C’è pure la caffettiera-sveglia per non farsi mancare, al fatidico trillo, il “buon giorno” con la bevanda appena fumante e interessantissimi alambicchi di vetro che illudevano il consumatore di ottenere un prezioso distillato. Ovviamente, è presente una collezione della classica “Moka” che ci ha regalato - e continua ancora oggi - anni e anni di ottimo liquido.
Ciò che preferiamo ricordare alla fine di questo viaggio nel tempo, attraverso le rotte del caffè, tra un sorso e un sorriso è il rumore della “napoletana” che col suo lentissimo rituale, segnava e scandiva insieme alla pendola del salotto di casa, la vita sociale delle famiglie di un tempo in cui il rumore del ribollire dell’acqua al suo interno e il fumo che fuoriusciva, appena capovolta, dal beccuccio, per catapultare in paesi lontani, in mondi sconosciuti, la fantasia di chi trasformava in locomotiva la caffettiera per viaggiare insieme a lei sui binari della propria vita, dei propri sogni.