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Tutte le spine del cardo

Il cardo è una pianta ricca di spine ma, tolte quelle e cucinato, ha un gustoso sapore amarognolo. La fortezza borbonica dell’Ucciardone, a Palermo, porta questo nome perché deriva dal siciliano “u ciarduni” a sua volta derivato dal francese “chardon” il cui significato è appunto cardo. E sul terreno di una precedente e abbondante coltivazione di questa pianta erbacea sorse quella che poi sarebbe diventata l’ahimé triste casa circondariale di Palermo: il carcere.

Conosciuto in tutto il mondo, l’edificio in sé bello e imponente si trova in prossimità del porto – ironicamente vicino ma altrettanto lontano da qualsiasi idea di libertà, di spazialità, di avventura. Fu progettato dall’architetto Nicolò Puglia ai primi dell’ ‘800 per essere poi riadattato da Emmanuele Palazzotto, anch’egli architetto. L’Ucciardone divenne carcere nel 1842, quando cioè vi furono trasferiti i detenuti che si trovavano rinchiusi nella storica prigione della Vicaria, che in seguito alle trasformazioni operate dallo stesso Palazzotto, divenne il Palazzo delle Reali Finanze. La storia della Sicilia, della Palermo e della sua provincia non esisterebbero – forse – se non ci fosse l’Ucciardone definito dagli stessi mafiosi che da tempo ormai immemorabile ne hanno riempito parecchie celle(prima di passare al Pagliarelli), “Grand Hotel dell’Ucciardone”.

Ma a cosa si deve questo soprannome? In alcune delle sue accezioni linguistiche, o meglio in alcuni sinonimi (come recita il vocabolario Giuseppe Pittano) del suo aggettivo derivato, carcerato, prende il significato di prigioniero, recluso, segregato, ecc… Non è stato proprio così per molti anni e in tempi fortunatamente passati ma non poi lontanissimi. I detenuti di mafia, infatti, portavano fuori la loro voce, i loro ordini, le loro decisioni attraverso i loro avvocati, compiacenti e certamente coinvolti nel loro malaffare.

Col tempo e con alcune restrizioni carcerarie si sono serviti di “pizzini”(bigliettini), messi furtivamente nelle tasche di parenti in visita o addirittura scambiandosi anche i “visitatori” data la promiscuità in cui avvenivano i colloqui con mogli, figli, madri. Quando non disponevano o non volevano usare questi mezzi, i boss si esprimevano a gesti e la mimica non generava equivoci in chi era ben allenato al linguaggio dei gesti tanto caro e tanto intrinseco nell’animo dei meridionali italiani tutti. Anche le guardie carcerarie non erano scevre da pericoli di corruzione o addirittura di compiacenza e appartenenza.

E i capi, quelli più “ ‘ntisi”(sentiti ma nel senso di avere maggiore autorità) raccontavano, una volta usciti di prigione, che erano stati in “villeggiatura”, perché era quasi motivo di orgoglio la loro permanenza in carcere, in quel carcere. D’altronde, come non sentirsi in vacanza? Non tute a strisce come nell’immaginario collettivo fermo ai tempi dei galeotti di Alcatraz, al film Papillon, bensì vestaglie di seta pura, carcerieri compiacenti, servizievoli, passeggiate nel cortile in intimità con il “compare” di turno. Alcuni si vantavano poi di detenere le chiavi dell’infermeria e di godere degli ossequi di qualche direttore che contava sulla loro autorità per impedire qualsivoglia disordine all’interno della prigione.

Per il pranzo e la cena arrivavano aragoste vive e si pasteggiava, brindando, con champagne di marca e a volte non mancava neppure la compagnia femminile. In fondo, il carcere bisognava viverlo (non subirlo così come non subivano il cibo del governo) con dignità. E anche adesso chiediamo ancora aiuto al Pittano, dove rileviamo tra i sinonimi di dignità: rispettabilità. Una bella faccia tosta! Ma poiché “bon tempu e malu tempu nun dura tuttu u tempu”(bel tempo e cattivo tempo non durano per sempre), nella notte tra il 19 e il 20 luglio 1992 – erano già state compiute le stragi che segneranno l’inizio reale del cambiamento nella cultura del popolo siciliano- alcuni parà della Folgore, facendo irruzione nel carcere, presero in consegna tutti i capi mafia presenti e li tradussero nelle isole di Pianosa e dell’Asinara.

Furono soprannominati i “dannati” del 41 bis (dal nome dell’articolo di legge che imponeva il regime duro). Non era più il tempo del Grand Hotel dell’Ucciardone: niente più sete sui loro corpi dannati, niente aragoste ma celle buie, visite dei parenti una volta al mese. I mafiosi cominciano ad avere meno certezze, meno sicumera. Cominciano a intravedersi i primi pentiti e Giuseppe Marchese, autista di Totò Riina, racconta che anche dal confino uscivano i “pizzini”. Anni terribili e incredibili quelli, e in cui accadeva, per esempio, che all’interno del penitenziario – lo confessò lo stesso Marchese –il pentito aveva massacrato la testa, uccidendolo, del compagno di cella, il boss Vincenzo Puccio.

Succedeva pure che un latitante, il boss Saro Riccobono, presentandosi col suo vero nome alle guardie all’ingresso del carcere, potesse entrare in visita a Gasparre Mutolo, altro suo degno compare, distributore di morte. Insomma, anche il 41 bis non toglie poi molto ai delinquenti anche perchè si fanno strada figure femminili, le mogli dei mafiosi che si trovano in carcere, che sono il trait d’union con l’esterno, con la famiglia. Ma molte cose sono cambiate, non sono più loro a comandare.

Eppure c’era stato un tempo in cui don Masino Buscetta (molto prima di diventare il pentito più famoso e più protetto della storia della lotta alla criminalità organizzata) aveva potuto organizzare il matrimonio della figlia all’interno del carcere. La chiesa: la cappella, gli invitati e i testimoni:elegantissimi. Negli annali dell’Ucciardone è ascritta pure una festa di compleanno in onore di Michele Catalano, altro boss di cosa nostra. La palestra fu la sala del trattenimento con la grande tavola imbandita (compiacente la direzione). E poi, si sa, i detenuti mafiosi sono di bocca buona e il pranzo fu ordinato – e puntualmente consegnato – al miglior ristorante cittadino in grado di cucinare un ingente numero di aragoste.

Ma come fare entrare in carcere lo champagne? Dentro finti fusti di olio d’oliva. Ci fu anche un tempo in cui alcuni detenuti uscivano sì, ma con tanto di guardia al seguito, per andare al cinema. Oggi, per fortuna,queste cose non accadono più. Immaginare che i fratelli Graviano, del quartiere Brancaccio, quello in cui operava don Pino Puglisi e che gli stessi assassinarono, per garantirsi la prosecuzione della razza, la discendenza, fecero uscire dal carcere il loro liquido seminale, è cosa da rabbrividire.

D’altronde, attraverso il vetro che faceva da barriera durante le visite delle mogli era impensabile un qualunque contatto fisico. Ma tant’è. C’è poi da considerare che quello del gregario mafioso è un mestiere, un lavoro a tutti gli effetti. Allora, se uno per disgrazia finisce in carcere, come fa la famiglia a sopravvivere? Interviene la mamma! Che non abbandona mai i suoi figli, che garantisce loro la sopravvivenza: sì, ma in una botte d’oro, con tanto di case in donazione, stipendi e quant’altro. Anche in questo caso le donne, oggi più che mai, assumono un importante ruolo che non è solo di postine o ponte tra chi sta dentro e chi fuori le mura della fortezza borbonica.

Certo qualcuna ogni tanto si pente, specie quando sul ruolo di moglie prevale quello di madre se si vede ammazzare i figli o teme per la loro vita e allora si affida alla legge come ha fatto Carmela Iuculano, moglie di Pino Rizzo che le fece nascondere i pizzini nelle sue parti più intime durante una perquisizione. E’ grazie a lei, dopo il pentimento, che si deve il video sui messaggi passati attraverso lo scambio delle persone durante i colloqui in carcere.

La fama dell’Ucciardone si è poi accresciuta in occasione del primo maxi-processo, una geniale idea del giudice Antonino Caponnetto, suocero di Paolo Borsellino, che vedeva più di 400 imputati contemporaneamente in modo organico e che come conseguenza positiva – tra le altre – ebbe quella di danneggiare e quindi seriamente indebolire i rapporti e le alleanze tra le famiglie mafiose siciliane e quelle americane. L’aula bunker, edificio ottagonale costruito vicino all’Ucciardone, in cemento armato e resistente ad attacchi di qualunque tipo sia per via di terra che per via aerea, che conteneva più di 600 giornalisti venuti da ogni parte del mondo, carabinieri in assetto quasi da guerra, fu il teatro dove si decisero le sorti di tutti quegli imputati.

Iniziato il 10 febbraio 1986 e terminato il 16 dicembre 1987, il maxi processo era presieduto da Alfonso Giordano, affiancato da due giudici a latere, uno dei quali era Piero Grasso che tanto ha ancora attivamente combattuto questo male della nostra società. Il Pubblico Ministero era Giuseppe Ayala, grande amico dei giudici Falcone e Borsellino. Il “teatro” di così tristi episodi e figuri dava spesso rappresentazioni singolari attraverso i suoi attori che minacciavano, lanciavano improperi, uno serrò le sue labbra con delle graffette sottolineando il suo silenzio alle domande, altri fingevano pazzia, altri ancora sottintendevano intenzioni suicide.

Molte delle condanne si devono alle dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta che decise di”parlare” dopo avere avuto uccisi parecchi parenti e alleati nelle guerre tra famiglie e perfino due figli. Non tutti videro di buon occhio il maxi processo e anche il Cardinale Salvatore Pappalardo – pur schierandosi sempre contro ogni forma criminale e la mafia in particolare –affermava che l’aborto uccide più persone che non la mafia. Fortunatamente il “teorema Buscetta” (dare per vere le sue affermazioni) adottato da Falcone e Borsellino, si rivelò di fondamentale importanza per mandare in galera e per sempre molti di quegli imputati.

Davanti una delle torri della borbonica costruzione sorge un hotel dal poco fantasioso nome Ucciard’home, ma di sicuro impatto. Certo il panorama, specie dai piani bassi, non sarà generoso ma la vista del mare e di Monte Pellegrino è assicurata dai piani alti di questo 4 stelle. In fondo, cosa può esserci di più esorcizzante nei confronti della mafia se non un sano sarcasmo e una feroce satira che si può leggere tra le righe di quello che finalmente è un vero Grand Hotel Ucciardone?

 

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