Le magnifiche 7
Parafrasando il titolo italiano di un film del 1960 “I magnifici 7”, possiamo attribuire il termine “magnifico” alle sette isole dell’arcipelago delle Eolie, dette anche Lipari che, poggiando sul Tirreno meridionale che bagna molte delle coste italiane, guardano la riva nord-orientale della Sicilia. Alicudi, Filicudi, Salina, Panarea, Stromboli, Lipari e Vulcano: questi i loro nomi. Dal 2000 sono state nominate dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per i fenomeni vulcanici che le attraversano.
Oltre alle isole vulcaniche emerse l’arcipelago – che costituisce un arco insulare (l’arco Eoliano) lungo 200 Km – è composto da alcuni monti sottomarini (seamount): Alcione, Lametini,Palinuro, Glabro, Marsili, Sisifo, Eolo, Enarete, di chiara matrice mitologica. Il doppio nome Eolie o Lipari affonda radici, il primo nella mitologia, il secondo nella storia.
Si racconta che Eolo, il dio dei Venti, figlio di Ippòte, fosse il dominatore dell’arcipelago e che vivesse a Lipari dove teneva ben chiusi in una caverna i venti. Inoltre, grande conoscitore dell’arte nautica, dell’astronomia e bravo a prevedere dall’osservazione delle nubi che fuoriuscivano da un vulcano attivo (certamente Stromboli) i mutamenti climatici, regolava il corso dei venti ora a favore, ora contro i naviganti, a seconda degli ordini di Giunone (madre degli Dei), sua protettrice e responsabile della sua assunzione fra i Numi dell’Olimpo.
Padre di dodici figli: sei maschi e sei femmine, viveva felice con loro e con la moglie. Dopo la caduta di Troia – come narra Omero nell’Odissea – benevolmente accolse Ulisse e per agevolarlo nel suo ritorno a Itaca, gli regalò sei otri ben chiusi, contenenti i venti che avrebbero potuto scatenare una tempesta marina. Unica raccomandazione non aprirli mai. La resistenza al sonno durò ben nove giorni e nove notti fino a quando, sopraffatto dalla stanchezza, si addormentò.
Fu allora che i suoi marinai, curiosi e speranzosi di trovare dentro i vasi dei tesori, li scoperchiarono con le terribili conseguenze che l’infelice gesto causò. Il viaggio allora riportò Ulisse da Eolo che indispettito per la disubbidienza lo cacciò, costringendolo a un vagare per mare, tra tempeste violente fino a quando le navi non affondarono.
Il mito si fonde con la storia e si autoalimenta nella persona di un principe greco che, abile nel decifrare dall’osservazione delle nuvole i cambiamenti e le previsioni del tempo, accrebbe la leggenda del dio. Lipari, invece, deve il nome al successore di Eolo, il re Liparo.
Secondo Plinio, infine, i Greci chiamarono queste isole Efestiadi (Hephaestiades) e di conseguenza oltre a Aeoliae e Lipari, i Romani diedero loro il nome di Vulcaniae (traduzione latina del mitologico Efesto= ardente).
La massiccia quantità di ossidiana – minerale di origine vulcanica – presente sulle isole, le rese meta, fin da tempi lontanissimi, di insediamenti umani (secoli prima del 4000 a.C.) e di traffici commerciali, intorno al 3000° a.C., per la caratteristica di essere il materiale più tagliente allora conosciuto. Intrattennero, dunque, gli Eoliani rapporti mercantili con la Sicilia, l’Italia meridionale, la Dalmazia, la Liguria e la Provenza.
Tra il XVI° e il XIV° secolo a.C. le sette isole vissero un periodo di grande benessere economico perché poste sulla rotta del commercio dei metalli e soprattutto dello stagno che, provenendo dalla Britannia, attraverso lo Stretto di Messina faceva rotta verso l’Oriente.
Simbolo di questa nascente e crescente cultura cosiddetta eoliana caratterizzata più dal commercio che dall’agricoltura molto più praticata in Sicilia, furono le sue capanne circolari con pareti di pietre a secco (ancora in uso nelle isole che circondano la Trinacria) a strapiombo sul mare, e la produzione di una personalizzata ceramica. Furono proprio i Greci che la colonizzarono intorno al 580 a.C. a dare loro il nome di Eolie perché vi collocavano la residenza del dio dei Venti.
Non furono risparmiate nel 260, durante la battaglia di Lipari tra Roma e Cartagine e sotto i Romani la loro principale attività fu il commercio dello zolfo, dell’allume e del sale. Nel 1544 furono attaccati, uccisi e i superstiti deportati durante l’attacco della flotta ottomana di Solimano il Magnifico comandata da Khayr al-Din Barbarossa, accorsa in aiuto di Francesco I, quando la Spagna dichiarò guerra alla Francia.
Ma nel corso dei secoli spagnoli, siciliani e altri italiani ripopolarono le Lipari e durante il regno dei Borboni l’isola di Vulcano fu usata come colonia penale per l’estrazione di allume e zolfo. Se un tempo l’arcipelago trovò la sua principale ricchezza nell’ossidiana che soprattutto a Lipari veniva eruttata dal vulcano Monte Pelato, oggi - ma già da qualche secolo – viene estratta da una cava la pomice che pur essendo bianca e spumosa e potendo galleggiare sul mare per chilometri e chilometri data la sua leggerezza, ha la stessa composizione chimica dell’altro minerale che può essere definito una sorta di vetro naturale, nero, brillante e pesante.
La differenza dei due stati (vetroso uno, spugnoso l’altro) è data dal rapidissimo abbassamento della temperatura della colata lavica nella fase terminale delle eruzioni. Ma le “sette sorelle” (che nulla hanno a che vedere col petrolio) furono luoghi di magnifiche scoperte e fonte di ispirazione poetica per viaggiatori come Jean Houel, pittore e incisore francese, che ne ricordò i colori e gli effetti cromatici dell’ossidiana, della lava e dello zolfo, soprattutto nelle ore del tramonto quando gli ultimi raggi del sole ne esaltavano i chiaro-scuri rifrangendosi contro le rocce.
Alessandro Dumas, il famoso scrittore, rimase impressionato dalle isole e così descrisse Alicudi: “…E’ difficile vedere qualcosa di più triste, di più tetro, di più desolato di questa sfortunata isola…un angolo della terra dimenticato dalla creazione e rimasto tale dal tempo del Caos”. Ma è lo stesso Dumas affascinato dalla natura, dalla cucina, dai vini e dal mare che “…cambiò colore cinque o sei volte prima di svanire tra i vapori”.
E lo Stromboli gli riserbò sorprese ancora più immaginifiche che così descrisse:”…questa notte è una delle più curiose che io abbia mai passato…Non potevo staccarmi da quel terribile e magnifico spettacolo”. A questi nomi si aggiunge anche quello di Guy de Maupassant, di Gaston Vuillier e dell’Arciduca Luigi Salvatore d’Austria che la amò fino alla morte, anche quando non potè più soggiornarvi.
Alle sette isole nel 1955 si era unito, emergendo dal mare che circonda Stromboli, un nuovo isolotto, successivamente inabissatosi. E Vulcano, Panarea e Lipari, con i loro fanghi e le acque termali, ci ricordano che la vita di questo arcipelago è in continuo fermento. E sarà proprio l’attività vulcanica continua che ha reso possibile la creazione della “Malvasia”, il vino ambrato riconosciuto il migliore d’ Italia per la pienezza armonica, il profumo e la corposità liquorosa. Salina o Didyma (la gemella) per la sua caratteristica forma a doppio cono, il monte dei Porri e il monte Fossa delle Felci, è conosciuta più delle altre proprio per questa bevanda che è chiamata “il nettare degli dei”.
Nell’’800, dopo la distruzione dei vigneti a causa della peronospora con conseguente disastro economico generale, la maggior parte degli abitanti dell’isola emigrò in Australia. Tra le sue più belle località l’altopiano di Pollara – anfiteatro naturale a strapiombo sul mare – sempre illuminato dal sole che nel 1994 è stato il set a cielo aperto del fortunato film “Il Postino” con Massimo Troisi e Philippe Noiret, ispirato all’esilio di Pablo Neruda. Dal lago salmastro ai cui bordi si trova l’abitato di Lingua, diviso dal mare da una stretta lingua di sabbia, prende il nome l’isola.
Era il 1949 e anche Stromboli (la rotonda; faro del Mediterraneo) fu protagonista del set del film omonimo e vide svilupparsi la storia d’amorre tra Roberto Rossellini e Ingrid Bergman, dando all’isola una notorietà non ancora spenta come non si spegne la sciara di fuoco che sempre attira turisti e scienziati da ogni parte del mondo. Nello stesso anno, il 1949, Anna Magnani interpreta “Vulcano” con la regia di Dieterle.
Il 1950 arricchisce Lipari non con vicende legate al mondo della celluloide, bensì con la creazione di uno dei più importanti musei archeologici d’Italia, soprattutto per quanto riguarda il neolitico e la archeologia marina. Fondato per opera del Prof. Bernabò Brea e della sua collaboratrice Madelaine Cavalier, all’interno del Castello sull’Acropoli, contiene tra i suoi interessanti reperti, più di 250 maschere riproducenti quelle della commedia greca create in massima parte da Menandro.
Le sale – dalle cui finestre si godono paesaggi di impareggiabile bellezza – si susseguono secondo un ordine cronologico che va dal 4° millennio a.C. fino ai tempi più recenti, passando attraverso le testimonianze provenienti dalle altre isole dell’arcipelago, la sezione di vulcanologia (con fine esclusivamente didattico creato da L. Bernabò Brea e dal vulcanologo A. Rittmann) frutto di pazienti scavi. La sezione archeologica marina raccoglie numerosi reperti frutto dei moltissimi naufragi avvenuti in quelle acque dall’inizio del II° millennio a.C. alla guerra franco-spagnola del 1675.
Settemila anni di storia, sette isole: sette, almeno, buone ragioni per un tuffo in un mare cristallino, in paesaggi esotici per turisti dai gusti raffinati e insieme semplici di chi vuole ricordare i sette colori dell’arcobaleno che in queste isole può ritrovare tutti.