Nella sciara dell'Etna
“Di Mungibeddu tutti figghi semu / terra di focu, di canti e d’amuri (Di Mongibello tutti figli siamo / terra di fuoco, di canti e di amori)”. E l’Etna, questo è il nome del vulcano che domina la piana di Catania, si può considerare il cuore pulsante della Sicilia. Con i suoi 3.320 metri sopra il livello del mare domina il Mediterraneo e dalla sua cima, il suo cono, il panorama è davvero mozzafiato.
Il bianco delle nevi perenni si staglia contro l’azzurro del cielo e separa idealmente la candida sommità dalla lava che in un gioco di sfumature – dal nero al grigio antracite – mostra in tutta la sua interezza la desolazione di un deserto di magma rappreso e di cenere. Più in basso è tutto un rifiorire di vegetazione: dalla “saponaria” all’ “astragalo” (siamo sui 2400 m) e qualche muschio e lichene.
Il “pino loricato”, la “betula aetnensis”, il faggio e un po’ più in giù il castagno e l’ulivo (verso i 2000m). Coinquilina è la ginestra dell’Etna, gialla e lucente come gocce d’oro profumate poggiate contro il nero della lava a impreziosirne e illuminarne il cupo terrore che può incutere il vulcano. Via via, scendendo, la lava che col trascorrere del tempo ha reso fertilissimo il terreno, regala, in collina, i vigneti di quel “Nerello” genitore dell’Etna D.O.C..
Alla stessa altezza, ma nel versante Nord-Ovest, un altro prodotto famoso nel mondo per la sua bontà, il pistacchio di Bronte e un altro ancora, le fragole di Maletto. Sono particolarmente gustose alcune varietà di pere e di pesche, la più famosa delle quali è quella denominata la “tabacchiera dell’Etna” per la sua particolare forma schiacciata. Sebbene circa centocinquant’anni fa erano presenti sulla “Muntagna”come anche viene chiamato il vulcano, vivevano lupi, cinghiali, daini, caprioli, oggi, anche a causa del disboscamento incontrollato e della massiccia presenza di cacciatori e di visitatori disattenti, è ben diversa la fauna che vi si incontra e soprattutto di piccole dimensioni: istrice, volpe, gatto selvatico, martora, coniglio, lepre e ancora donnola, riccio, ghiro, quercino e alcune specie di topo, pipistrello, serpente.
Circa 500.000 anni fa, quando il vulcano ebbe origine, la sua altezza era inferiore ed è andata aumentando nel tempo proprio a causa delle colate di lava che sono state eruttate violentemente dai crateri sui fianchi del “gigante” accumulandosi una sull’altra. Quando un secolo fa, nel 1910 la cometa di Halley vagava per il cielo sovrastante la Sicilia, si temettero cataclismi e disgrazie di ogni genere. Nulla di tutto ciò, ovviamente, a parte un ingente aumento del costo delle “spagnolette” (così erano chiamate le sigarette) o un pre*sunto caso di reincarnazione o altre facezie del genere.
Fu addirittura considerata un miracolo l’assenza di vittime in occasione dell’apertura – uno dietro l’altro – di crateri a quota 2500 metri che per 25 giorni di fila, mandarono fuori fiumi di lava ( tra l’altro si formò un monte a cui fu dato il nome di Recupero). Per la cronaca, nello stesso anno scese in Sicilia il grande e ammirato trasformista Leopoldo Fregoli e la ballerina Salomè si esibì – come era suo costume – senza…costume, nuda perché, come diceva la reclame:”…Danza ed è elegante, corretta, originale.
La sua nudità non offende: è bella”. Nello stesso anno Nino Martoglio, vero creatore del teatro dialettale siciliano, riuscì addirittura a fondare un “Compagnia siciliana”. Lungo le sciare (come affettuosamente i catanesi chiamano le colate laviche) di fuoco che come straripanti sentieri hanno solcato, e ancora lo fanno, i fianchi della montagna nera sono vie che portano ai tanti paesi abbarbicati tenacemente alle sue pendici.
Come tenaci sono le radici degli alberi dei suoi boschi – conifere e castagneti – che disegnano paesaggi alpini o i suoi vigneti che inebriando col loro dolce nettare gli animi di chi ne gode gustandolo, si aggrappano a questa terra / madre che incute insieme rispetto, paura e passione. Trecastagni, piccolo centro, che deve il suo nome – secondo gli abitanti – ai suoi tre santi patroni: Alfio, Filadelfo e Cirino, detti , dal latino, “tres casti agni” ovvero i tre casti agnelli. Invero il toponimo è di origine botanica.
Ogni anno nella notte tra il 9 e il 10 maggio, si svolge la “Processione dei nuri (nudi) in cui il reliquario dei Santi viene portato in processione dai membri della confraternita che a piedi scalzi(nuri), con calzoncini e fascia rossa portano torce pesantissime. A 550 metri si incontra Linguaglossa che deve la sua denominazione ad una grossa lingua di lava eruttata dopo il 1634, come è scritto sul palazzo comunale. Il suo nome, però, potrebbe sembrare la ripetizione della stessa parola “lingua”, in latino “glossa”, in greco così come accade per altre località italiane.
In questo caso, in dialetto siciliano, la cittadina viene chiamata “Linguarossa” perché in siciliano “rossa” significa “grossa”. Ma non è per il suo nome che il paese è famoso: piuttosto per la produzione di vino, per la coltivazione delle nocciole, per il legno e la resina gommosa. Anticamente la neve che si accumulava sull’Etna veniva conservata, schiacciata, fino all’estate per preparare gustose granite.
Linguaglossa vanta i natali dello scultore e poeta Francesco Messina (15 Dic.1900-Milano,13 Sett.1995), autore del “Cavallo morente”, posto davanti la sede RAI, a Roma e di altre opere che hanno trovato collocazione al Vaticano, davanti Castel Sant’Angelo a Roma e a San Giovanni Rotondo, paese di San Pio. Vi nacque pure Luigi Di Bella, medico, oncologo che ebbe momenti controversi di gloria – trasformatisi presto in tristi – per il discusso metodo per la cura dei tumori, chiamato appunto “metodo Di Bella”. Su Linguaglossa e su Sant’Egidio Abate, divenutone patrono, aleggia pure una leggenda.
Durante un’eruzione, la lava giunta alle porte del paese, mise in fuga tutti gli abitanti. Rimase soltanto una vecchietta paralitica che, apparsole Sant’Egidio, dietro suo consiglio, improvvisamente e miracolosamente guarita, suonò a distesa le campane della chiesa per richiamare i compaesani. A loro chiese di mettere il suo bastone davanti la lava che improvvisamente si arrestò, risparmiando la rovina del paese. Da allora, ad ogni eruzione della “Montagna”, viene posto all’ingresso degli abitati, la statua del santo o un suo cimelio.
Da Linguaglossa è d’obbligo una deviazione alle Gole dell’Alcantara, luogo suggestivo in cui le fredde acque del fiume omonimo, scorrendo, hanno eroso nel tempo le lave basaltiche. Appena sopra l’abitato di Milo, altro comune sulle pendici dell’Etna, nei pressi di “Fornazzo”, eletto villaggio d’Europa per la pace che vi regna sovrana, si trova una piccola cappella dedicata alla Madonna, immersa nel nero della lava a causa di due eruzioni: la prima ne raggiunse le propaggini, la seconda ne distrusse una parete, sostituendosi ad essa. A Sant’Alfio si trova, invece, la più bella chiesa costruita in pietra lavica.
E’ il “Castagno dei Cento Cavalli”, un albero la cui età è stimata tra 2000 e 4000 anni e ha una circonferenza di 60 metri. Narra una leggenda che durante un temporale vi trovarono riparo la regina Giovanna d’Aragona e il suo seguito di 100 cavalieri. E’ considerato l’albero più grande e più vecchio d’Europa. Randazzo, nel cui comune si trova un Palazzo Reale Normanno di stile gotico e un Castello Svevo che fu carcere, rinomato per la salsiccia e il vino rosso che vi si producono, è il paese più vicino al cratere centrale dell’Etna. Fortunatamente è sempre stato risparmiato nei millenni dalle colate laviche.
Dire pistacchio, almeno in Sicilia (ma noi crediamo in molta parte del mondo) è dire Bronte. Ne è la capitale, per la sua grande e selezionata qualità che ne ha fatto il centro più importante e famoso per la produzione. Durante la “sagra del pistacchio” (non poteva mancare!) che ogni anno viene organizzata alla fine di settembre, si possono gustare tutte le specialità gastronomiche a base di questo delizioso prodotto della terra. A pochi chilometri si trova il Castello di Maniace, vicino all’omonimo paesino.
Ex convento, fu conferito insieme ai circa 9000 ettari di feudo all’Ammiraglio Nelson, nominato Duca di Bronte nel 1799, con decreto di Re Ferdinando III di Borbone, riconoscente per l’aiuto ricevuto in occasione della rivoluzione di Napoli del 1796. Nel 1981 il Castello fu venduto dagli eredi, Hood Bridport, insieme ai terreni, al comune di Maniace. Facciamo torto agli altri comuni tenacemente aggrappati al Mongibello, non citandoli singolarmente e ricordando di ognuno una caratteristica, una particolarità, una suggestione.
Ma sono davvero troppi e molti di essi con una bella storia da raccontare. Non ce ne vogliano. Sono tutti, comunque, parte di quel meraviglioso paesaggio che nelle notti buie diventano fari e giochi di luce splendenti contro il mantello nero della Montagna, sempre pronta a sorprenderli illuminando col rosso acceso della sua sciara di fuoco ogni notte in cui gli onesti prendono sonno e sognano, chissà, forse Vulcano che forgia ancora le saette degli Dei dell’Olimpo, temendo di sentire le grida di Cerere che invoca la figlia Proserpina.
Noi preferiamo, da svegli, riascoltare la canzone:”…L’uduri di la zagara si senti / e turnau la bedda primavera…….Rosi sbucciati a lu suli cucenti / Sicilia bedda tu si ‘na sciurera……Chi sciauru, chi sciauru / di balìu e di rosi” (L’odore di zagara si sente/ed è tornata la bella primavera….Rose sbocciate sotto il sole cocente/Sicilia bella tu stessa profumi…Che profumo, che profumo/di violacciocca e di rose).