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Mungibeddu

Ogni anno, il 17 agosto, si concludono con una processione guidata dall’Arcivescovo di Catania, le celebrazioni in onore di Sant’Agata, patrona della città, iniziate nel mese di febbraio. Le reliquie tornano nella chiesa intitolata alla santa martire a memoria del loro rientro a Catania da Costantinopoli, ad opera di due soldati. Si narra che quando nel 252 l’Etna, il vulcano che sovrasta la città siciliana eruttò - era passato un anno dal martirio – il popolo prese il velo della santa che era rimasto incontaminato dalle fiamme del supplizio e ne invocò il nome.

Da quel momento l’eruzione cessò e i devoti ancora oggi si rivolgono a lei per combattere i lampi e il fuoco. Un rapporto di amore e odio lega gli abitanti a “a muntagna” (la montagna) come gli etnei usano chiamare il vulcano. E le sue eruzioni regolari e spesso drammatiche hanno suscitato sempre grande interesse per la mitologia classica che, attribuendone il comportamento a dei giganti della leggenda greca e romana, vi hanno costruito intorno un alone di mistero e insieme di familiarità.

Del dio Eolo - re dei venti - si diceva li avesse imprigionati sotto le caverne dell’Etna e secondo Eschilo – il poeta e tragediografo greco, Tifone, un gigante confinato nelle sue viscere, fu causa di eruzioni. Di Efesto (per i greci) o Vulcano (per i latini) dio del fuoco, fabbro degli dei dell’Olimpo, si diceva che avesse la sua fucina sotto “a muntagna”, mentre i Ciclopi (Ulisse li incontrò nel suo lungo peregrinare) vi possedevano un’officina in cui forgiavano le saette usate come armi da Zeus.

Anche del Tartaro, il mondo dei morti greco, si diceva si trovasse sotto il vulcano. E forse nel suo cratere, dove – secondo la leggenda – si buttò il filosofo e uomo politico Empedocle del V secolo a.C., risiede pure l’anima della regina Elisabetta I d’Inghilterra, a causa di un patto che lei fece col diavolo in cambio del suo aiuto durante il suo regno. Si erge per circa 3.400 metri; il suo diametro è di circa 45 chilometri ma il suo aspetto e la sua altezza, per via delle eruzioni, sono mutevoli.

Quando 600.000 anni fa cominciò a formarsi, al suo posto, si ritiene, c’era un ampio golfo nel punto di contatto tra la zolla eurasiatica a nord e quella africana a sud in corrispondenza dei monti Peloritani e dell’altopiano Ibleo. Moltissime eruzioni hanno, nel corso dei millenni, contribuito a dare l’odierno aspetto alla montagna. Anche negli ultimi decenni, con l’apertura di nuove bocche e i residui del materiale esplosivo deposto lungo i suoi costoni e le sciare, il paesaggio è mutato, costringendo a volte l’uomo ad abbandonare alcuni siti ritenuti precedentemente sicuri.

Nell’eruzione del 5 aprile 1971 vennero distrutti l’Osservatorio Vulcanologico e la Funivia dell’Etna; quella del 1981 tagliò la Ferrovia Circumetnea e fermò la sua discesa ad appena 200 metri dal paese di Randazzo. Nel 1983 furono 131 i giorni “eruttivi” e la lava emessa ebbe la consistenza di 100 milioni di metri cubi che distrussero la funivia. Ma questa data è molto importante perché segnò il primo tentativo al mondo di deviazione della colata lavica per mezzo di esplosivo.

Con grande sacrificio di mezzi (le punte di foratura utilizzate furono rovinate) e di uomini, date le temperature elevatissime, la colata venne deviata, anche se l’eruzione terminò poi ben presto. Nel 1991 venne “attaccata” la Valle del Bove e il 25 dicembre si temette per la sorte di Zafferana Etnea. Un argine di 20 metri d’altezza, costruito in gran fretta, resse per due mesi la spinta della lava e lo stesso sistema, nel 2001, salvò il rifugio Sapienza e fu oggetto di studio da parte di osservatori internazionali, tra cui tecnici giapponesi.

Nell’VIII millennio a.C. una frana demolì circa 1/10 del cono sommitale, precipitando in mare e provocando un terribile tsunami verso il Mediterraneo orientale e sud orientale con onde alte fino a 40 metri. Dubbi e controversie sulla memoria di questa catastrofe che la vuole come causa della scomparsa di Atlantide, citata da Platone come informazione ricevuta dai sacerdoti egiziani, non sono però ancora stati del tutto dissipati.

Il gigante buono – come spesso viene definito – per la sua incantevole posizione che permette di guardare a 360° il panorama che lo circonda, d’inverno si ricopre di neve che dura spesso – sotto forma di ghiacciaio – anche durante i mesi più caldi, offrendo la possibilità a turisti e sciatori di godere di uno spettacolo singolarmente affascinante: dal freddo ghiacciaio, dai campi di sci, guardare il mare dominandolo, con la sensazione di potervi volare sopra dopo una discesa sulle piste bianchissime.

Fantastico contrasto di colori, l’azzurro del mare, il bianco delle nevi e il rosso della lava che battezzò la montagna con il nome greco aitho (bruciare) e con quello succedaneo, arabo, di Jabal al-burkan o Jabal Atna Siqilliyya (vulcano o montagna somma della Sicilia). Per la sua maestosità (è il più alto vulcano d’Europa) fu poi mutato in Mons Gibel, la montagna due volte (dal latino mons = monte; dall’arabo Jebel = monte).

Mongibello, dunque, come qualche anziano e il folclore chiamano ancora l’Etna. “Di Mungibeddu tutti figgi semu/terra di focu, di canti e d’amuri/st’aranci sulu nui li possidemu/e la Sicilia nostra si fa onuri…” [Di Mongibello tutti figli siamo/terra di fuoco, di canti e d’amore/ queste arance solo noi le possediamo/la Sicilia nostra si fa onore…] Così recita una delle tante canzoni popolari in dialetto siciliano in cui l’amore per “a montagna” e la Sicilia esplode come fuoco (mai sostantivo fu più appropriato) nell’animo gonfaloniere siciliano.

Al di là di ogni considerazione storica, geografica, geologica, ci piace osservare l’Etna dal punto di vista leggendario, mitico, ricordando un racconto di Ovidio, il grande poeta latino, tratto da “Le Metamorfosi”. Un giorno, nei pressi del lago Pergusa, non lontano da Enna, la giovane Proserpina, bellissima figlia della dea Cerere (protettrice dell’agricoltura) raccoglieva fiori in compagnia di alcune fanciulle.

Plutone, stanco delle tenebre in cui viveva, decise di andare in superficie, ritrovandosi così improvvisamente al cospetto della giovinetta la quale, spaventata nel vederlo così nero e con gli occhi di fuoco, tentò di scappare. Non riuscì però a sfuggire alla sua presa e si ritrovò nel profondo del vulcano, sua sposa e prigioniera. Cerere, sua madre, si rivolse a Giove, fratello di Plutone, per riabbracciare la figlia.

Ma il padre degli dei non volle tradire suo fratello e così la dea delle messi per il grande dolore non si curò più della campagna, quindi venne un periodo di terribile siccità e il paesaggio divenne desolato. Il sole che sapeva tutto del rapimento di sua figlia, la informò. Allora Cerere chiese giustizia a Giove e potè ottenere, per intercessione di Mercurio (ambasciatore degli dei) di tenere con sé la figlia per sei mesi l’anno. Infatti, una legge degli inferi – per il ritorno in superficie – obbligava al digiuno.

Proserpina, ignara di ciò, aveva mangiato sette chicchi di melograno (frutto simbolo di fedeltà coniugale), così fu condannata a rimanere gli altri sei mesi col marito. Ovidio, “ospite” nella nostra terra per qualche tempo, osservandone il clima temperato, ha voluto impersonare – come sempre accadeva nei miti – l’alternarsi delle stagioni. Noi preferiamo “credere” nella poesia, fiduciosi che ancora una volta (per dirla con Fernanda Pivano) essa dominerà il mondo per la salvezza dell’umanità.

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