Sicilia, non solo festa
Ricco di eventi il carnet degli appuntamenti nei prossimi mesi in Sicilia. La provincia di Agrigento la farà da padrona con due importanti avvenimenti, uno almeno dei quali richiamerà – come già fa da parecchi anni – visitatori provenienti da ogni parte del mondo.
E’ la sagra del “Mandorlo in fiore” che quest’anno spegnerà 66 candeline, mentre accenderà il tripode dell’amicizia, proprio davanti il Tempio della Concordia nella Valle dei Templi. Sottolineerà così, ancora una volta, lo spirito di gioia, di pace e di fratellanza tra i popoli – e sono tanti e ogni anno sempre più numerosi – che questa manifestazione, allargando il suo primitivo significato di festa di primavera, di risveglio della natura in sentimento di unione e di superamento di ogni barriera razziale, religiosa o ideologica, rappresenta.
Effimere nuvole bianche in sovrapposizione di piani avvolgeranno tutta la valle che insieme profumerà dei delicatissimi fiori di mandorlo e li vedrà protagonisti insieme alle rappresentazioni dei gruppi folcloristici da domenica 6 a domenica 13 febbraio. Se la Sagra del Mandorlo in fiore è la più prossima e importante scadenza nel calendario delle festività, non è meno impegnativa quella che è già da tempo in preparazione e che si svolgerà dal 3 all’8 marzo nella suggestiva cornice della città di Sciacca.
Si tratta del Carnevale che vede impegnata in occasione di questa sentita festività anche buona parte dei comuni della Sicilia. Si ha testimonianza di questa celebrazione già dal 1889 nell’opera “Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane” di Giuseppe Pitrè, ma è molto probabile che affondi le sue radici all’epoca dei Romani, in occasione dei Saturnali in cui, alla fine dei festeggiamenti, il loro re veniva sacrificato. Meglio ancora ci sembra di trovare riscontri documentali più attendibili facendolo risalire al 1616 quando il vicerè Ossuna stabilì che l’ultimo giorno della festa dovessero tutti mascherarsi.
Nasce, dunque, come festa popolare che segna sia l’inizio della primavera, sia il suo tempo maturo. Sono le salsicce, il vino e i cannoli (dolce tipico a base di crema di ricotta di pecora)che ne connotarono sin dall’inizio il profilo, mentre già il popolo si riversava in strada travestito e mascherato. Le “maschere” furono trasportate sedute su delle sedie sui carri che sfilavano per le vie cittadine.
Negli anni ’20 saranno buoi o cavalli che trascineranno una piattaforma addobbata e sovrastata da parecchie mascherine che reciteranno in dialetto agrigentino. Il carro era seguito da una piccola orchestra. Un momento di aggregazione e di incontro con i compaesani era dato dalla distribuzione del vino, delle salsicce e, questa volta, dello stufato. Il dopoguerra segnò una svolta nello svolgimento del tradizionale carnevalesco con la presenza di riferimenti alle novità portate dal progresso estendendosi col passare del tempo alla realizzazione di carri allegorici, sempre più sofisticati che facevano riferimento a personaggi politici o ad avvenimenti non soltanto locali, a volti noti dello spettacolo, a temi satirici.
Questo diede al carnevale di Sciacca una connotazione non più esclusivamente provinciale, bensì di livello nazionale mettendolo in confronto con quello di Viareggio, di Termini Imprese, di Acireale e altri. I carri che oggi costituiscono il clou della kermesse vengono preparati nel corso dei mesi precedenti e assemblati direttamente in strada soltanto il giorno che precede l’inizio dei festeggiamenti col rischio che qualcosa non sia perfettamente funzionante e qualcuno di essi debba ritirarsi dalla manifestazione. Apre la sfilata, il giovedì grasso, come da tradizione il carro intitolato a “Peppe Nappa” dopo che gli sono state simbolicamente consegnate le chiavi della città.
Il Martedì grasso seguente – cioè l’ultimo giorno che precede la festività religiosa delle “Ceneri” con cui inizia la Quaresima – viene bruciato dopo che per tutti i giorni in cui è stato portato in giro per la città, ha distribuito vino e salsicce cotte alla brace sullo stesso carro. In occasione dei centocinquant’anni dell’unità d’Italia che quest’anno la nostra nazione festeggia, non poteva mancare un carro celebrativo dell’evento e il suo titolo è: “1861…brandelli d’Italia”. Ma Sciacca non è soltanto il suo Carnevale.
Nella provincia agrigentina, lungo la costa del canale di Sicilia tra le foci del fiume Platani e Belìce, a ovest del monte San Calogero alto 386 metri alle cui falde scaturiscono le famose acque termali che si snodano per un percorso lungo circa 6 Km, sorge ad anfiteatro. Di fronte ha l’isola di Pantelleria e l’Africa, ai lati le rovine di Selinunte, Eraclea Minoa e Agrigento. Distante 26 miglia marine dal litorale e alla profondità di circa 6 metri, si trova nel cosiddetto “banco di Graham”, un vulcano attivo che nel 1831 eruttò formando una piccola isola: l’isola Ferdinandea. Il primo a mettervi piede – dopo svariati e fallimentari tentativi – fu l’ammiraglio britannico James Graham che vi piantò la bandiera inglese.
Dopo pochi giorni una delegazione di cartografi francesi riuscì a tracciare alcune piantine dell’isola battezzandola col nome di Julia. Infine, dopo alcune settimane fu la volta di un gruppo di geologi e cartografi borbonici che vi approdò, ne tracciò alcune piantine topografiche e la battezzò Ferdinandea, in onore di Ferdinando di Borbone, re delle due Sicilie. Graham, i Francesi e i Borboni a quel punto litigarono per il possesso dell’isola in quanto eccezionale punto strategico al centro del canale del Mediterraneo. Ma così, come era sorprendentemente e inaspettatamente sorta, l’isola sparì inabissandosi appena cinque mesi dopo.
Come per la maggior parte delle città siciliane, è sempre dubbia l’etimologia e il significato del loro nome e Sciacca non fa eccezione. Lo storico Savasta scrive nel 1843 che l’iniziale del suo nome fosse una X, cioè Xacca dal saracene Xech, ovvero signora e governatrice. I governatori delle piazze, secondo lo storico Fazello (1498-1570) erano chiamati Xechi dai Saraceni. Per altri Xacca deriva da Xach che corrisponderebbe a Mercurio oppure a Pomona (dea dell’abbondanza). Nella trasposizione latina si scrisse Sacca.
Nel 1925 il Sacco spiega che Sciacca è una voce femminile verbale dell’arabo Saqqua dal significato di separare, dividere e questo nome le deriverebbe dall’essere stata punto di separazione tra due contrade. In effetti il suo trovarsi a metà strada tra Marsala e Agrigento, avvalora questa tesi che, tra l’altro, venne ampiamente appoggiata da Michele Amari. Dubbi però rimangono ancora e negli anni più recenti si accredita la provenienza alla voce araba Syac dal significato di “bagno” che ci rimanda alle sorgenti termali che scaturiscono dal monte San Calogero.
Ritrovamenti di scheletri umani risalenti alla preistoria fanno datare la presenza di civiltà saccente sino da quel periodo. Troviamo anche testimonianze risalenti all’età della pietra e del bronzo, attraverso delle ceramiche rinvenute nel sito. Non mancano resti di popolazioni sciane e fenicie a cui seguirono quelle greche.
Fu poi la volta dei Romani che nel IV secolo d.C. la elessero stazione postale per le comunicazioni con l’Impero. E’ quasi certo che durante quest’ultimo periodo fosse divenuta molto importante perché sede principale direzionale delle Poste in tutta la Sicilia. Nell’840 fu occupata dagli Arabi e da allora prese definitivamente il nome di Sciacca. Nel 1087 furono i Normanni a conquistarla, mantenendola come capitale delle circoscrizioni territoriali vicine. La cittadina della provincia agrigentina seguì la stessa sorte toccata alla Sicilia tutta, “ospitando” tutte le dominazioni e i regni che vi si susseguirono nel tempo: Svevi, Angioini, Borboni.
Ma rimase sempre un punto nevralgico nella storia del Mediterraneo. Oggi da quel mare non arrivano pirati e conquistatori ma barche di pescatori sempre colme di magnifici e abbondanti esemplari della fauna marina che noi isolani, naturalmente amanti del pesce, gustiamo e cuciniamo con l’antica sapienza, frutto di tutte le culture che ci hanno attraversato.