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Terremoti - Edizione straordinaria

Noi che di terremoti siamo maestri, noi che conserviamo tra le rughe della fronte il dolore e il terrore per la terra che trema sotto di noi, e intorno a noi vediamo crollare muri e alzarsi onde gigantesche come Titani, noi sì, possiamo ben comprendere il dolore e il terrore dell’Abruzzo.

Il cordoglio ci sfiora la pelle e brividi lungo la schiena corrono al ricordo di un boato, di un tintinnio di brindoli del lampadario, di occhi disperati alla ricerca, all’incontro di altri sguardi amici, parenti, figli, padri; alle corse per le scale – ma con prudenza – per portarci nelle piazze, lontano dal dondolio così poco rassicurante dei muri che ondeggiano, ben diverso dall’annacata della culla che tranquillizza e addormenta.

Nell’era internet e dei telefoni cellulari, le notizie corrono velocissime e la realtà, durissima e terrificante, è subito pronta ai nostri occhi, ancora una volta attoniti ed esterrefatti. Le immagini sono crudeli, i morti sono crudeli, le chiese crollate sono crudeli così come la pioggia, il freddo e il fango sono difficili da sopportare per i paesi crollati, per gli abitanti che lottano – chi ce le fa, gli altri tutti morti- fino all’ultimo brivido di paura contro la natura, questa volta lei crudele con l’uomo, pronta a restituire alla sua incapacità, alla sua superficialità, un saggio della sua forza, della sua potenza, della sua profondità.

Ed è dolore per la gente dell’Aquila, di Onna e degli altri paesi distrutti che piangono i loro morti, i loro cari defunti, le loro vittime, tributo oltre che alla natura, all’incuria, alla indifferenza dell’uomo. Ore 3,30 circa della notte tra domenica e lunedì 6 aprile la terra trema, schianta, butta giù e uccide.

Alcuni si salvano: Marco, 22 anni, per esempio e altri anche dopo tantissime, interminabili ore sotto il peso delle macerie e dell’angoscia. La protezione civile, le forze dell’ordine, i volontari, i sopravvissuti: tutti eroi di una battaglia che toglie il respiro, che non concede tregua né riposo. Dolore per le mani nude, sanguinanti, che scavano e talora salvano. “Angeli” li hanno chiamati. I feriti sono più di 1500.

Anche gli italo-americani del Congresso degli Stati Uniti si mobilitano con messaggi di cordoglio e promuovendo campagne per la raccolta di fondi da inviare; sono diversi e tra questi Nancy Pelosi, “Speaker” della Camera, per via del nonno Tommaso Fedele D’Alessandro, originario di Montenerodomo in provincia di Chieti.

Quando nel 1908 alle 5,21 del 28 dicembre una scossa lunga 40 secondi, potentissima sconvolse la città di Messina, parte dei paesi della costa del suo territorio e di quello di Reggio Calabria, anche allora non ebbero scampo. 120mila, di cui 80mila siciliani e 40mila calabresi, furono i morti (80mila su 140mila abitanti, a Messina; 15mila su 45mila a Reggio Calabria) e quasi il 90 per cento dei palazzi, delle chiese, dei monumenti crollò inesorabilmente.

Il maremoto e lo tsunami con onde che raggiunsero l’altezza di 6 e 12 metri completarono l’opera di distruzione trascinando con sé anche coloro che si erano rifugiati verso la costa, pensando di raggiungere la salvezza. Furono spazzati via, inghiottiti dal mare. E fu lutto per l’Italia: la sua eco la scrisse Giovanni Pascoli che aveva insegnato nella città dello Stretto: “Rivedo la mia bianca e splendida Messina in riva al mare azzurro circondato dai giardini della sua collina; e poi vedo le sue rovine: non posso trovare pace”.

Non era bastato il terremoto del 1683 a tormentare l’isola del Mediterraneo il venerdì del 9 gennaio alle ore 21,00 circa che con una scossa dell’VIII grado MCS (Scala Mercalli), 4° Richter aveva visto già crollati parecchi edifici della Val di Noto.

Quando sembrava tutto finito, la domenica seguente, l’11, alle ore 9,00, alle 10,00 altre scosse fino alle 13,30 circa quando, accompagnato da un forte maremoto lungo le coste orientali e meridionali dell’isola, un violentissimo terremoto dell’XI grado MCS, 7,4° Richter, distrusse tutto ciò che si alzava da terra sotto forma di case, casolari, chiese, monumenti, ville del territorio della Val di Noto, della Sicilia orientale e sud-orientale.

Fu il disastro più intenso di tutta l’Italia in ogni tempo. Catania ebbe il maggior numero di morti: 16mila su 20mila abitanti; in totale furono circa 60mila le vittime e gli eventi sismici -circa 1500- si susseguirono per due anni.

Oggi, il terremoto dell’inizio del XX° Secolo, lo si ricorda ancora anche se soltanto attraverso i racconti dei figli o dei nipoti di coloro che – fortunati – sopravvissero alle forze incontrastabili della natura e all’incapacità – allora giustificata - dell’uomo di difendersi prevenendo i disastri.

Quella che , invece, è ancora viva nella maggior parte dei siciliani, soprattutto della parte occidentale dell’isola, è la memoria della catastrofe che procurò il terremoto del 1968. Domenica, 14 gennaio, ore 13,29: la prima scossa coglie di sorpresa le famiglie riunite intorno alla tavola per il pranzo festivo. Comincia il calvario d’ansia, di paura – gli animali domestici si agitano, girano per la casa e si avvicinano alla porta d’ingresso; cercano scampo, vogliono uscire dalle case: loro, si sa, percepiscono bene il pericolo, e avvertono.

A Palermo la situazione però è abbastanza tranquilla: le case reggono abbastanza bene le onde sismiche. Le scosse, sedici, violente, si susseguono fino alle 23,20 di lunedì 15. Palermo, Marsala, Agrigento: un triangolo delle Bermuda made in Italy, una valle, quella del Belice viene cancellata dalle carte geografiche: Gibellina, Montevago, Salaparuta non esistono più, rase al suolo.

Poggioreale, Salemi, Santa Ninfa, Santa Margherita Belice, Roccamena, Partanna e ancora altri paesi danneggiati gravemente. I morti- i soccorsi non furono così veloci come lo sono adesso e non così organizzati – quasi 400 e i feriti un migliaio. Circa 90mila persone rimasero senza casa. Dopo la Ia, dopo la II.a guerra mondiale, è questo l’evento nazionale più catastrofico.

L’impreparazione dello Stato ad affrontare l’emergenza, i ritardi nei soccorsi, gli errori nella ricostruzione, le popolazioni costrette e incentivate ad emigrare (lo Stato regalava il biglietto ferroviario a chi decideva di abbandonare le proprie terre, le proprie cose!), lo squallore delle baracche: questa è stata la più grande tragedia che la Sicilia ha dovuto affrontare. Tanti avvoltoi sugli appalti per la ricostruzione, tante lacrime d’addio, tante manifestazioni per riconquistare la dignità di un popolo guidate da Danilo Dolci e dal sociologo Lorenzo Barbera.

Nel marzo 1970, per dare voce ai disastrati della Valle del Belice, Danilo Dolci realizza la prima radio libera in Italia: Radio Libera di Partitico, mettendo in atto, con una trasmissione clandestina, la denuncia per le condizioni di vita dei “baraccati” del terremoto del 1968. Per la cronaca, il 15 gennaio 1968, è Piero Angela, in una Italia televisiva in bianco e nero che annuncia dall’unico telegiornale RAI la notizia della distruzione delle città del Belice.

Intanto, cercando tra le macerie a 54 ore dal crollo, Ivo Soncini, vigile del fuoco, ventenne sente un sussurro provenire da un cumulo da cui aveva estratto il cadavere di una donna anziana. La vocina era di “Cudduredda”, all’anagrafe Eleonora Di Girolamo, di anni 7: “Ehi, ci sono anch’io. Ehi…”. Le mani di Soncini sono più veloci e più forti di una pala e mentre scava le parla rassicurandola.

Un riflesso bianco (il cappottino), una mano, due grandi occhi neri. Una corsa in ospedale ma è inutile: dopo poche ore muore di polmonite. Ma i terremoti in Sicilia non sono finiti qui.

Allora, uno per tutti, ricordiamo i momenti di angoscia che sono uguali in ogni parte del mondo davanti a simili sciagure, con le parole di un poeta, scrittore teatrale, giornalista palermitano, Antonio Maria Di Fresco che in un suo libro di poesie “Edizione Straordinaria” del 1983, ha così scritto: “Il “C’è nessuno, qui dentro?” del carabiniere/resta senza risposta, questa notte./Che altro vuoi, pastore della luna,/non ti basta/il lamento delle madri?/Sembrava che l’alba dovesse/sorgere uguale alle altre, nella valle/del Belice. D’improvviso fu l’urlo/del gatto sopra il tetto che cadeva/e il lume che scendeva di corsa le scale/s’accasciava sotto il peso di un trave. Ora è tempo di seminare il gelsomino/ogni fiore è una croce profumata/e un pianto di fuochi arde/nella piazza deserta. Solo è sopravvissuta la cicala/che manda telegrammi di dolore/a chi cerca tra le pieghe del tufo/chissà, forse una vita.”

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