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Quando il caso diventa caos

Tra “Caos” e spavento, il 28 Giugno 1867, nasceva Luigi Pirandello – quest’anno ricorre il centoquarantesimo anniversario - scampando ad un’epidemia di colera che, poco mancò, lo rendesse fin dalla nascita orfano di padre.

Infatti Stefano, il padre, che aveva allontanato dalla città di Girgenti (oggi Agrigento) la moglie incinta per evitarle il contagio, fu portato nella casa di campagna in località Caos al confine con Porto Empedocle dove si trovava la gestante la quale, alla vista dl marito infettato e aiutato a salire le scale di casa da due “carusi” – dipendenti della miniera di zolfo di proprietà della famiglia -, partorì immediatamente e con l’aiuto della cameriera, improvvisatasi levatrice.

Cominciò così, drammaticamente segnata, la vita di Luigi Pirandello, figlio del caso, anagramma della parola caos, come amava definirsi.

Compagno d’infanzia, dell’adolescenza e depositario delle sue prime pulsioni sentimentali ed artistiche, fu il pino della campagna natia che tanto incise nella sua vita e che non dimenticò mai.

A Palermo frequentò il liceo e i primi anni di università; nel 1886 si trasferì all’ateneo di Roma dove rimase due anni. In seguito ad una lite con il Rettore, si iscrisse all’accademia di Berlino dove, raccomandato presso un professore di glottologia da un suo docente romano, riuscì a completare gli studi conseguendo la laurea in lettere.

Tra i tentativi del padre di indirizzarlo verso gli affari di famiglia (l’estrazione dello zolfo) e gli insuccessi nel campo della poesia da cui lo allontanò il suo amico e letterato Luigi Capuana, dicendogli –ce lo racconta il nipote Pierluigi Pirandello-: “… Lascia perdere la poesia; come poeta vali poco, come scrittore vali molto…”, trascorse un periodo di collaborazione ai maggiori giornali italiani.

Collaborò anche con Martoglio e Angelo Musco alla creazione e messa in scena di opere teatrali in dialetto siciliano.

Ma il suo rapporto con il teatro vernacolare non durò a lungo, mentre la sua vita si affacciava ad una nuova esperienza: il matrimonio.

Tradizionalmente imposta dal padre la sposa, Maria Antonietta Portulano, portò una dote di 70.000 Lire, che a quei tempi erano una cifra enorme.

Si amarono felicemente, più come amanti che altro scriverà un giorno il primogenito e dall’unione nacquero: Stefano (1895); Rosalia, detta Lietta (1897) e Fausto(1899) –il nome fu scelto dal personaggio di Goethe che Pirandello aveva amato e tradotto.

Quest’ultimo, pittore di fama internazionale le cui opere si trovano nei più importanti musei del mondo, fu uno dei fondatori della scuola romana a cui appartennero tra i pittori più illustri di quel periodo.

Ma la tragedia, inattesa, giunge e distrugge la loro felicità: la miniera si allaga ed è la rovina per la famiglia tutta: anche i soldi della dote, investiti incautamente in quell’impresa svaniscono nel nulla e Antonietta che per prima apprende la tristissima e sconvolgente notizia, ne rimane quasi paralizzata e Luigi, tornando dal Magistero di Roma dove insegnava, la trova seduta in poltrona attonita, smarrita e con gli occhi fissi nel vuoto.

E’ l’inizio della fine: il male oscuro, impossessatosi della Portulano, peggiora ogni giorno. Diventa ossessiva, gelosa a tal punto da costringerlo a scenate e ad una vita molto ritirata ed eroica.

“ Il fu Mattia Pascal” del 1904, che fu il suo primo incarico veramente importante, cominciò a scriverlo al buio, senza sapere come chiuderlo…” ci racconta il nipote e continua “…si metteva seduto accanto al letto della moglie, appoggiava il blok notes sulla coscia e così, mentre scriveva, poteva rispondere alle domande di Antonietta, fino a tarda notte, fino a quando non si addormentava..”

La chiamata al fronte dei figli peggiora la situazione, la pazzia diviene insopportabile. Tuttavia Pirandello sembra vivere di quella pazzia che è anche un po’ sua, che insieme ad una grande ironia, vuole scaturire, venire fuori dalle sue opere e il pubblico lo sa, impara a conoscerlo, a sentirsi parte di quel teatro che è la vita dove l’autore confina i suoi personaggi per far salire sul palco lo spettatore, il pubblico.

Tornati i figli dalla guerra, Antonietta viene internata in un istituto dove rimarrà fino alla morte: inevitabile conseguenza di un malessere che la spingeva ad una morbosa gelosia anche nei confronti dell’affetto compensatorio per la mancanza dei figli maschi al fronte che Luigi nutriva per Lietta, la figlia.

L’attività di scrittore si intensifica, Marta Abba attrice di grande talento diviene la sua musa ispiratrice e tra i due nasce un amore che sembra essere soltanto platonico.

In pieno periodo di regime fascista, la promessa di cospicui aiuti economici alla compagnia e di creazione e nomina a direttore del teatro nazionale, lo inducono a iscriversi al partito.

Disattese tutte le promesse, segue la compagnia in tournèe in Europa, per raggiungere Berlino. Da lì si reca a trovare il figlio Fausto che vi risiede con la moglie e il figlio Pierluigi.

Ed è ancora lui a raccontarci: “Non so se mio nonno chiese mai a mio padre di visitare il suo studio, ma so per certo che insieme andavano a vedere una certa Josephine Baker -che il nonno ammirava molto- che ballava con le banane intorno alla vita. Poi se ne tornavano a casa, Luigi in hotel, fischiettando i motivi che lei cantava”.

Quando però vide dei giovani in “camicia bruna” che buttavano i libri dalle finestre delle biblioteche e delle università e li bruciavano in strada, tornò insieme al figlio in Italia.

Cominciava un periodo davvero scuro per l’Europa.
Il 10 Dicembre 1934, a Stoccolma, Luigi Pirandello…”For his bold and ingenious revival of dramatic and scenic art”, “Per il suo schietto e geniale rinnovamento nell’arte scenica e drammatica”…viene insignito del più prestigioso riconoscimento, il Premio Nobel per la letteratura.

Giornalisti e fotografi lo vogliono immortalare in atteggiamenti “da scrittore”, costringendolo a posare curvo sui tasti della sua macchina da scrivere.
Nello stesso anno, nelle sale cinematografiche, si proiettava King Kong.

A trenta anni dalla morte del padre, per caso Pierluigi scopre che al museo di Firenze sono esposte alcune sue lettere d’amore indirizzate ad una certa Anna Bonetti. La frequentava, infatti, quando, accompagnando la moglie alle terme di Chianciano, si allontanava per andar a Firenze.

Da questi scritti che non hanno grande valore letterario, traspare tuttavia una certa gelosia che risultava di poco conto se messa a confronto con quella che nutriva nei confronti della moglie alla quale, addirittura, non permise mai perfino di tingersi i capelli, sottoponendola a grandi umiliazioni quando qualche suo allievo la scambiava per la madre.

La devozione della moglie, tuttavia, era profonda a tal punto che, durante la guerra, riuscì a procurare al marito delle foglie di tabacco comprate a caro prezzo da un reduce, uno “sbandato”, mettendo seriamente a rischio la possibilità di acquistare beni di prima necessità.

Pierluigi Pirandello forse oggi nutre un rammarico: avere frequentato il nonno per un periodo di tempo troppo breve ed in un’età in cui Luigi si poté soltanto profondere in normali affettuosità nei confronti del nipote mentre questi, crescendo, avrebbe voluto aver preso parte alle discussioni che intrattenevano suo padre e suo nonno, anche alla sua presenza, ma di cui-data la giovanissima età-(quando il nonno morì aveva otto anni) non era in grado di percepire l’alto significato.

Una frase resta nella memoria dell’ultimo dei Pirandello e la scrisse il padre Fausto a mo’ di testamento e recita così: “Chiedo scusa ai miei figli di averli trattati come trattavo me stesso ed ora ho scoperto che mi sono trattato molto male.”

Nella foto: Pierluigi Pirandello, nipote del grande scrittore italiano del '900

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