Tra devozione e peccati di gola
Risale al Seicento il culto dell’Immacolata a Termini Imerese, in provincia di Palermo, e la venerazione mai sopita anzi incrementata nel tempo, è tuttora coltivata non soltanto nella cittadina siciliana ma anche tra le famiglie e i discendenti degli emigranti in ogni parte del mondo. La devozione trova il suo culmine espressivo nella processione che vede sfilare ben tre simulacri della Madonna per le strade della città.
La prima statua, in legno di cipresso, che data la sua realizzazione nel 1799 ad opera di Francesco Quattrocchi, scultore palermitano, è custodita nella Chiesa Maggiore, in piazza Duomo la più bella e importante di Termini. In una cappella incastonata nell’antico muro di cinta, si trova la seconda, l’ Immacolata di Porta Palermo – che prende il nome dalla vicinanza con l’omonimo sito.
L’ultimo simulacro dal suggestivo nome di Madonna della Neve, è così intitolato dal primo esemplare in cartapesta proveniente, appunto, dalla chiesa di Maria Santissima della Neve e si trova nella chiesa di San Francesco Saverio. Questa, che viene anche chiamata “La Madonna di Notte”, vede al suo seguito in processione centinaia di persone che non rinunciano al sacrificio di portarla in giro per le strade del centro a partire dalle quattro del mattino del giorno otto dicembre (così è sul calendario segnata in rosso la festività) – da cui il nome identificativo.
Ciò che oggi illumina il percorso dei fedeli è la imponente rete elettrica cittadina, ma sino al 1905 a rischiarare il cammino erano i fasci di “ddisa”(ampelodesma, graminacea con foglie in cima, pianta caratteristica che cresce sulle pendici del Monte San Calogero che sovrasta Termini) legati ben stretti e bruciati. Nel 1623 nella chiesa madre fu eretto un altare in stucco, legno e marmo – unico nel suo genere , di solito esclusivamente ligneo- con la raffigurazione dell’Immacolata Concezione. Filippo IV Re di Spagna e di Sicilia, devoto alla Madonna, stabilì che nella ricorrenza della Domenica in Albis, tutte le immagini che la rappresen- tassero, fossero –ciascuna nella propria città dell’isola – portate nella Cattedrale per onorarla e rin- graziarla per le grazie ricevute e i miracoli esauditi o in attesa di essere compiuti.
Datata, dunque, tra la fine del ‘500 e i primi decenni del ‘600 la Madonna della Neve può certamente vantare la maggiore antichità anche se dal ‘600 in poi la venerazione avvenne nella chiesa madre. A testimonianza della infinita devozione, una lapide posta accanto al portone centrale della Cattedrale sancisce, scolpita nel marmo, la promessa, il voto della sua difesa eterna. Nel 1888 – proseguito poi per tutto il XX Secolo, il prof. Agostino La Nasa istituì un solenne novenario che iniziando il 29 novembre, data in cui uomini, donne, anziani e bambini si riunivano nella Cattedrale di Termini, proseguiva sino all’8 dicembre.
In quei nove giorni tutti i pomeriggi, sacerdoti di ordini religiosi si alternavano in lunghe omelie celebrative delle grazie e dei miracoli che la Madonna elargiva. Decorazioni fastose e dai colori tipici del manto di Maria e d’oro, arricchivano la chiesa madre e la preziosa statua dell’Immacolata, ispirata al Quattrocchi da quella in argento della cattedrale di Palermo.
Riprendeva così il particolare della nuvola, le pieghe della veste e il risvolto delle maniche. Nel 1995 un restauro del fercolo e della statua interessò pure la cappella che li custodisce: le porte in ferro dipinte con angeli e motivi floreali che impedivano la visione all’interno furono sostituite da due ante blindate di vetro inserite in un telaio di legno decorato.
Cotanta devozione trova suffragio, tra gli altri, in un miracolo accaduto un qualunque giorno di un qualunque settembre di un qualunque anno. Una madre alquanto indigente e con un figlio gravemente ammalato operabile soltanto in America, raccomandatasi alla Madonna per aiutarla a trovare come sostenere le spese necessarie, dopo dieci giorni ricevette una lettera da parte dell’ospedale in cui il figlio doveva essere operato con la quale le veniva comunicato quando presentarsi e dove, e che le spese sia del viaggio che dell’ intervento erano state pagate.
Alla fine del seguente mese di novembre, dovendo prelevare l’oro della Madonna, il parroco, il cassiere e un funzionario della banca, si recarono presso la cassaforte per aprire – ognuno di loro aveva una chiave diversa e dovevano inserirla contemporaneamente nelle tre diverse serrature – la cassetta. Sollevato il coperchio e constatata la mancanza di parte del tesoro, fu grande la sorpresa data l’impossibilità di aprire lo scrigno se non in presenza e in contemporaneità dei tre possessori delle chiavi.
Al posto dei preziosi, un biglietto che così recitava: “Tutte le cose del mondo finiscono, ma il bene dell’uomo dura per sempre”. Non trovando verità investigativa attendibile, la comunità inneggiò al miracolo che fu attribuito alla Madonna Immacolata della Cattedrale. Il biglietto viene esposto dentro un quadretto come reliquia. Come ogni processione che si rispetti c’è dietro una confraternita e quella della Madonna della Neve è ovviamente legata alla piccola chiesa da cui prende il nome. E’ anche la più antica devota all’ Immacolata e nasce nella prima metà del ‘700 col nome “degli Scalzi”.
La loro abitudine a compiere – la notte della vigilia della festa – un pellegrinaggio, si radicò poi nel popolo e il clero acquistò una nuova immagine della Madonna in tela colla della seconda metà del ‘700. La chiesa in seguito, a causa delle condizioni in cui versava, fu chiusa e la confraternita si stabilì nella parte bassa della città, nella chiesa di San Francesco Saverio, dove si trova tuttora.
La processione notturna arricchisce il suo significato di devozione con quello di penitenza che si conclude con il sacramento della Confessione. L’odore della legna bruciata nei forni delle case che il religioso corteo attraversa, accompagna coi ricordi di un tempo lontano, di antiche abitudini, di semplici ritmi “a nuttata ra Maronna” (la notte della Madonna). Al termine del percorso, dopo essersi fermato davanti alla chiesa di San Giuseppe – modesto tributo, invero, alla paternità del santo falegname – si reca a quella del Carmelo, infine alla Cappella della Madonna dei Peccatori, sino al mercato ittico dove un entusiasmante spettacolo pirotecnico illuminerà i fedeli.
La via dei Bagni, detta “strata virdurra”(strada della verdura) per i numerosi verdumai che vi si trovano, sarà l’ultima tappa prima di immettersi nella via Sant’Orsola, lungo l’antica scalinata che collega Termini bassa a Termini alta. Il lungo giro continua e la processione si ferma soltanto alla chiesa del S.S.Salvatore, dove il fercolo rimarrà per 8 giorni, in cui si celebrerà il solenne ottavario.
La domenica successiva all’8 dicembre la Madonna tornerà – sempre in processione notturna – nella cappella di San Francesco Saverio, per rimanervi sino al prossimo anno. Esaurito il venerabile e religioso culto, ecco un’altra incombenza, più leggera e lungi dall’essere “penitenza”: è ora il tempo di dedicarsi all’aspetto tradizionale della festa, celebrando un rito forse più antico di quello sacro: il cibo. Ringraziare la provvidenza godendo dei suoi frutti è pratica assai nota tra gli abitanti dell’isola che della cucina hanno saputo fare un’arte e un eccellente mezzo di comunicazione.
Infatti molti cibi e molti piatti tipici siciliani sono conosciuti e apprezzati nel mondo. Il mese di dicembre è uno dei “preferiti” della tradizione gastronomica, sapientemente legata a quella religiosa. E proprio per rimanere a Termini ricordiamo “a favazza” (pasta lievitata e distribuita in una teglia già cosparsa d’olio, ricoperta di abbondante pomodoro maturo spezzettato, cipolla, caciocavallo (formaggio piccante)a pezzi, acciuga e irrorata di abbondante olio e spruzzata di origano fresco) che viene cotta in forno a legna tra le mura domestiche.
Ma oggi sulle tavole dei fedeli si trovano anche i segni di altre se pure antiche tradizioni, magari di città vicine, quali per esempio le “vastedde”(specie di focacce), lo “sfincione”, tipico palermitano, simile alla favazza. Non mancano i dolci, primo tra tutti il buccellato (cucciddatu) che nel capoluogo assume la forma di corona circolare ed è fatto di pasta frolla - scolpita a intreccio di canestro, ripiena di fichi secchi, mandorle e cedro e buccia di mandarino tritati, pinoli e uvetta sultanina - spalmata di glassa e ornata con spicchi d’arancia e ciliegine candite.
E’ il primo dolce di una lunga stagione di leccornìe che dopo appena 5 giorni, il 13 intitolato a Santa Lucia, vede stuzzicare il palato dalla cuccìa(a base di frumento cotto e addolcito in crema di ricotta zuccherata e arricchita di cioccolato fondente a chicchi, cannella in polvere e zuccata (zucca candita).
La cena della notte e il pranzo di Natale, il Capodanno non risparmieranno nessuna tavola dove la faranno da padroni il baccalà in pastella, immancabile tradizione portafortuna, le sarde a beccafico (diliscate e arrotolate intorno a un ripieno di pan grattato tostato, sale, pepe, passolina(zibibbo secco), olio e succo di limone); le lenticchie – magari per intrigare la dea bendata e conquistarla per una ricca vincita alla lotteria Italia del 6 gennaio e l’immancabile panettone – che non è più da molto tempo ormai esclusivo monopolio della tradizione milanese – e infine la cassata, dolce ricco di storia, di cultura, di fantasia, gioia per gli occhi ancorché per il palato, verosimile rappresentazione del carattere siciliano.
Saranno i Santi del calendario a perdonare i peccati di gola e il buon vino delle nostre cantine sarà purificatore se un brindisi verrà intitolato alla Madonna Immacolata.