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Operaio di sogni

Se avesse potuto scegliere, forse Salvatore Quasìmodo, uno dei più illustri e illuminati poeti, liricamente concreto e legato alle cose della vita terrena del secolo XX°, il 20 Agosto del 1901 non sarebbe nato a Modica, in provincia di Ragusa oggi, un tempo appartenente al territorio di Siracusa, bensì all’ombra di un tempio della Grecia classica, onorando così anche i natali antichi della nonna greca, Clotilde Papandreu, originaria di Patrasso, madre di sua madre, Clotilde Ragusa.

Il suo dolore per la frequentazione dei morti del disastro del terremoto-maremoto che il 28 Dicembre 1908 distrusse la città di Messina e insieme ad essa le speranze, le aspettative, le vite di quanti si trovarono sepolti dalle macerie provocate dai crolli degli edifici e dai dissesti tellurici, fu certamente eguagliabile al sentimento espresso dagli scrittori delle tragedie greche perché lasciò in lui un senso profondo di irrinunciabile, veemente dolore, disperazione, catastrofe che trovò sollievo nel trasformare in liricità, anch’essa propria dei poeti ellenici, il senso della morte, del dolore, dell’amore.

Si trovò così all’età di appena otto anni a vivere, come tanti altri superstiti, in un carro merci in sosta ad un binario morto della stazione ferroviaria di Messina, con la famiglia trasferita in quella città subito dopo il disastro del 28 Dicembre perché al padre Gaetano, capostazione, vennero affidati i lavori di riorganizzazione dell’importante scalo ferroviario della città dello stretto.

Un animo irrequieto il suo e un carattere difficile che lo portarono, conseguito il diploma di geometra all’istituto A.M. Jaci di Messina, a Roma per iscriversi alla facoltà di Agraria dove però non completò mai gli studi.

Spesso in contrasto generazionale e caratteriale con il padre che lo avrebbe voluto in possesso di un lavoro sicuro, pur svolgendo lavori precari, ora di commesso in un negozio di ferramenta, ora di disegnatore, riesce a studiare latino e greco al Vaticano, sotto la guida di Monsignor Mariano Rampolla del Tindaro, illustre erudito, fratello del suo docente di Italiano al liceo Jaci.

E’ di quel periodo lo spostamento di accento del cognome che da Quasimòdo – come era in origine - il poeta trasforma in Quasìmodo.
Tra le sue opere più pregevoli le traduzioni dei lirici greci e di autori latini.
Questa “mediterraneità” non lo abbandonerà in nessuna delle sue opere, facendone uno dei poeti italiani più sublimi.

Visse fin da ragazzo a contatto con illustri personaggi quali Salvatore Pugliatti – giurista - e Giorgio La Pira – politico -, siciliani, che non disdegnavano la letteratura.; Elio Vittorini (era il marito della sorella Rosa) che lo introdusse nei salotti letterari fiorentini; Eugenio Montale (che non apprezzava molto: le loro poetiche erano diverse; Montale più anglosassone, Quasìmodo mediterraneo – come dice il figlio Alessandro).

A Milano dove si trasferì grazie all’interessamento dell’Accademico d’Italia Angiolo Silvio Notaro dopo avere abitato a Reggio Calabria e poi a Firenze e ancora ad Imperia in qualità di Geometra straordinario del genio civile, conobbe e frequentò – anche dopo il suo trasferimento a Sondrio, uomini di cultura e artisti quali Gatto, Flora, Solmi, Fontana, Cantatore (che fu padrino di battesimo della figlia Orietta nata dalla relazione con Amelia Spezialetti), Carrà, Sironi e Sassu, questi ultimi tra i più importanti pittori italiani del 1900.

Certo in Sicilia non avrebbe potuto avere quei contatti culturali che altre città d’Italia gli offrirono, ma la terra natale “…rimane nel cuore perché viene mitizzata…” ci dice Alessandro figlio di Salvatore Quasìmodo e di Maria Cumani, famosa ballerina, seconda moglie e vero grande amore-pur se molto tormentato- del poeta, e continua: “…Quando uno sta lontano viene questo “mal di Sicilia che è lo stesso del “mal d’Africa” per cui pensi che è la terra promessa….C’è il mare, c’è l’Etna, c’è un clima meraviglioso, ci sono le arance…ma a volte viene una certa crisi di rigetto…”.

Ma una qualche “sicilianità” dell’anima gli era rimasta, nel suo modo di essere.
“Sono delle debolezze”– spiega Alessandro riferendosi, per esempio, alla compagnia di una segretaria in occasione della consegna del premio Nobel conferitogli il 10 Dicembre 1959 – a cui fu peraltro impedito di assistere sia alla cerimonia, sia al banchetto ufficiale – preferita a quella del figlio che lui si rifiutò di portare a Stoccolma; “…ho trovato un fatto egoistico quello di non coinvolgere la famiglia, molto egoistico.

Sono anche queste retaggio un po’ siculo- arabe: quest’idea dell’uomo che è il fulcro intorno a cui tutto gira; l’ideale sarebbe quello dell’Harem: questo sentirsi anche uomo oggetto. Lui non ha mai resistito a nessuna possibilità che gli si sia offerta. E questo in un arco di persone tra le più varie, tra persone di età tra i 20 anni e gli 80. Non ha mai fatto distinzione…l’idea che lui era poeta affascinava e approfittava di ogni occasione, incrinando così – secondo me - molto i rapporti familiari, con mia madre, con me che ero ragazzino ma….vedendo le cose dal di fuori…giudicavo”.

La mitica figura del poeta si infrange, dunque, sui fatti di vita quotidiana, sulla impossibilità di comunicare serenamente tra padre e figlio, tra Salvatore e Alessandro, così come era avvenuto tra Giacomo – suo padre – e Salvatore.
La gelosia che egli nutre nei confronti della moglie a causa della presenza del figlio causa attrito all’interno del nucleo e le continue “distrazioni” sentimentali del poeta spingono Alessandro, benché adolescente, a fare allontanare la madre dal padre, per evitare anche i pettegolezzi che si mormoravano nei salotti milanesi e che la indebolivano sempre più, lei così fragile…

“Ho cominciato, invece, a riavvicinarmi a lui quando, da ragazzino sono venuto le prime volte in Sicilia perché, leggendo le sue opere, ho cercato di entrare nel suo mondo..vedendo i luoghi, le persone e poi negli ultimi anni quando l’ho sentito stanco, malato (gli infarti…). Io non ho mai avuto dal punto di vista umano dei rapporti con lui: l’ho sempre cercato attraverso quello che lui ha scritto, la sua coerenza di scrittore e di persona con le idee chiare di un certo orientamento politico, di un certo modo di pensare…Però , secondo me, ha dissipato molto la sua vita…”

In un momento di massima collaborazione con il figlio, riadattò in metrica un componimento che Alessandro aveva svolto come compito di italiano assegnatogli dal professore. Forse Salvatore Quasìmodo non seppe mai che quella poesia meritò un semplice 8 e non uno sperato 10, né quel professore d’avere dato un “semplice” 8 al premio Nobel Quasìmodo.

Salvatore Quasìmodo ottenne due lauree Honoris Causa : una a Messina insieme alla cittadinanza onoraria e l’altra a Oxford.
Si spense in automobile, nel tragitto tra Amalfi e Napoli dove, lo stavano portando a seguito di un attacco di ischemia cerebrale.

“La migliore definizione di mio padre “ - dice Alessandro che ha ereditato da entrambi i genitori la vena artistica essendo un affermato attore di teatro –“ l’ha data un giornalista e che gli corrisponde pienamente, che ha scritto di lui: un ficodindia. Devi stare attento a maneggiarlo perché potresti spinarti, poi una volta entrato nella polpa può anche essere dolce”.

A noi piace, al di là del suo carattere spinoso, ricordarlo come poeta, come “uno dei tanti operaio di sogni”, come gli stesso amava definirsi.

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