Per salvare Palermo
Ha spento 23 candeline quest’anno la Fondazione Salvare Palermo, nata come associazione nel febbraio del 1985 e trasformatasi dopo qualche anno, con atto notarile del 28 marzo 1999 in Fondazione, con lo scopo appunto – per autodefinizione - di salvare la città dall’incuria delle amministrazioni pubbliche e degli stessi cittadini.
Nel suo intento primario, quello di riservarsi una nicchia nel tessuto culturale della città, si trova a dare un contributo all’amministrazione comunale, regionale, mettendo in evidenza i problemi e diffondendo la conoscenza del patrimonio urbanistico-artistico cittadino.
Dal 1985 un’attività continua che si snoda attraverso visite guidate nel centro storico, conferenze, mostre; un’editoria qualificata che passa dalla rivista, oggi quadrimestrale, PER, erede della stessa “Salvare Palermo” - stampata dal 1993 fino al 2001 allo scopo di confrontarsi e dibattere delle emergenze artistico-sociali del patrimonio culturale cittadino, alle monografie della collana “Conoscere e tutelare”, dove figurano sempre firme prestigiose di esperti e conoscitori dell’arte per finire con le “Pubblicazioni”, in distribuzione anche presso le librerie più prestigiose del settore.
“Salvare l’arte non è l’unico scopo della Fondazione; bisogna vagliare ed affrontare i problemi che vi sono legati, a tutto campo: di carattere urbanistico, sociale, la tutela, la salvaguardia e la fruibilità di quelli che sono i beni culturali. Quelli che compongono il settore di cui si interessano, ma non si fermano soltanto ai problemi dell’arte”.
È quanto afferma il prof. Nino Vicari, ex presidente della fondazione che oggi conta circa 400 iscritti e un curriculum di attività che vanno dal restauro del palco della musica di piazza Castelnuovo effettuato circa 10 anni fa, il primo in ordine di tempo, all’ultimo, il restauro di alcune opere rinascimentali della chiesa di San Francesco d’Assisi, passando attraverso il restauro di alcune opere del Gagini, degli importantissimi stucchi del Serpotta, dalla guardiola di villa Bonanno a forma di tempietto attribuita a Damiani Almejda, ad alcuni tesori di Palazzo Abatellis, sede di un importante museo.
Molto si deve ai contributi personali dei soci e alle sponsorizzazioni di comune, regione con in testa l’assessorato ai beni culturali, alla fondazione Banco di Sicilia e altri enti di carattere privato. Salvare Palermo dopo avere “adottato” la basilica di San Francesco d’Assisi e restaurato le statue del Serpotta che vi si trovano, ha anche contribuito alla rivalutazione di questo grande artista che era caduto nell’oblio dei palermitani e delle amministrazioni pubbliche, organizzando una mostra ed una monografia a lui intitolata e dedicata.
È una commissione di esperti di altissimo livello - tra questi il prof. Vincenzo Scuderi già Sovrintendente ai Beni culturali in Sicilia – che ogni anno redige un elenco di opere da restaurare secondo criteri di priorità che viene segnalato alle pubbliche amministrazioni. Il 5 novembre scorso c’è stato un “cambio di guardia” nella Presidenza della Fondazione Salvare Palermo.
A Nino Vicari è succeduto, infatti, Salvatore Butera, già facente parte del consiglio direttivo e membro anche del consiglio direttivo della Fondazione Banco di Sicilia. Nessuna discordanza o divergenza tra i due presidenti; soltanto una scelta di “maggiore allargamento dell’ottica, per la ricerca di una maggiore identità storica, di una maggiore memoria”.
Dunque, non soltanto una funzione di divulgazione della cultura attraverso le opere di riqualificazione del territorio, direttamente o indirettamente con sollecitazioni mirate alla sensibilizzazione delle istituzioni o con interventi eseguiti “in proprio” nel restauro, per esempio, di opere di grande valore artistico o con l’intervento di pubblicazioni, bensì un qualcosa in più che si colloca, che affonda le radici nel tessuto urbano e sociale dei cittadini medesimi, nella loro storia attraverso la riqualificazione della memoria.
Un monitoraggio costante, un tramite verso le amministrazioni comunali, regionali che è riuscito ad indurre interventi in quartieri come l’Albergheria, uno dei più disagiati e ricchi di storia e di arte della città. Una delle imprese più importanti e di maggiore impatto ambientale che la fondazione ha realizzato è stata certamente quella di sottolineare all’amministrazione comunale di occuparsi delle sue quattro istituzioni che erano assolutamente abbandonate: la biblioteca comunale, l’archivio storico, il museo Pitrè e la galleria d’arte moderna.
Un’altra impresa su cui Salvare Palermo ha scommesso e per cui ha già indetto un convegno ed organizzato una mostra a cui hanno partecipato diverse istituzioni universitarie e la città di Roma nella persona di Veltroni quando ne era ancora sindaco: il risanamento e la restituzione alla fruibilità del quartiere Vucciria non come riesumazione di un mercato che forse non ha più la possibilità di riesistere, ma come patrimonio artistico-monumentale prezioso per i resti dei palazzi, delle fontane, delle chiese, ce ne sono ben nove, per i resti delle logge.
La proposta fatta al comune di Palermo era di farsi carico di un progetto globale che vedesse oltre al risanamento della Vucciria la creazione di un porto turistico alla Cala che non fosse soltanto un parcheggio per imbarcazioni residenziali, ma una ulteriore possibilità di sviluppo turistico per un approdo diretto nel cuore della città. L’intenzione è ambiziosa ma bisogna partire da un progetto.
E già alcune opere sono inserite in un programma che comunque prevede tempi di realizzazione non certamente brevi. A sessanta anni circa dalla fine della seconda guerra mondiale, causa anche le ferite inferte dai bombardamenti, il recupero edilizio monumentale del centro storico della città ha avuto interventi limitati. Nel 1995 la Regione Siciliana ha dato 150miliardi di lire non ancora spesi del tutto con i contributi ai privati; si spendono ancora soldi provenienti dalla Cassa per il Mezzogiorno.
La dimensione originaria del costo del recupero del centro storico per l’edilizia monumentale, senza contare l’apporto artistico, veniva valutato intorno ai 10.000miliardi di lire. “Resta la speranza che siano i privati a darle una mano a continuare l’opera di risanamento che da oltre venti anni già effettua affrancando talvolta le stesse istituzioni pubbliche dall’onere di prendersene le dovute cure.”
Così diceva l’ex presidente della fondazione e questo accadeva prima che l’assessore ai beni culturali e ambientali della Regione Sicilia suggerisse di affidare ai privati i beni artistici dell’isola. Forse bisognerebbe riflettere un attimo su questa proposta perché, come dice Vincenzo Consolo, lo scrittore siciliano, “ogni qualvolta lo Stato si distrae e lascia campo libero, scattano devastazioni e processi speculativi”.
Intanto, il 24 ottobre scorso è morto il grande storico e studioso della “sicilianità” dal punto di vista etno-artistico-storico-antropologico, Rosario La Duca e tutti gli appassionati della materia e seguaci del grande maestro che è stato, si interrogano su chi sarà il suo erede, chi prenderà lo scottante testimone di una cultura onesta come era lui e di come affrontava le mille difficoltà e gli impegnativi studi, costanti e seri, che per tutta la sua lunga vita - aveva compiuto 85 anni – lo hanno accompagnato e che lo hanno, con il rigore intellettuale che lo contraddistingueva, portato a regalare i sua preziosi libri d’arte, circa 6.000 volumi di inestimabile valore, all’Arcivescovado di Palermo con la consapevolezza – lui laico e di idee anticlericali – che il bene per lui più prezioso i libri, avrebbero avuto la dovuta cura soltanto in mano alla Chiesa.