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Pietra luccicante

“EspressivaMente” è il nome della kermesse che si svolge l’1 e il 2 agosto al Parco Museo Jalari, a pochi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Quest’anno celebra il quinto anniversario ed è l’Associazione Culturale Etnografica Ambientale che presenta il raduno di espressioni artistiche “Atmosfere…Musica…Arte di strada”. L’arte nelle sue espressioni come esaltazione massima dell’Io che si rivela e ci racconta la gioia di vivere, attraverso lo stupore e la fantasia.

Recita così: “L’arte…una malia, una sensazione. La strada…una porta aperta sull’inatteso. Una questione di anime, di contatto, di emozione…” Una questione di anima, di contatto, di emozione…” dove EspressaMente non è più soltanto un festival, bensì un “modo di respirare, di vivere, è la rappresentazione concreta di un’arte astratta che identifica l’essenza di ogni artista”.

E tale festa ha trovato nel Parco Museo Jalari una sua naturale collocazione. Fantasia, storia, meraviglia, poesia, tradizione, senso di libertà, sono le sensazioni che il luogo trasmette. Sui monti Peloritani si estende su circa 350.000 mq di superficie ed è il simulacro vivente di un sogno che insegue il tempo passato, il tempo che fu, ridando dignità e senso del presente alla storia etnografica di una certa Sicilia, di una terra ricca di tradizioni, di bravissimi artigiani che qui rivivono nella nuova dimensione di museo.

In 30 anni di lavoro le famiglie Pietrini e Giorgianni hanno creato qualcosa di unico, avvalendosi della maestria dell’arte e della fantasia dei fratelli Mariano e Salvatore Pietrini. Parafrasando il nome arabo della contrada in cui si sviluppa, Jalari, che si traduce “pietra luccicante”, i due fratelli l’hanno declinata in ogni rappresentazione del luogo. Usata come materia prima in quanto pietra del posto, soddisfa le esigenze ambientalistiche più ecocompatibili perché la scelta determinata suggerisce l’utilizzo delle risorse locali e in armonia col territorio nel quale si inserisce in così perfetta sintonia.

Questa adozione è stata operata da Salvatore Pietrini, ideatore della struttura e del pensiero architettonico -ambientale del Parco. Tutti i 35 ettari sono un museo a cielo aperto e conservano 15.000 reperti divisi per le 42 botteghe artigiane, quindi non decontestualizzate, allo scopo di immergere il visitatore nella fedelmente ricreata atmosfera della vita di un tempo.

Una cittadella, i cui viali arricchiti dalle centinaia di sculture e di fontane – tutte rigorosamente in pietra – scolpite da Mariano Pietrini(anche il nome suona come una predestinazione!), tracciano un percorso che procedendo dal primo viale, della “Confusione”, conduce a quello dei “Sogni”, passando attraverso ben 18 tra Piazze e Viali, superando, come in un percorso onirico-spirituale-mentale, la “Riflessione”, la “Riscoperta dei Valori”, il “Dolore”, l’”Amore”, la “Creatività”.

Una filosofia di vita questo tragitto più che un luogo geografico capace di cogliere attraverso i monoliti lo stupore basito di chi vi cerca un semplice museo, un luogo di ricordi, per trovarvi, invece, una vita parallela ricca di messaggi, di saggezza e forse anche un pizzico di follia. Le pietre come energia, come luce che riflettono il loro potenziale colto dalle abili mani e dal sapiente intuito dello scultore, dell’artista Mariano Pietrini che “figlio del vento” – come egli si definisce – trasforma subitaneamente in azioni i suoi pensieri, le sue intuizioni.

Attraverso un suo intimista percorso mistico, filosofico, artistico, profonde energia alle pietre che diventano opere d’arte, plasma a cui dare una forma. Altrettanto valido artista ma figlio di un percorso mentale differente, il fratello Salvatore, l’architetto, che da giovane ha vissuto viaggiando molto tra la Sicilia e la Calabria ma non con la “valigia coi lacci”, da emigrante come molti di coloro che gli sono stati compagni d’infanzia.

La lontananza, il distacco di questi amici dalla loro terra, ha posto domande al Pietrini e le risposte le ha trovate grazie “…al magico mondo di Jalari”. Il dialogo con moltissimi artigiani – maestri nel loro mestiere - e con altrettanto numerose persone di ogni estrazione sociale – dall’impiegato al filosofo – è stato illuminante. Ha scoperto il “servilismo” del siciliano che non sa chiedere per “diritto” ma per “favore”; che se non si inserisce nel “sistema” è costretto ad emigrare.

Il Parco Museo è dunque la logica conseguenza di tutto un modo di vivere la storia, le proprie e le altrui radici. Nel riconoscere il tesoro del passato per un arricchimento del presente, ma mai come nostalgico senso delle cose. E i 15.000 reperti originali catalogati dalla Soprintendenza dei Beni Culturali di Messina sono collocati nelle 42 botteghe che segnano un percorso della memoria che rivive attraverso immagini e suoni.

Si possono allora visitare la Casa Cuntadina(contadina), il Telaio, la Fornace(per la cottura dei mattoni di argilla), u Babberi(il barbiere), luogo d’incontro e di primitivo quanto efficace pettegolezzo, u Carraturi (il costruttore di carretti), u Ferrascecchi (il maniscalco), u Falignami (falegname), u Molafobbici (arrotino), a Stadda (la stalla), a Sena (noria = elevatore per liquidi o materiali terrosi, composto di vasche unite a catena in moto circolare), a Putia (bottega alimentare con vendita di vino in bicchieri), a Cascia i fusi (la cassa di fusi), u Mulinu (mulino), u Pammentu a virga (palmento seicentesco per la pigiatura dell’uva) con la grande vite senza fine e u Bastasi, il grande tronco che attraversa la bottega, pezzi essenziali del palmento a vite, invenzione greca, e poi u Quattalaru (costruttore di anfore e brocche d’argilla), u Ricuttaru (il pastore), u Scapparu (calzolaio), u Scappillinu (scalpellino) che oltre alle lapidi tombali era capace di vere opere d’arte, u Spiziali (farmacista), u Stagnataru (stagnino) tanto caro alle donne per la riparazione di pentole e arnesi da cucina, u Suddunaru (sellaio) che assicurava sereni viaggi a dorso di mulo, asino o cavallo, u Turneri (tornitore), u trappitu (frantoio delle olive) con la grande macina con le sporte in paglia, il bollitore per l’acqua e le giare – tanto care a Pirandello – per la conservazione dell’olio, oro giallo da portare sulle tavole apparecchiate per pranzi luculliani o frugali, u Spiritaru (colui che estraeva l’olio essenziale dagli agrumi).

Quest’ultima bottega “u Spiritaru”, fu un tempo e per molto tempo, una delle principali fonti di guadagno per l’economia messinese e barcellonese in particolare. Colui che estraeva dagli agrumi l’essenza alcolica che si trova nei pori delle bucce – mestiere che fu del padre dei fratelli Pietrini e oggi non è più esercitato da alcuno - si avvaleva di strumenti quali coltelli affilatissimi per tagliare in due parti le arance (prima fase, operata esclusivamente dagli uomini), rasteddi (cucchiai uncinati e affilati con l’aiuto dell’azzarino) per togliere la polpa dalla buccia (seconda fase, affidata alle donne che indossavano grembiuli cerati o di juta allacciati ai fianchi), cunculina per la sfumatura -operazione eseguita dagli operai più esperti (contenitore di terracotta su cui si appoggiavano le sponze/spugne, con l’aiuto di un ligneddu (legnetto) su cui si sfregavano le bucce per fare uscire l’essenza e infine le ramere (contenitori in rame dove erano custoditi gli oli essenziali prima della vendita – quarta fase).

Il lavoro si svolgeva ininterrottamente per non sciupare la materia prima e unico sollievo erano i canti delle donne, i racconti sulle gesta di Orlando e Rinaldo e perfino qualche barzelletta. Ma Jalari è anche luogo di consultazione e di studio, grazie alla biblioteca di cui dispone e che conserva volumi e carte documentali di rilievo. Una raccolta di proverbi e la realizzazione annuale di sagre ed eventi folcloristici – la festa dell’uva, la festa delle arance – costituiscono un ricco patrimonio immateriale non meno importante di quello strettamente etnografico – artigianale.

Nelle botteghe si possono leggere proverbi che spesso richiamano l’attività che vi rappresentano. Proviamo a indovinare a quale mestiere si gemellano alcuni proverbi. Tanti acchitti tanti buttuna / Tante asole, altrettanti bottoni; A lingua non avi ossa, ma rumpi l’ossa / la lingua non ha ossa, ma rompe le ossa; non tutti chiddi chi manciunu ricotta hanno i denti janchi / non tutti quelli che mangiano ricotta hanno i denti bianchi;… Ah! Com’è vera la saggezza popolare!

 

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