Pasqua e rinascita
Nel marzo del 1979 una ditta di Daverio, in provincia di Varese, la P.L.V., stampava per conto della Libreria Editrice Vaticana una “Via Crucis” – Meditazioni di Paolo VI con commento di Giulio Madurini e pastelli di Fausto Pirandello. Scriveva Paolo VI: “Gesù morendo sulla Croce, ci ha salvati. Per noi Egli ha patito ed è morto. E come tante raffigurazioni della Croce nell’arte cristiana fanno sgorgare ai piedi di quell’albero di vita rivoli di limpida acqua per indicare la grazia, l’amicizia di Dio, i Sacramenti, così effettivamente dalla Croce scaturisce un torrente di misericordia e offre a noi, a tutti, l’inestimabile sorte di essere perdonati, di essere redenti.
Al punto tale che, con la liturgia della Chiesa, chiameremo “beata” la crudele Passione del Signore; poiché è fonte della nostra rinascita e della nostra felicità. Non più, dunque, la Croce è un patibolo di ignominia e di morte, bensì simbolo di vittoria. Possiamo, volendo, ricevere dalle lacrime, dal sangue, dalla morte di Cristo il nostro gaudio, la nostra speranza, la nostra salvezza”.
E che cosa è la Pasqua se non la perpetua, scandita, esatta liturgia che ha così veristicamente sintetizzato il Santo Padre? E quale pittore meglio di Fausto Pirandello, con i suoi tormenti di uomo, ha potuto rappresentare Cristo e la sua Croce? Un Cristo dolorante, sperduto nel dolore, strumento e a un tempo artefice del miracolo divino che volendolo uomo lo volle anche figlio suo e per questo immortale. Lui, la nostra resurrezione, redenzione e rinascita in un continuo alternarsi di dolore e beatificazione. Gli sguardi smarriti ma mai perduti nel nulla delle opere di Fausto Pirandello sono l’esatta simbologia, grazie anche ai tratti sofferti delle sue opere, dei suoi pastelli e dei suoi olii, di ciò che è il Cristo, di ciò che è ognuno di noi e di ciò che grazie a questa sua immensa sofferenza sarà la “beata Passione” di un domani.
La Via Crucis allora si rinnova ogni anno in molti paesi e in molte città della Sicilia che ha donato e nello stesso tempo racchiude in sé il seme di Fausto Pirandello, figlio di quel Luigi, agrigentino a sua volta figlio del “Kaos”(come egli stesso si definiva)e premio Nobel nel 1934. Sono le stesse fermate della salita al Calvario che si ritrovano in alcune rappresentazioni che celebrano la Pasqua Cristiana. A Pietraperzia (in provincia di Enna) il Venerdì Santo viene rappresentata la processione dell’altissima croce, dal suggestivo nome de “Lu Signuri di li fasci”.
Risale al 1300 questo rito e da sempre organizza le sacre rappresentazioni la confraternita Maria Santissima del Soccorso. La stessa custodisce all’interno della Chiesa del Carmine i costumi che risalgono al Trecento: camici bianchi con cordone in vita e pendenti in bianco e azzurro; guanti bianchi; il cappuccio e la mantella sono azzurri coi bordi dorati. Ancora oggi i fedeli riproducono gli stessi paramenti. Il Giovedì Santo iniziano i riti col passaggio per le strade del paese dei fedeli che intonano cori, lamenti e preghiere a ricordo della Passione di Cristo.
Il fercolo, il “Signuri di li fasci”, montato nella piazza antistante la chiesa del Carmine, consiste in un tronco di cipresso levigato a mo’ di palo lungo circa otto metri che termina in una croce con base in legno di rovere sul quale sono agganciate due assi di dieci metri, necessarie per il trasporto. Intorno alla croce viene fissato un cerchio di metallo a cui vengono annodate 300 fasce bianche di lino, larghe 40 centimetri e lunghe 33 metri. Ogni fedele prima di annodare la propria fascia, consegna ai confratelli un biglietto di iscrizione per registrare il numero di fasce utili a mantenere in equilibrio il palo lungo il percorso della processione.
Intanto, all’interno della chiesa, secondo un antico rito la cui origine non è nota, un membro della stessa confraternita, durante tutto il pomeriggio, pone dei nastrini rossi, i “misureddi” che, dopo la benedizione, i fedeli legheranno al proprio avambraccio o alla propria caviglia per farsi simbolicamente partecipi, delle sofferenze di Cristo. Nelle tarde ore serali del Venerdì il corpo di Cristo Crocifisso, con il rito del “passa di manu”(ogni fedele all’interno della chiesa lo passa ad un altro fedele), viene agganciato alla croce. Un altro confratello mima il gesto proprio della crocifissione e il Cristo viene inchiodato alla croce.
Ai suoi piedi viene fissata una sfera con vetri colorati che simboleggiano il mondo con le sue diversità su cui domina il Salvatore. Cinquecento uomini alzano il palo su cui domina la croce, manovrandola con le trecento fasce. Inizia così la processione con in testa il fercolo, seguito dall’urna del Cristo morto. Infine la Madonna Addolorata è portata da gruppi femminili. La processione dura circa quattro ore e ne scandisce i ritmi un altro confratello: tre colpi dati con un martello di gomma sul tavolo della “vara”(bara) indicano la partenza, due la fermata.
Momenti di tensione accompagnano il percorso ogni qualvolta, data l’altezza, il palo oscilla pericolosamente. “Attrantammu li fasci”(tiriamo con forza distendendo le fasce) o ”Allintammu li fasci”(allentiamo le fasce)gridato dai confratelli, scandiscono tutto il percorso nel tentativo di mantenere in costante equilibrio il percorso. La luce delle lampade poste sull’asse illuminano le fasce bianche di lino strette in cima e si può immaginare una montagna innevata sulla cui cima si intravede il Cristo Crocifisso. Un tempo dietro “lu cravaniu” (lu Signuri di li fasci) si potevano vedere sfilare tutti coloro che nel corso dell’anno avevano ricevuto la grazia di una guarigione per sé o per i propri cari. Camminavano scalzi e con una catena di ferro ai piedi (la prucissioni di li malati).
”Ladáta” sono le nenie tristi che gruppi di persone cantano in giro per il paese, accompagnando e commiserando il dolore per la morte sulla croce del figlio di Dio. Ma la Pasqua non è solo Passione, è anche Resurrezione. E’ liberazione dal peccato attraverso l’espiazione di Gesù. Battezzarsi da adulto come Cristo, in un bagno di acqua, è morire dal peccato per rinascere a nuova vita in un percorso verso la terra promessa, la nuova vita che Dio ha promesso. La data della Pasqua cristiana cambia di anno in anno perché viene celebrata la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera(21 marzo).
Cadrà quindi sempre tra il 22 marzo e il 25 aprile. Secondo la tradizione della Chiesa Cattolica, la data della Pasqua viene annunciata dal sacerdote ai fedeli nel giorno dell’Epifania(6 gennaio). In provincia di Palermo, a Casteldaccia la Via Crucis è vivente e viene rappresentata da circa 80 ragazzi che interpretano i personaggi dell’epoca romana riportati nelle Sacre Scritture. A Piana degli Albanesi, anch’essa in provincia di Palermo, si festeggia la Pasqua Bizantina. I riti iniziano con i ”Lazeri” che celebrano il miracolo della Resurrezione di Lazzaro. Sono frequenti e intensi i canti dei salmi e i fedeli si alternano in prostrazioni profonde e nello stare in piedi, i colori rosso e viola nei paramenti sostituiscono il giallo oro.
Ogni gesto, le processioni, i canti, gli incensi, i profumi sono in perfetta armonia con l’interiorità della sofferenza e della resurrezione per la chiesa. Anche la Domenica delle Palme (Rromollidhet) segna un momento di grande solennità nelle celebrazioni di Piana con la benedizione dei rami di ulivo e delle foglie delle palme. Nel giorno più triste per la comunità cristiana, il Venerdì Santo, non si ode mai il suono delle campane e i batacchi vengono legati per impedire qualsiasi oscillazione che potrebbe farle suonare. Verranno dispiegate al suono la Domenica di Resurrezione(Pashkët).
E nel giorno di Pashkët, le donne in corteo si avviano alla piazza principale dove vengono benedette le uova dipinte di rosso o di giallo e distribuite nelle case dalle stesse donne che indossano i loro meravigliosi e preziosi costumi del ‘400 in cui si possono ritrovare cinture intessute in fili d’oro, simbolo di un dono prezioso che Cristo con la sua Resurrezione ha fatto all’umanità Cristiana tutta, rinnovando ogni anno, col suo sacrificio, la rinascita della natura.