Liberty e Futurismo
Il 23 e 24 giugno scorsi si è svolto alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Palermo un convegno mitteleuropeo dal titolo: “Il Liberty a Palermo e le esperienze nazionali ed internazionali. Un confronto sugli studi, le ricerche e la tutela”, per celebrare il centenario del movimento futurista. Non a caso è stato scelto il capoluogo siciliano per ricordare quello che è stato un glorioso periodo storico, sociale, architettonico, artistico tra i più fecondi d’Italia, in Europa e in buona parte del mondo.
I fermenti culturali vissuti tra la fine dell’‘800 e i primi decenni del ‘900 hanno tracciato un solco tra quella che era un’epoca diventata ormai statica, immobile e quella che il filosofo parigino Paul Virilio definì l’era della dromologia in cui accomunava tutta una serie di fattori tecnologici innovativi che segnavano appunto il passaggio dalla staticità alla dinamicità, come evoluzione.
Lo stesso Filippo Tommaso Marinetti il 20 febbraio 1909 stilava il suo “Manifesto” futurista composto di 11 punti, in cui veniva esaltata la pura velocità: “…Noi vogliamo cantare l’amore del pericolo…Il coraggio, l’audacia, la ribellione saranno elementi essenziali della nostra poesia…Noi vogliamo esaltare…l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno…Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità… Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante…Noi canteremo le locomotive dall’ampio petto, il volo scivolante degli aeroplani… È dall’Italia che lanciamo questo manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il Futurismo”.
Era il 20 febbraio 1909. Al movimento aderirono artisti “di rottura” con i vecchi e stantii canoni, quali Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Gino Severini, Carlo Carrà, Mario Sironi, Fortunato De Pero e altri. Tra i siciliani, una firma tra tutte, la più importante, quella di Pippo Rizzo che fu il caposcuola del nascente movimento nell’isola e nel 1927 organizzò la prima mostra futurista siciliana.
In questa terra sicana dove “…il verde variegato d’oro giallissimo di limoni e di aranceti, il turchino intenso del mare, l’ombra smeraldina dei piroscafi all’ancora, il candore delle spiagge, il rosso vulcano delle nuvole veloci…” affascinò lo stesso Boccioni, non poteva che esplodere - ma era già avvenuto alcuni decenni prima, in quell’intenso e policromatico mondo dell’art nouveau, il liberty, che proprio in Sicilia trovò tra i massimi esponenti di un così esaltante periodo.
Non fu l’accettazione passiva di una moda esterofila ma l’elaborazione autonoma di uno stile che vide in prima fila tra i suoi esponenti Ernesto Basile, architetto, creatore dello Stand Florio del 1905, del chiosco Ribaudo in piazza Castelnuovo - di fronte al Politeama - del 1916, Villa Igea del 1899, il villino Ida Basile del 1903, il Kursaal Biondo del 1913, il Palazzo delle Assicurazioni Generali di Venezia del 1912 e il primo chiosco Ribaudo del 1887 in piazza Verdi - di fronte al Teatro Massimo.
Ma accanto al suo nome figura quello di Ettore de Maria Bergler per i suoi meravigliosi affreschi e dipinti e quello di Ducrot, nell’ambito delle arti applicate, negli arredi.
Il Liberty era anche un movimento culturale, sociale che coinvolgeva la borghesia palermitana con promotori i Florio, trapiantati ormai da alcune generazioni nel tessuto urbano e che, nella sua forse più prestigiosa esponente, donna Franca Florio, diedero vita ad uno dei più prestigiosi salotti intellettuali e mondani d’Europa, accogliendo nei saloni delle loro case personaggi come la regina Margherita, il Kaiser, lo Zar e una serie ininterminabile di artisti tra i più importanti di tutte le epoche quali D’Annunzio, il tenore Caruso (solo per citarne alcuni).
Nel periodo dell’Art Nouveau si inserì pure la nascita del giornale “L’Ora”, nel 1900, voluto fortemente dai Florio, in concorrenza al “Giornale di Sicilia”. La famiglia di origine calabrese fece propria la bandiera della velocità, del manifesto futurista di Marinetti. Si chiamò, infatti, “Rapiditas” la rivista fondata da Vincenzo, inneggiante a quella velocità, a quel continuo movimento tanto esaltato dal padre del futurismo nel suo Manifesto. D’altronde il Florio diede vita ad una delle massime espressioni di cambiamento – era di carattere irrequieto e intraprendente – nella vita siciliana.
La Targa Florio, infatti, fu uno dei massimi sconvolgimenti anche simbolici del periodo futurista, dei cambiamenti. Attraversava nei suoi percorsi delle campagne e delle montagne madonite la sicilianità più antica con dei mezzi rivoluzionari: le automobili che sfrecciavano a folle velocità, rumorose e aggressive, come indicato dal decalogo futurista. Certo di ben altri intenti era la velocità della carrozza con cui attraversava piazza Marina, a Palermo, e dai cui finestrini qualcuno sparava, uccidendolo, il tenente Petrosino.
Era il 1909. Questi, uscito dall’Hotel de France dove era segretamente alloggiato per svolgere approfondite indagini sui rapporti tra mafia siciliana e mano nera americana, fu raggiunto da numerosi colpi di rivoltella sparati dalla carrozza in corsa. Non gli era valso registrarsi sotto il falso nome di Guglielmo De Simoni: l’“Herald” di New York pubblicò l’indiscrezione del suo viaggio a Palermo allertando la malavita isolana che lo accolse dandogli la morte.
Nella Palermo, comunque, felicissima del periodo Liberty, non si può non ricordare le numerose ville che arricchirono e ancora oggi lo fanno, i viali che percorrono il territorio di Mondello, stazione balneare alle porte del capoluogo, alle pendici del promontorio Monte Pellegrino, caro a Sigmund Freud che, durante un suo soggiorno cittadino, spedisce una cartolina che illustra il monte caro a Santa Rosalia, alla figlia Anna.
Quando la società italo-belga “Les tranvays de Palermo” prese in concessione il territorio balneare, furono tanti i palermitani che costruirono ville in quei viali affidando i progetti ad architetti tra i più illustri del tempo tra cui anche il Basile. Nel 1927, addirittura, nella parte sudorientale, sorse il primo link (campo da golf) della Sicilia, sacrificando un uliveto di oltre 300.000 metri quadrati.
Ideatore del campo fu mister M. Jones. Frequentatori assidui furono non soltanto gli appartenenti alla numerosa colonia inglese che viveva nella città, ma anche tantissimi borghesi palermitani che trovarono in questo nuovo sport un’alternativa alla pratica estiva della vela e del volo in aeroplano che godeva di numerosi appassionati.
Insomma, la città in fermento, in velocità – vorremmo dire – lasciava gli imponenti e antichi palazzi nobiliari del centro storico spostando una mondanità verso le ville al mare senza però perdere la propria congeniale eleganza, il proprio buon gusto e il grande amore per l’arte sempre presente nel popolo siciliano.
Ci fa piacere ricordare che “Floriopoli”, insieme di tribune, box, di passaggi aerei, costruita da Vincenzo Florio e che ha visto sostarvi i più famosi nomi dell’automobilismo mondiale di tutti i tempi, in territorio di Cerda che visse per tanti anni le glorie della Targa Florio, in procinto di essere svenduta a un qualunque privato con smanie speculative, sia stata da pochi giorni acquistata ad un’asta pubblica dalla Provincia di Palermo.
Grazie, presidente! Avremmo perduto un patrimonio che pure se principalmente allo sport, appartiene alla memoria storica della Sicilia e dei siciliani tutti.