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Lu ìornu di li morti (Il giorno dei morti)

“C’era una volta…” la festa dei morti e sul calendario, il 2 Novembre, era segnato in rosso.

Cavallucci di legno a dondolo, pistole di latta con il fodero di cartone, bambole dai capelli ricci vestite di crinoline e nastri colorati, Pulcinella che suona i piattelli mentre gira su sé stesso, trombette, automobiline di lamierino, tricicli, monopattini, sbucavano dagli angoli più nascosti della casa quando, superata una notte insonne nell’attesa di smascherare i defunti che portavano i giocattoli e per l’ansia di non farsi scoprire nella ricerca di un nascondiglio rendeva questo giorno una ricorrenza festosa, in barba a lutti e sentimenti di morte.

Intanto, aspettando la mattina, superata la paura di svegliarsi in mezzo alla notte e vedere un qualche fantasma aggirarsi per le stanze o addirittura sotto il letto, i bambini, per ingraziarsi i cari defunti, recitavano – buttati giù dal letto la mattina presto dai loro genitori o dai nonni – questa filastrocca:
“Animi santi, animi santi,
Iu sugnu unu e vuiautri siti tanti:
Mentri sugnu ‘ntra stu munnu di guai
Cosi di morti mittitiminni assai.

(Anime sante, anime sante, io sono uno e voialtri siete tanti: mentre sono dentro questo mondo di guai cose di morti(giocattoli) mettetemene assai).
Chi non aveva provveduto in tempo poteva fare gli acquisti alla “fera(fiera) dei morti” a piazza Olivella, di fronte al Teatro Massimo.

Lì poteva anche consumare il rito dello zucchero filato, dolcissimo gomitolo, preludio di una goduria ancora da assaporare con gli occhi e col palato fra le mura domestiche, scartando la guantiera contenente i colorati frutti di martorana o le “pupe di cena” (fatte solo di zucchero fuso da cui il nome(G. Pitrè), simulacri di eroi carolingi.

La “fera” poi è stata spostata verso la marina, alla “Cala”, altro quartiere storico, antichissimo di Palermo alle spalle del Conservatorio di musica. Pian piano va allontanandosi sempre più verso le più moderne zone residenziali della città a testimoniare l’abbandono – in parte della tradizione, in parte di quelle che furono le strade e le dimore “nobili” di Palermo – da parte di chi continua a mantenere tuttavia il folklore popolare.

Così, mentre al cimitero si apparecchiavano le tombe con amorevoli fiori per profumare la strada dell’eterno andirivieni dei propri cari estinti, pietosamente prestando un ricordo floreale alla tomba sguarnita del vicino, sulle tavole dei vivi si posavano i retaggi di cerimonie conventuali sotto forma di frutti dolci che le monache del Monastero di Santa Maria dell’Ammiraglio o Martorana, da cui il nome(G. Pitrè), confezionavano, ornandone, gli alberi del loro giardino cosicché si arricchissero contemporaneamente di limoni, fichi, fave, albicocche, fichidindia, fragole, prugne, castagne, mandorle in un’unica fioritura…” in barba alle leggi della natura…sicché le monache…furono ben contente di essere riuscite a burlare perfino il buon Dio…”(E. Onufrio).

In alcune famiglie ancora oggi si mantiene viva la tradizione della prima colazione, dopo avere cercato e quindi trovato i giocattoli portati e nascosti dai “morti”, a base di “muffoletta” una sorta di focaccia di pane morbido con poca mollica, “cunzata”, ovvero condita con olio d’oliva, sale, pepe, origano, acciuga e pomodoro fresco.

Un altro cibo rituale per il giorno che commemora i defunti, sono le fave che…”Secondo gli antichi contenevano le anime dei loro trapassati: erano sacre ai morti. Presso i Romani avevano il primo posto nei conviti funebri”.

Questa testimonianza è giunta a noi dalle pagine di Giuseppe Pitrè, celebre letterato e storico del capoluogo isolano (Palermo, 21 Dicembre 1841 / 10 Aprile 1916), grande studioso del folklore siciliano e autore di numerosissimi libri di tradizioni popolari, nominato Senatore del Regno il 13 Dicembre 1914 quando le sue opere venivano tradotte e pubblicate anche in America per le Edizioni Crane.

Fino ai primi decenni del 1900 era usanza, per coloro i quali non avevano i propri cari estinti sepolti nei cimiteri, andare ad onorare i propri morti ai “Cappuccini”, ossia alle catacombe che sono di natura ben diversa da quelle romane o di altri luoghi che ricordano le persecuzioni cristiane e non.

Infatti, il 2 Novembre, non ci si poteva esimere dal recarsi nella storica sede del convento – sacrario di quanti lì (8.000 circa) sono ancora oggi in bella e terrificante mostra di sé per onorarli, lavarli, cambiare gli abiti.

Macabra usanza ma che dà la dimensione di quanto il popolo siciliano abbia tenuto in considerazione la morte non come senso terrifico ma come semplice trasformazione, come di una “eternità” benigna che travalica ogni paura dell’ignoto, ogni reale ed eterno abbandono: i morti sono presenti, sono tra noi e tanto vivi da portare in casa nostra doni per i bimbi, loro discendenti(ecco la continuità) e da essere accolti da noi come realtà vivente: sono nostri ospiti e così tanto graditi, che si prepara per loro (anche se poi ovviamente saranno i vivi a consumarne il contenuto) un cesto ben adorno e ricco di ogni leccornìa: fave, noci, mandorle, pistacchi, nocciole, (insomma quello che viene chiamato in dialetto ‘u scacciu), fichi secchi, datteri e l’immancabile frutta di martorana(marzapane) bella a vedersi oltre che gustosa da mangiare.

Con il 2 Novembre, dunque, comincia il carosello delle festività religiose che la Sicilia – forse più che altre regioni d’Italia – per le sue tradizioni ama accompagnare con l’aspetto profano -consumistico nelle sacre ricorrenze.

Non mancheranno, quindi, sulle tavole dei Siciliani la pietrafendola con la sua carta colorata e infiocchettata, i mostaccioli e i buccellati; la cassata vero e proprio tripudio di colori e sapori alla cui vista il piacere si moltiplica; e poi le sfince di San Giuseppe e la cuccìa – per ingraziarsi Lucia, la Santa che protegge la vista -; le chiavi di San Pietro – per assicurarsi un passaggio sereno nell’al di là - la cubàita (viva Santa Rosalia!) e infine il cannolo.

Sarà il vino Marsala che si santificherà per assolvere al suo assaggio tutti i peccati di gola.

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