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Maiorchino, ovvero il Carnevale di Novara Sicula

Il suo più antico nome glielo diedero i Sicani e fu Noa che significa “maggese” dalla vocazione agricola della zona. Nel corso della sua storia, attraversata da vari popoli, fu nel tempo cambiato in Novalia (campo di grano) ad opera dei Romani; in Nouah (giardino, orto, fiore) dagli Arabi, per arrivare al Medio Evo in cui, in una successione di trascrizioni, troviamo documentati: Nucaria, La Nuara, La Nucharia, Nugaria, Nutria, Nutharia, Nocerai, Noara fino ad arrivare all’odierna Novara.

In provincia di Messina, vanta origini preistoriche (mesolitico) testimoniate dalla presenza di rudimentali abitazioni scavate all’interno della roccia Sperlinga e dai ritrovamenti di frammenti di ceramica e di vasi. Si ha motivo di ritenere che 2000 anni prima di Cristo, nella contrada oggi chiamata Grottazzi, abitassero i Ciclopi.

Al tempo del dominio romano furono chiamati Noemi da Plinio (scrittore e storico latino) e raggiunsero il massimo splendore in età greco-romana fino a quando il terremoto che distrusse Tindari (tra il 24 e il 79 d.C.) non la danneggiò notevolmente. I Saraceni la abitarono e fortificarono e vi costruirono un castello i cui ruderi sono stati dichiarati “di Interesse Storico e Architettonico”.

Del XII° secolo restano le tracce dell’antico monastero cistercense di Vallebona, distante pochi chilometri dall’abitato. Primo nel suo genere in Sicilia, fondato da Ugone Cistercense inviato nell’isola a sancire la pace tra il Papato e il Regno di Sicilia, fu abitato fino al 1659. In seguito i monaci bianchi si trasferirono in un nuovo monastero, al centro di Novara, e in quell’area oggi è sita la chiesa abbaziale di S. Ugo in cui è custodito il corpo del santo e le reliquie – più di 100 – sistemate in un antico e prezioso reliquario ligneo.

Il borgo di Novara Sicula raggiunse il massimo splendore nel secolo XVII° e il tessuto edilizio allora costituito è stato mantenuto intatto nel tempo. Stradine acciottolate, viuzze e vicoli (vaelli) sovrastati da archi, sostegni dei balconi in pietra arenaria scolpita, sono l’immagine da cartolina di questo luogo che è stato definito “uno dei più bei borghi d’Italia”.

Anche le tradizioni sono rimaste in buona parte intatte e sono quasi sempre di natura religiosa. Il Festino di Mezz’agosto, un tempo ancora più importante di adesso, fu descritto con toni lusinghieri dallo storico Giuseppe Pitré e sottolineato come uno dei più rilevanti della Sicilia orientale perché, durante le celebrazioni, vengono mostrate al pubblico per le strade del paese ben 15 statue per onorare la Madonna Assunta, protettrice della città.

Un’altra data importante per le celebrazioni, ma che si colloca tra il sacro e il profano, si tiene nel periodo carnevalesco con il “Trofeo del Maiorchino”, formaggio pecorino che affonda le sue radici nel 1600.

Rivelando la sua natura genuinamente contadina e saldamente ancorata alle tradizioni rurali più antiche, anche quest’anno si svolge l’antica gara del giuoco della “ruzzola del maiorchino” .

Sono 20 le squadre i cui nomi sono gli stessi dei quartieri gallo-italici del borgo – che così rivela ancora oggi una matrice lombarda qui scesa a seguito dei Normanni – che ogni anno si cimentano in un appassionante torneo nel quale fortuna e abilità impalmano il vincitore di una avvincente gara in cui una forma di formaggio pecorino di circa 10-12 chilogrammi, spessa 10-12 centimetri, dal diametro di 35 centimetri, viene lanciata con il mazzacorto (lazzàda di 3–3,5 metri) legato intorno alla circonferenza e lasciato rotolare per le vie dell’antico borgo, come una ruota libera che srotoli attraverso un percorso obbligato, abbandonando la gara e sostituendo un giocatore di un quartiere con quello di un altro rivale qualora si sbagli il percorso, fino a quando non viene raggiunto il traguardo.

Al vincitore oltre al premio spetta insieme ai compaesani, la degustazione di tuma (formaggio fresco) e ricotta e della tradizionale e immancabile “maccheronata” condita con ragù di salsiccia e “nevicata” dell’insostituibile “maiorchino” grattugiato. Durante il difficile tragitto, oltre ai giocatori, alle strade, ai vicoli, ai ciottoli che determinano la vittoria o l’esclusione dalla gara, è protagonista la folla che incita, riconoscendone le doti di abilità insieme ai pregi e ai difetti, i tiratori mentre ricorda i lanci dei trofei passati dei giocatori “famosi” che hanno fatto la storia di questa antica tradizione.

È un rivivere i tempi andati lo scorrere delle parole in lingue diverse, in accenti arcaici che non vengono pronunciati mai durante l’anno ma si esprimono soltanto in questa circostanza, in questa sagra invernale ma di auspicio per una buona e fruttuosa primavera come è nel carattere proprio del Carnevale.

Il baccanale si conclude con il veglione danzante nel Teatro Comunale che accoglie maschere e costumi a cui ci si prepara per un anno intero. Nel 1800 esisteva una netta distinzione tra i ceti sociali e artigiani e contadini non avevano accesso al teatro, venendo relegati nell’alto loggione.

A loro erano interdette le danze. Con il trascorrere del tempo e con il cambiamento dei costumi, il ballo fu consentito a tutti , ma a turno tra i ceti (civili, artigiani, contadini). Nacquero così delle vere e proprie gare per la “classica contraddanza”. Le rivalità terminavano al momento della “sbaffatoria” (abbondanti libagioni di dolci) che si svolgeva a mezzanotte quando si concedeva una pausa agli antagonismi.

Oggi che queste antiche differenze sociali non esistono più, rimane viva la tradizione della sbaffatoria, arricchita nella varietà delle pietanze che continua a mettere tutti d’accordo. La città nei secoli passati godeva di una meritatissima fama per i suoi ebanisti, fabbri e scalpellini i quali, questi ultimi, tra l'800 e i primi del ‘900, le hanno fatto meritare l’appellativo di “Paese di Pietra” non soltanto per le strade in basole di pietra dette chiappe o ciappe, ma anche per le realizzazioni di sempre più raffinata, geniale e artistica produzione di opere di taglio e lavorazione dell’arenaria e del “Cipollino” (pietra rossa marmorea estratta dalla Rocca o “sgrieciu”) ben visibili nelle chiese, nei palazzi e nei “cagnò” (supporti sottostanti i balconi degli antichi palazzi).

Novara vanta pure la nascita nel 1808 di Salvatore Furnari, medico oculista che inventò un nuovo metodo per operare la cataratta e lo descrisse in numerose pubblicazioni insieme alle altre sue scoperte scientifiche. Era anche un esperto di lingue come il francese, l’italiano e, vera chicca per quei tempi, l’arabo.

Fu insignito dalla Francia del titolo di Cavaliere della Legione d’Onore e dall’Italia della medaglia dell’Ordine Reale del Merito Civile dal re di Napoli, Francesco I e con l’ammissione, come membro effettivo, all’Ac­cademia delle Scienze della città partenopea.

Fu anche amico di Vincenzo Bellini che ne tessé l’elogio funebre alla sua morte (Palermo, 19 giugno 1866). Durante il primo decennio del 1900 la cittadina poté godere di un periodo di rinascita economica grazie anche all’apporto delle rimesse degli emigrati sparsi per il mondo che, in gran numero, esportarono l’arte in cui erano maestri.

Ancora per pochi giorni, fino al 24 febbraio prossimo, martedì grasso, potremo sentire per le vie del borgo il rumore del maiorchino che rotola lungo il percorso e le voci dei paesani che incitano la squadra preferita in un antico ma non ancora dimenticato dialetto lombardo, come a significare che l’Italia è sì un paese “lungo”, ma in cui batte – anche se in lingue diverse – un unico cuore: la gioia di vivere, la gioia di condividere una festa che è allegria, che è tradizione: il Carnevale.

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