Primo maggio: Festa del Lavoro
Era il 1866 quando venne promulgata nell’Illinois (USA) la prima legge che, riconoscendo i diritti degli operai, in lotta già da parecchio tempo, fissava in otto ore il limite di lavoro quotidiano. Intanto in Europa la Prima Internazionale (Congresso dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori) riunitosi a Ginevra (Svizzera) nel settembre dello stesso anno, avanzò la stessa proposta concreta: otto ore, limite legale massimo.
In Illinois l’entrata un vigore della legge era stata fissata per il primo maggio 1867. A Chicago quel giorno, diecimila lavoratori diedero il via al più grande corteo mai visto, fino ad allora, nella città americana. Ma è al 5 settembre 1882 che viene fissata l’origine della festa che celebra i lavoratori a seguito di una manifestazione organizzata a New York dai Cavalieri del Lavoro (Knights of Labor, associazione fondata nel 1869).
La Federation of Organized Trades and Labor Unions – era l’ottobre del 1884 – indicò nel 1° maggio 1886 la prima data in cui gli operai americani avrebbero lavorato per non più di otto ore giornaliere. Il 1° maggio del 1886, sabato, è giornata lavorativa come era in uso allora; 400.000 operai delle fabbriche USA incrociano le braccia, dando luogo ad uno sciopero, a Chicago, durante il quale organizzarono un corteo cui presero parte 80.000 lavoratori.
Le manifestazioni si estesero nei giorni seguenti anche nelle principali città industriali americane e la tensione crebbe sempre di più. Il lunedì 3 maggio la polizia fece fuoco contro i dimostranti che davanti a una fabbrica protestavano contro i licenziamenti. I morti furono quattro e l’indomani, ad una ennesima manifestazione di protesta, durante un comizio, fu lanciata una bomba all’avvicinarsi dei poliziotti al palco. Le forze dell’ordine spararono allora sulla folla.
Otto i morti e parecchi i feriti. Era il 4, martedì, e quei giorni verranno ricordati come la rivolta di Haymarket. Fu in quell’occasione che il presidente (democratico) in carica, Stephen Grover Cleveland, ritenne che la festa del primo maggio avrebbe potuto degnamente commemorare questi episodi. In un secondo momento, temendo di favorire il nascente socialismo, fu ridata ai “Cavalieri del Lavoro” la paternità della festa.
Il giorno seguente, il 4 maggio, a Milwaukee, altra sparatoria contro operai manifestanti (questa volta polacchi): sono nove le vittime. A questi fatti succedette un’ondata repressiva nei confronti delle organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori; furono devastate e chiuse molte sedi e arrestati i dirigenti.
Per i fatti di Chicago vi furono otto condanne a morte per altrettanti esponenti anarchici anche se di non certa colpevolezza. L’11 novembre 1887, quattro di loro furono impiccati in carcere; uno venne trovato morto nella cella e ad altri due la pena fu commutata in ergastolo.
Nel 1889, la Seconda Internazionale, riunitasi a Parigi, ufficializza attraverso i delegati socialisti, la data del primo maggio come festa del lavoro, mentre in Italia fu ratificata due anni dopo, nel 1891. È nel 1890 che, per la prima volta, il 1° maggio si festeggia contemporaneamente in tutto il mondo e in Italia, a Roma, nei pressi della Basilica di San Giovanni, in piazza Santa Croce in Gerusalemme, ci furono tumulti con conseguenti morti, feriti e centinaia di arresti.
A Bruxelles, nell’agosto 1891, il II° Congresso dell’Internazionale, decise di mantenere negli anni la ricorrenza. Dalla prima volta sono passati 120 anni ed è anche cambiato il modo di festeggiare. Nelle capitali, come a Roma, è un grande concerto musicale in piazza che commemora i lavoratori di tutto il mondo.
Sono lontani i ricordi della conquista del diritto alle otto ore massime di lavoro; oggi, i problemi più gravi sono: trovare il lavoro, non essere licenziati, non morire sul posto di lavoro. Negli ultimi 365 giorni troppe vittime hanno segnato il mondo operaio e la società tutta che ha visto crollare speranze, gioie e aspettative di famiglie che hanno avuto irrimediabilmente sottratti affetti, amori, mariti, figli, padri, fratelli in nome di un lavoro non sicuro.
Così come sono tanti i nuclei che improvvisamente si sono ritrovati senza una fonte di guadagno, senza uno stipendio: licenziati! C’è chi, invece, ancora non ha trovato un lavoro, oppure appartiene al numeroso mondo del precariato. E c’è ancora chi il lavoro l’ha perso nel terremoto in Abruzzo.
E c’è chi in Sicilia, quelli della Sicilfiat, per intenderci, non sa se gli accordi tra la FIAT e la CHRYSLER porterà ai lavoratori dello stabilimento di Termini Imerese la possibilità, finalmente, di un ampio respiro o se li relegherà ancora una volta tra le fila della cassa integrazione o – peggio – nel licenziamento.
Così, come è accaduto agli operai della PUMEX, la più grande industria di estrazione della pomice, a Lipari (isole Eolie), che da agosto del 2007, ha chiuso i battenti (i dipendenti sono stati dirottati ai “lavori socialmente utili” che non hanno nulla a che vedere con i loro incarichi nell’azienda estrattiva) in attesa che l’UNESCO che ha iscritto la cava tra i siti patrimonio dell’umanità, assuma nei musei di Lipari, Panarea e Filicudi i – ormai ex – lavoratori della Pumex.
Non possiamo, comunque, non ricordare – e ogni anno le celebrazioni non mancano – l’eccidio di Portella della Ginestra, località in provincia di Palermo tra Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e Monreale che ha reso tristemente famosa una parte della Sicilia e della sua storia dei primi anni del dopoguerra.
Fu il primo maggio 1947 che, tornati finalmente a festeggiare la ricorrenza – dopo il divieto nel periodo fascista – e la vittoria del Blocco del Popolo (il 20 aprile precedente, dopo le elezioni all’Assemblea Regionale Siciliana, la coalizione PSI-PCI aveva conquistato 29 rappresentanti contro i 21 della DC) i contadini radunatisi ad un comizio proprio a Portella della Ginestra, furono assaliti dagli uomini – se ne seppe solo dopo quattro mesi la matrice – di Salvatore Giuliano che, forte di numerose armi in dotazione lasciate dagli eserciti tedeschi e americani che avevano abbandonato l’isola, sparò sui presenti uccidendone undici, oltre a diversi tra asini, muli e cavalli: nove adulti (Francesco Vicari, Giovanni Megna, Tito Allotta, Castrense Intravaia, Giorgio Cusenza, Margherita Clesceri, Serafino Lascari, Vincenzo La Fata e Giovanni Grifò) e due bambini e ferendone trentatré, alcuni dei quali morirono in seguito alle ferite riportate.
Fu proclamato lo sciopero generale dalla CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro). Ancora oggi non è certa la matrice mafiosa o politica dell’azione. Vari esponenti di entrambe le schiere sono stati citati nei vari processi, ma l’opinione pubblica è ancora divisa tra colpevolisti e innocentisti sulla responsabilità di Salvatore Giuliano.
Ma poiché la storia e le rivendicazioni sociali passano attraverso la sofferenza, noi preferiamo pensare a questo giorno, il 1° maggio 2009 come quello in cui la città di Modica, famosa in tutto il mondo per la sua ricetta antica azteca con cui ancora oggi fabbrica il cioccolato, festeggia non più sotto l’egida dell’Eurochocolate, ma in prima persona, con una manifestazione dal suggestivo nome di “Cioccobarocco” per rifugiarsi e da lì espandersi con maggiore gloria nella tradizione delle sue stupende opere d’arte in pietra che questa prima edizione rinnovata, ha voluto rappresentare con una scultura - in tavolette di rigoroso cioccolato artigianale – di 1290 chilogrammi.
Il prezioso frutto diventa così opera d’arte: gioia e goduria, ancora una volta, degli occhi e del palato.