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La via del sale

Turchia, Olanda, Spagna, Italia uniti in un percorso del vento che fa girare le pale dei mulini, i giganti di Don Chisciotte della Mancia di Cervantes, i suoi nemici immaginari ma amici dell’uomo nel suo percorso evolutivo che dal sole porta all’energia. Ultimi nati ma di sicuro minore fascino e di maggiore negativo impatto ambientale quelli per la produzione dell’energia eolica.

Accettabili tra gli sterminati campi di tulipani dei Paesi Bassi dove suppliscono ad alberi e alture in una natura piatta in cui il vento scivola ora silente ora chiassoso agitando onde di variopinti tulipani aspirandone gli improbabili profumi e restituendo una quasi naturale energia.

Di ben altro colore sono i paesaggi che vedono ergersi, di umana memoria, i mulini di Sicilia e più precisamente nella parte occidentale dell’isola, in quel tratto di costa che comprende – tra Trapani e Marsala – il Capo Lilibeo, una delle tre punte della Trinacria. Ed è allora il bianco che domina, così cristallino da sembrare trasparente, e luccica ai riflessi del sole emanando raggi così splendenti da fare arrossire – se si può di più – la nostra stella. Ma è al tramonto che lo spettacolo è più suggestivo.

Incontenibile gioco di sfumati o ben stagliati rosa, rossi, dorati di contro al sole in una fantasmagorica e allegorica immaginazione di vita, quella dei salinari che credono profondamente nel valore – non soltanto commerciale o sociale – simbolico del sale: la sapienza, la saggezza, l’intelligenza. Ma il sale conserva anche i cibi, il pesce per esempio, cosa che ne ha fatto una delle materie prime da esportare per il mondo – ed era il migliore – quando dai paesi più lontani affrontavano per mare, padre del sale, miglia su miglia per avere il prodotto migliore.

La Sicilia così, e specialmente la provincia di Trapani, è divenuta simbolo stesso di quel preziosissimo frutto della natura e della mano dell’uomo che ha cercato e trovato nei mulini a vento la simbologia di un territorio, di una ragione sociale. Voltaire, il filosofo e storico francese del 1700, così scrisse: “…chi di saline vuole veramente discorrere, occorre che giunga qui, nell’occidente della Sicilia, su questa platea litoranea…; vecchie, vecchissime saline, fondate già dai Fenici”.

Già, i Fenici. Circa 3000 anni fa impiantarono per primi le saline in questo estremo occidente di Sicilia. L’oro bianco – com’era chiamato(fu anche usato come moneta di scambio da cui “salario”= paga) – indispensabile integratore alimentare sia per la conservazione del pesce pescato nel mare circostante, sia per la conservazione delle carni e sia per la concia delle pelli, fu il migliore biglietto da visita che potesse presentare come referenza presso tutti i paesi europei, orgoglio di un popolo.

Quando nel 1869 fu aperto il Canale di Suez favorendo le rotte internazionali, il porto di Trapani divenne uno scalo privilegiato nel Mediterraneo agevolando così anche il commercio del vino, del tonno e del corallo. I due conflitti mondiali del Novecento misero in crisi queste fiorenti attività e molte di esse furono abbandonate. Il colpo di grazia si ebbe nel 1965. Una grave alluvione travolse e ricoprì di fango le vasche e impianti e macchinari furono irreparabilmente danneggiati.

Sembra la fine di un sogno tra varie vicissitudini, associazionismi privati e non, che vedeva la SIES, società in cui si radunavano alcuni produttori, in liquidazione per passare sotto il controllo dell’Ente Minerario Siciliano. Ma la tenace volontà, l’incrollabile fede e passione nel loro lavoro consente la revoca della liquidazione e la conseguente ripresa, in proprio, dell’estrazione del prezioso minerale.

Nel 1986 le saline del territorio di Marsala vengono vincolate all’interno della “Riserva Naturale Orientata Isola dello Stagnone” prima, alla “Riserva Naturale Orientata delle Saline di Trapani e Paceco” poi.

Diventano così una sorta di santuario naturale produttivo unico che utilizza sistemi esclusivamente tradizionali: il sale è raccolto a mano e prima di giungere al consumatore non è sottoposto ad alcun processo di lavorazione. Il territorio su cui insistono le Saline è formato da: Trapani, l’antica Drepanon abitata in origine dagli Elimi e utilizzata dagli stessi come emporio di Erice. Marsala che i Fenici chiamavano Lilybeo, ovvero “che guarda la Libia”, dove Libia racchiude tutti i paesi del Nord Africa e che gli Arabi ribattezzarono Marsa Ali(Porto di Ali) o Marsa Allah(Porto di Allah).

L’isola di Mothia, nella laguna “lo Stagnone”, i cui abitanti nel 397 a.C., dopo che Dionisio il Vecchio tiranno di Siracusa attaccò e distrusse l’isola, andarono a stabilirsi sulla terraferma, di fronte, creando così Marsala.

E nella cittadina che i Florio e i Withaker resero famosa per il suo vino, proprio in quello che fu uno stabilimento vinicolo nel secolo scorso, oggi ha sede il “Museo Archeologico Baglio Anselmo” dove sono custoditi gli esiti degli scavi operati a Marsala e a Mothia: ceramiche, anfore, arredi funerari, stele votive, gioielli. Vi si trova pure la Venere Callipigia (dai bei glutei) mutilata in più parti e la nave punica – unico reperto al mondo – testimonianza delle guerre combattute in queste acque dai Romani e dai Cartaginesi, probabilmente affondata nella battaglia delle Egadi che nel 241 a.C. pose fine alla prima guerra punica.

A Paceco, sempre nello stesso tratto di Sicilia occidentale, nel 1488 Ferdinando il Cattolico, Re di Spagna, fece costruire un mulino e la salina circostante. Nel paese, anzi nella frazione di Nubia (il cui nome significa oro)gli abitanti alternano l’attività agricola a quella di salinaio (luglio e agosto sono i mesi dedicati al sale). Alla salina Chiusicella, da giovane, lavora Alberto Culcasi e si appassiona talmente che chiede in affitto al proprietario l’uso dell’impianto.

Quando nel 1965 l’alluvione semina distruzione e paura, acquista la salina non più fonte di reddito per il proprietario. Il lavoro è duro ma la tenacia di Alberto e dei suoi tre figli è più forte. Dal 1984 parte della costruzione sita nella salina è adibita a Museo del Sale dove Culcasi ha messo a disposizione e in esposizione i suoi attrezzi e la sua esperienza e conoscenza per i sempre più numerosi visitatori.

Da lì e dalla trattoria che ne ha ricavato in un’ala dell’edificio, il panorama che si ammira è davvero mozzafiato: le Egadi, Erice e i tramonti sulle saline. Percorrendo la costa da Trapani a Marsala, una teoria di Mulini a Vento, i vasti specchi d’acqua e i canali, i grandi mucchi di sale ricoperti da tegole di terracotta, consentono un insolito tuffo nel passato, nella certezza di trovarsi in un’oasi di pace dove l’uomo è presenza indispensabile e amica con i suoi solchi sul volto scavati dalla fatica del duro lavoro e dall’arsura del sale nemico-amico, insieme agli uccelli migratori quali anatre selvatiche, folaghe, cavalieri d’Italia e perfino qualche trampoliere.

Talvolta, guardando oltre il mare, può sembrare di trovarsi in Olanda, uniti da una immaginaria teoria senza soluzione di continuità di percorsi umani che hanno trovato e trovano ancora oggi un unico filo conduttore: il vento che da sempre è portatore di vita sul pianeta Terra.

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