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Lilium Petra

Giglio di roccia, sormontato dalla corona della città, è il suo stemma civico e il suo nome ha certamente la stessa etimologia. E’ Petralia (Lilium Petra) la cittadina madonita (in provincia di Palermo) che dai suoi 1147 metri sopra il livello del mare domina un vastissimo territorio che dal suo belvedere, abbraccia a 360° i monti delle Madonne, dei Nebrodi, l’Etna e fa intuire – appena un passo in fondo all’orizzonte – il mare.

In realtà le Petralie sono due e notizie certe sull’esistenza di quella Soprana e quella Sottana risalgono al 1258 con l’investitura da parte del figlio di Federico II, Manfredi, della Contea di Collesano a Enrico Ventimiglia, determinandone insieme alle loro sorti, ora l’unificazione, ora la separazione.

Sino alla fine del XV° Secolo (prima dell’Editto di espulsione del 1492) vi era insediata una comunità ebraica. Tuttavia, la storia di entrambe coincide e se ne fa risalire l’origine ai Sicani. Del periodo greco, che pure la attraversò, non si hanno notizie o resti. Di certo fu protagonista a partire dal III° Secolo a.C. sullo sfondo delle guerre puniche tra Romani e Cartaginesi, e nel 254 a.C. i consoli romani iniziarono il loro dominio per scelta degli abitanti del sito montano.

Il IX° Secolo la vide conquistata dagli Arabi che la ribattezzarono “Batraliah” fino a quan- do, nel 1062, non fu preda dei Normanni che, nella persona del conte Ruggero, innalzarono un nuovo castello, bastioni, torri e fortificarono il vecchio già esistente maniero. Dal 1258 in poi passò attraverso la proprietà di vari nobili casati. Conserva tuttora (Petralia Soprana) l’antico e fantastico assetto medievale che le conferi- sce un’aria di austerità e di eterna intatta nostalgia.

Le Petralie, durante il dominio dei Borboni, seguirono le sorti del Regno delle due Sicilie e nel 1860 parteciparono con un gruppo di volontari garibaldini alle sommosse antiborboniche e alla costituzione dell’unità d’Italia. Il XIX° Secolo vide una rinascita sociale e culturale di quello che era stato un sito prevalentemente rurale e monastico, divenendo il centro di tutto il comprensorio madonita dove si insediarono uffici pubblici e divenendo – per dirla con lo scrittore polizzano Giuseppe Antonio Borghese – “il centro più progredito” della zona.

Momenti di vera gloria li visse come tappa del “percorso” della Targa Florio. Nel periodo precedente la Grande Guerra (1915-1918) visse un consistente esodo migratorio verso le Americhe che nel secondo dopoguerra cambiò mete preferendo l’Europa centro-settentrionale, il Nord Italia, non tralasciando Palermo e le altre città costiere siciliane.

Nel 1943, dopo la liberazione da parte degli anglo-americani e alla fine della seconda guerra mondiale iniziò la battaglia per la riforma agraria che vide scorrere per le campagne di quel territorio della provincia palermitana con l’occupazione delle terre anche il sangue del sindacalista Epifanio Li Puma, ucciso dalla mafia assoldata dai baroni. Artisti di grande e riconosciuta genialità hanno lasciato le loro impronte con delle opere nei monumenti, nei palazzi e nelle chiese delle Petralie.

Ricordiamo lo Zoppo di Gangi, i fratelli Gagini, Gaspare da Pesaro e altri che hanno arricchito la Chiesa Madre, la Chiesa di San Francesco d’Assisi, la Chiesa della SS. Trinità (Badia) che oltre a una grande icona marmorea di Giandomenico Gagini, ospita tele del Visalli e del D’Antona, e si fregia di un rarissimo organo barocco.

La Chiesa di Santa Maria La Fontana (risalente al ‘600) un tempo forse ospitava la Sinagoga; il Museo Civico; il Palazzo del Giglio (Municipio) che ospita un notevole archivio storico e custodisce tele dello Zoppo di Gangi e affreschi ottocenteschi; l’ex Convento dei Riformati – nella parte più alta del paese – realizzata nel XVII° Secolo, dal XIX° Secolo diventa patrimonio del Comune, poi caserma militare per molti decenni; oggi ospita una sede dell’Università degli studi di Palermo.

Non lontana dal paese, in con- trada Catarratti, si trova una delle più antiche e meglio conservate del territorio nazionale, Centrale Idroelettrica. Già centenaria – inaugurata l’ 8 settembre 1908 – ha funzionato fino al 1976, è oggi un baluardo dell’archeologia industriale.

La vicinanza delle due Petralie alla stazione sciistica di Piano Battaglia, costituisce motivo di interesse turistico nella stagione invernale. Come avviene ormai dagli anni ’70 a Petralia Sottana, l’ultima settimana di ottobre (quest’anno il 23, 24 e 25) si celebra la “Festa della Castagna”, oggi “Festa dei Sapori Madoniti d’Autunno”. Tripudio di sapori caserecci, frastuono di musiche e carri alle- gorici, organizzata dall’associazione Commercianti con la Pro Loco, altre associazioni locali e con il patrocinio del comune di Petralia Sottana, è un momento di pura aggregazione sociale che vede la partecipazione attiva di tutti gli abitanti – vuoi da attori, vuoi da spettatori – e dei turisti di passaggio o provenienti dai paesi e dalle città vicine.

Un concentrato di tradizioni che racchiude in sé spettacolo, degustazione di prodotti tipici delle Madonie, momenti di intrattenimento culturale e solidale. La domenica mattina è il momento della sfilata dei carri con le allegorie che i giovani, riuniti in gruppi, sviluppano per valorizzare la vocazione culturale del paese. Spettacoli musicali e cabarettistici concludono la “tre giorni” che per ultimi vede protagonisti il gruppo storico locale, gli” Sguazzacannati” che non risparmierà col suo “curtigghiu” (gos- sip), politici e paesani.

Di ben più antica tradizione – le sue origini si perdono nella notte dei tempi – è il “Corteo Nuziale” e il “Ballo della Cordella”, storia, folklore, cultura profonda del popolo siciliano. Di origine pre cristiana si fondano sul ringraziamento per il raccolto e sull’augurio di fecondità rivolto sia alla terra, sia agli sposi. Dedicato, dunque, alla dea pagana Cerere – protettrice delle messi e dei raccolti – il Ballo dopo l’avvento del Cristianesimo fu intitolato alla “Madonna dell’Alto” (nel vicino santuario).

Il corteo nuziale, a cavallo, ripercorre le strade – o meglio i viottoli di campagna – e simboleggia la partenza, l’allontana- mento della sposa dalla casa paterna. L’abito, prezioso e arricchito da merletti e ricami del settecento, è di colore grigio argento. Un mantello di colore bianco avorio avvolge la sposa che porta in mano “conocchia e Rosario”, simboli di operosità e fedeltà coniugale.

Lo sposo indossa un vestito di velluto azzurro con giubbotto dello stesso colore. Il capo è coperto dal caratteristico “berretto ricamato, con fiocco di seta”. E’ l’aia, dove è appena terminato il raccolto dell’anno, il terreno su cui si svolge il Ballo della Cordella, rappresentazione di danze primitive, di balli campestri, bisogno dell’animo di onorare divinità boschive e propiziare o ringraziare altri dei. Dodici coppie di ballerini che indossano costumi tradizionali del folklore siciliano e che simboleggiano i 12 mesi dell’anno, ballano intorno a un palo, alto, sormontato da spighe di grano che reggono dei nastri colorati che vengono intrecciati per simboleggiare le stagioni.

A un cenno del capogruppo, “U Caporali” o “Bastoniere”, alcuni dei ballerini, un tempo, si dovevano esibire in performances mimiche, allo scopo di rappresentare con pantomime non soltanto le quattro stagioni con i rispettivi lavori agricoli, ma anche i 12 mesi dell’anno con le fatiche da affrontare per ognuno di essi.

Se il “Ballo della Cordella” lo si considera come esaltazione del frumento con evidente riferimento al mito della dea Cerere, per affinità lo si può certamente paragonare alla “Danza pantomima del Riso”, ancora in uso presso alcuni paesi orientali. Dal fascio di spighe, mature, in cima alla pertica, alle Cordelle in mano ai ballerini, è tutto un simboleggiare il fremere, il fluire della linfa vitale, fonte di forza e benessere, speranza e gioia di un popolo – quello contadino – abituato alle sudate fatiche per il raggiungimento di ogni piccola conquista.

La presenza e l’appropriarsi di questo rito da parte del Cristianesimo si può osservare dalla recita guidata dal “Pater Familias”, il più anziano del gruppo, di una preghiera di ringraziamento a Gesù perché con la Madre ha propiziato la raccolta, abbondante, delle spighe di granelli grossi e spessi che daranno ottima resa alla macina e quindi fragrante pane.

Le figurazioni, quattro, che le dodici coppie di ballerini disposte in cerchio sull’aia, reggendo con una mano le estremità di 24 nastri (curdeddi) di diverso colore, fanno intrecciando a ritmo sino a formare una rete da sciogliere poi ballando in senso inverso, celebrano le quattro fasi del raccolto: la semina (li simenti); la germinazione (lu lavuri); il raccolto (lu munti); il pane.

Dal “giglio di roccia”, nome dolcissimo, un frutto dolce –la castagna- nascosto in uno scrigno (il riccio) doloroso alla presa e un caldo abbraccio –magari davanti a un forno a legna crepitante scintille di fuoco in una notte gelata – di un profumo che non ha pari al mondo: il pane. Una comunione di uomini e Cristo in una religiosa e al contempo laica rappresentazione di vita, di semplicità.

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