Tra turismo e cultura
Tra le mete turistico-culturali della Sicilia più conosciute e frequentate, sicuramente occupa un posto di primo piano Piazza Armerina, cittadina in provincia di Enna. La sua fama è dovuta principalmente ai preziosi mosaici della Villa del Casale, situata nel suo territorio e visitata da migliaia di viaggiatori, curiosi e studiosi che ogni anno la ammirano sin da quando sono state effettuate le prime ricerche e i primi ritrovamenti.
E’ grazie agli scavi archeologici , iniziati nel 1929 – che ne datano pure la prima scoperta ad opera del Sen.Prof. Paolo Orsi (se ne legge notizia nel libro ormai fuori catalogo di Pietro Nicolosi “50 anni di cronaca siciliana 1900-1950” edito da S.F.Flaccovio del 1975)- che si può tentare di ricostruire la più antica storia di Piazza Armerina. Attualmente si hanno riscontri a partire dal 1061, quando cioè i biondi Normanni cinsero d’assedio Messina prima, Enna poi, chiamati a sedare una feroce discordia tra l’emiro di Catania Ibn ath Thumnah e il cognato, kaid di Enna Ibn al Hawwas dallo stesso emiro catanese che si rivolse al Conte Ruggero, a Mileto, in Calabria.
Gli arabi di Sicilia si trovarono sconfitti da un piccolo esercito guidato dallo stesso Conte Ruggero d’Altavilla e dal fratello Roberto il Guiscardo che insieme a un drappello di cristiani siciliani, sbarcati a Messina, la occuparono estendendo il loro dominio su tutta l’isola con buona pace del papa Alessandro II.
Ruggero dopo la battaglia di Cerami che segnò il definitivo capitolare degli arabi nell’isola, omaggiò il papa con quattro cammelli, bottino di guerra, ricevendone in cambio un vessillo con l’immagine della Madonna ancora oggi gelosamente custodito nella cattedrale. Il nome della cittadina, il latino Platia o Placia oppure il greco Platza, compare in un atto ufficiale intorno al 1122; quello arabo Iblatâsah, risale al 1141 e al 1148 in due documenti pubblici di Simone Aleramico.
Il geografo e botanico arabo Al Idrisi nel 1140 descriveva Iblatâsah come “…ben munito fortilizio, da cui dipende un vasto contado con terre da semina benedette. Famoso è il suo mercato, abbondanti le derrate, gli alberi, la frutta”.
Nel 1160-61 Tancredi d’Altavilla e Ruggero Scalvo furono a capo della ribellione dei feudatari lombardi, presenti in gran numero nel territorio, violentemente sedata dal Re con la distruzione della città. Nel 1163, Guglielmo I ne concederà la ricostruzione, in un altro luogo, ma…e la storia qui forse diventa leggenda…utilizzando tutte e soltanto le “…istesse pietre e materiali della destrutta Plutia, o Piazza Vecchia: acciò non si dicesse essere un’altra; ma la stessa risorta; concedendole molte gratie, e privilegi…che si fabbricasse sopra il colle oggi detto Monte, che era pieno d’alberi con foltissimo bosco; di gran comodità, per le fabbriche, tutto circondato di fonti, e acque di buona qualità, più ameno, e delizioso dell’antica Pluvia…” (Gio. Paolo Chiarandà 1654).
Ma la leggenda continua: Quando nel 1348 la peste decimò le popolazioni dell’Europa tutta, il Vessillo con l’immagine della Madonna – donato dal papa Alessandro I al Conte Ruggero, in occasione della distruzione della prima città di Piazza, fu riportato alla luce grazie al sogno rivelatore del sacerdote Giovanni Candilia. La sacra icona fu portata in trionfo dai cittadini scampati alla terribile epidemia.
Così, ogni anno, in memoria di questo “miracolo”, una copia dell’icona viene trasportata in pellegrinaggio dai piazzesi all’eremo di Piazza Vecchia in città. Ciò accade l’ultima domenica di aprile. Il percorso inverso si svolge il 3 maggio successivo. Gli scavi archeologici per risalire a ritroso nel tempo e trovare le prime fondamenta di Piazza Armerina proseguono dal 2004 e mirano a dimostrare la continuità nel sito dal tardo-antico al medioevo. Sembra, dati certi indizi, che il borgo di epoca medievale venne abbandonato improvvisamente ma si sconosce se la causa della fuga sia stata naturale o voluta.
La storia della cittadina della provincia ennese è comune a quella della Sicilia tutta. Nel 1169 regnava Guglielmo II su una popolazione sia cristiana che musulmana. Quell’anno un tremendo terremoto sconvolse l’isola e alle invocazioni di Allah da parte delle donne della sua corte, il re, cattolico, fu molto tollerante e concesse loro di pregare sempre il Dio nel quale credevano. Per questo suo regno di “larghe e libere vedute”, Dante Alighieri lo cita nel XX Canto del Paradiso con l’appellativo de Il giusto rege.
La corona in seguito passò agli Svevi e quando a regnare fu Federico II, stupor mundi, alla sua corte nacque la Scuola Poetica Siciliana. Palermo, Messina e Piazza erano in quel tempo le tre più importanti città del regno, tant’è che Federico la confermò “città demaniale” e nel 1234 la fece sede della “Curia Generale di Sicilia”, una sorta di ufficio cui i cittadini potevano ricorrere a propria difesa contro i funzionari dello stato. Passò sotto gli Angioini, dopo la morte di Federico e dopo un lungo assedio terminato con la resa delle armi nel 1256. Nel 1282 partecipò alla guerra del Vespro, con insuccesso e la pace di Caltabellotta del 1302 pose fine alla guerra.
Altre battaglie seguirono con l’avvento degli Aragonesi e Piazza accolse mercanti ed esuli politici parecchi membri di importanti famiglie toscane: Uberti, Velardita, Branciforti, Naselli, Alberti arricchendo la nostra terra di presenze italiche. Nel 1347 la peste decimò la popolazione che ebbe sollievo dopo il ritrovamento del già citato vessillo, dono del Papa Alessandro II. Alterne vicende politiche, in Sicilia arriva il vicerè di Spagna Giovanni (1415), non concedono l’indipendenza tanto ricercata all’isola.
Alcuni privilegi comunque non andarono perduti: Piazza mantenne la Corte Capitanale sede di amministrazione della giustizia; l’ufficio del Proconservatore col compito di curare i beni del patrimonio regio e conservare gli atti ufficiali; l’ufficio del Maestro delle Foreste per amministrare il vasto bosco del territorio e i pascoli; manteneva pure il Collegio Medico che abilitava alla professione e vigilava sulla salute pubblica; c’era anche l’ufficio del Magistrato Cittadino con i Giurati, i Giudici, i Notai; il Consiglio degli Ottanta che stabiliva salari, gabelle e bilanci; il Sindaco che rappresentava la città al Parlamento del Regno.
Era presente pure la Curia Spirituale. Nel 1492 centomila Ebrei, con un decreto di Ferdinando il Cattolico, furono espulsi dall’isola. Fino ad allora in pacifica convivenza e mai ghettizzati ma considerati “servi della Regia Camera”, nell’arco di mesi tre avevano l’opportunità di scegliere tra la conversione al cattolicesimo o l’espulsione e la confisca dei beni.
Il 31 ottobre di quel 1492 l’operazione si concluse. Ritornando ai nostri giorni, troviamo Piazza Armerina una città ricca di storia e di cultura che trovano espressione nella Mostra Permanente del Libro Antico che, ospitata nel Collegio dei Gesuiti, conserva 40.000 volumi tra cui 122 incunaboli (libri del XV secolo), 783 cinquecentine, manoscritti e i libri resi pregevoli dalle incisioni in rame.
A rotazione, in alcune teche sono esposti alcuni dei più interessanti e preziosi esemplari in possesso della Biblioteca tra cui ricordiamo il volume di Prospero Intorcetta, prima traduzione in latino dei testi di Confucio del 1662. In una Sicilia dell’entroterra, con le sue tradizioni contadine, legate strettamente alla natura del suolo, troviamo pure una Mostra permanente della civiltà mineraria.
Nel 1903 alcuni minatori di Piazza fondarono la Lega Zolfatari. A 106 anni da quella data la lega occupa ancora gli stessi locali anche se frequentati ormai soltanto da 17 soci anziani i quali hanno voluto mettere a disposizione dei visitatori i loro attrezzi di lavoro: elmetti, lampade ad acetilene, cristalli di quel minerale che diede benessere economico a tante famiglie ma anche malattie dell’apparato respiratorio e a volte la morte.
Questo museo, insieme al Treno Museo di Villarosa, al Museo Archeologico di Morgantina e a diversi altri, fa parte dei “Musei in Rete delle Terre di Cerere”. Ricoprono 3.500 mq i 40 pavimenti e più a mosaico policromo che si possono ammirare nella Villa del Casale, unico centro archeologico del mondo romano così esteso e così importante per numero e per grandezza di pavimenti, sia per la rilevanza delle rappresentazioni, sia per l’immenso valore artistico. Spaccato di vita di una – certamente – importante ( e non si sa ancora quanto) famiglia che amava il lusso e presso cui dominava il buon gusto e un grande amore per l’arte del mosaico.
Una villa imponente nelle dimensioni ma alleggerita da diversi giochi d’acqua e da immagini leggiadre che hanno fatto conoscere una realtà di viaggi verso terre lontane, testimoniate come in un percorso fotografico da “reportages” su usi, costumi, abitudini, flora, fauna che con nostalgica presenza iconografica, consegnavano all’arte musiva un’eternità pur nella rappresentazione di un quotidiano e passeggero presente.