La morte si sconta vivendo
Se per il poeta Giuseppe Ungaretti “La morte si sconta Vivendo”, per Salvatore Quasimodo, poeta siciliano di Modica (in provincia di Ragusa) e premio Nobel per la letteratura nel 1959, “Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera” racconta così la solitudine e la morte dell’uomo.
Questa poesia da “Acque e terre” (1920-1929) è un po’ il manifesto di questo grande poeta e la sua lirica ben si adatta a descrivere il dolore dell’uomo, la sua paura della morte.
E la facciamo nostra per comprendere un dramma che ha colpito, il 7 agosto scorso, la comunità umana e culturale – in primo luogo di Gibellina e poi di tutti coloro che per qualche motivo hanno conosciuto o hanno sentito raccontare di Ludovico Corrao.
La notte del 7 agosto era calda e Corrao, 84 anni, ex sindaco, ex parlamentere, ex senatore e con alle spalle una lunghissima e onorata carriera politica, presidente delle Orestiadi di Gibellina, divenuta poi Fondazione, muore.
È la mano di Saiful Islam, 21 anni, il suo domestico, che con ferocia ha posto fine alla sua vita. Secondo il suo racconto, dopo averlo lavato nella vasca da bagno lo ha accompagnato nella camera da letto e, dopo averlo colpito con una statuetta d’avorio, l’ha sgozzato quasi a decapitarlo.
In seguito – continua la sua confessione – è uscito dalla stanza per ritornarvi poco dopo e infierire sul corpo esanime, tagliandogli le vene dei polsi e colpendolo al torace. Ha dunque telefonato ai carabinieri confessando il delitto.
Ha pure telefonato a Michele La Tona, ex direttore delle Orestiadi e amico dell’ex senatore per comunicargli – all’inizio non creduto – il delitto appena compiuto.
Non si conosce ancora il movente: problemi sul lavoro? Saiful temeva il licenziamento? Voci mai confermate parlano di una probabile omosessualità (anche se padre di 3 figli ma da tempo divorziato) con conseguente aggressione per motivi passionali. Ancora buio sulle ipotesi.
L’unica certezza è che Ludovico Corrao non c’è più.
Dopo avere militato nelle ACLI (associazione cristiana lavoratori italiani) e nella Democrazia Cristiana nelle cui fila fu eletto – era il 1955 – deputato all’Assemblea regionale siciliana nel collegio della provincia di Trapani, nel 1958 a seguito della scissione della DC, si unì a Silvio Milazzo divenendo uno dei teorici del “Milazzismo”.
Fu più volte eletto sia nel collegio trapanese che in quello palermitano, ora tra i milazziani, ora nell’Unione Siciliana Cristiano Sociale. Fu anche sindaco nella sua città natale: Alcamo. Terminata l’era del milazzismo, come indipendente di sinistra, nel 1963 viene eletto deputato nella lista del PCI. Dal 1968 fu eletto Senatore della Repubblica e aderì agli Indipendenti di sinistra sino al 1976.
Fu sindaco di Gibellina e lo rimase, a più riprese, sino agli anni ’80.
Quando nel gennaio del 1968 un terremoto di enormi proporzioni che distrusse i paesi della Valle del Belìce nel cui territorio si trova la cittadina di cui fu primo cittadino, radunò un gran numero di artisti per la sua ricostruzione e non mancarono all’appello Pietro Consagra, Alberto Burri, Mario Schifano, Andrea Cascella, Mimmo Paladino, Arnaldo Pomodoro ma anche Leonardo Sciascia, Franco Angeli.
Il paese divenne un museo a cielo aperto, un cantiere culturale sempre attivo; vi si ricostruivano non soltanto i palazzi, le chiese, i monumenti ma anche una nuova coscienza, una rinascita che è tale solo se creda in una cultura moderna che abbracci valori nuovi ma sempre con lo sguardo rivolto al passato, alla memoria.
Non bastava, la rinascita doveva ancora compiersi. È il 1981 e nascono le “Orestiadi di Gibellina” che nel 1992 diventano Fondazione e ne viene eletto presidente. Nel 2005 Salvatore Cuffaro allora Governatore della Sicilia, gli affida la gestione di “Casa Sicilia” a Tunisi che è anche sede tunisina della fondazione presso il prestigioso Palazzo Bach Hamba, nella Medina.
Rappresentazioni teatrali, musi- cali, pitture, sculture, cinema e quant’altro fanno parte delle manifestazioni che partecipano al Festi- val Internazionale delle Orestiadi.
Ospitano le kermesse il “Cretto di Burri” o il “Baglio Di Stefano” (dal nome del donatore) in cui si trova anche il “Museo delle Trame Mediterranee” dove si possono ammirare tessuti, costumi, gioielli, ceramiche, multiformi rappresentazioni di un Mediterraneo che si fa e si mostra civiltà nella sua quotidianità che ne costituisce anche l’essenza base della sua cultura.
Sempre all’interno del Baglio si trova l’opera di Mimmo Paladino intitolata “Montagna di sale”, cumulo bianco disseminato di sagome nere di cavalli caduti, in un primo tempo creata per una rappresentazione teatrale, rimasta poi definitivamente tra i monumenti della città.
Tra i simboli-opere d’arte più rappresentativi non si può non ricordare la “Stella del Belìce” di Pietro Consagra, scultura alta 24 metri alle porte della città; oppure la porta dell’Orto Botanico a forma di gigantesco portale, lungo 400 metri; o la Chiesa Madre o il Museo d’Arte Contemporanea che accoglie e aggrega, stimolando, artisti quali
Mario Schifano, Arnaldo Pomodoro, Gino Severini, Fausto Melotti, ecc...
Fu Nino Soldano a donare a Gibellina il Museo che contiene più di 1800 opere e sono distribuite sia all’interno della sede museale sia per le strade del paese e comprendono opere di pittura e scultura ma anche di architettura quali, per esempio, la Casa del Farmacista e il Sistema delle piazze di Franco Purini e Laura Thermes.
C’è anche l’Edificio Comunale e il grande Spazio Urbano che costituisce l’ingresso al Teatro.
Una caratteristica del Museo è quella di fare “tournare” le opere che essendo in quantità esorbitante rispetto alla capacità dei locali, non possono essere esposte tutte contemporaneamente.
Una citazione a parte merita il “Cretto di Burri”, in quanto suggello perenne, di cemento, bara eterna di un paese morto di morte violenta quale fu quella destinatale dal violentissimo terremoto del 1968.
Il cemento, veste bianca del dolore, ha ricoperto così, per sempre, lo struggimento di una terra che non può dimenticare lo strazio dei suoi morti. Ed è per non cadere nel lutto dell’oblio che dal 1981 si celebrano le Orestiadi nei templi eterni che l’arte ha regalato ad eterna memoria a Gibellina.
Furono gli Arabi a darle il nome: Gebel – montagna, Zghir – piccola, da cui il significato di montagna piccola.
Fondata, secondo Tucidide e Diodoro Siculo nel 759 a.C., quindi prima degli insediamenti dei Greci in Sicilia, fu ampliata dagli Arabi nell’alto medioevo, la struttura medievale, intorno al XIV secolo si formò attorno al Castello di Manfredi Chiaramonte.
Dopo la distruzione del 1968 fu ricostruita a 20 Km circa dalla vecchia città, più a valle e lontana dall’autostrada per non trovarsi nei terreni di proprietà dei fratelli Ignazio e Nino Salvo, boss della mafia.
Fu il territorio di Salemi ad ospitarla, in località Salinella, a seguito di una votazione del consiglio comunale. E Vittorio Sgarbi, attuale sindaco di Salemi, ha partecipato al funerale di Ludovico Corrao e alla sua memoria ha dedicato l’inaugurazione di una mostra al “Museo del Paesaggio” che ha sede nella città di cui è primo cittadino.
Corrao fu a fianco dei deboli, sempre, fin da quando come avvocato difese in tribunale Franca Viola, alcamese e “disonorata” per avere rifiutato – prima donna in Sicilia – le nozze riparatrici con il suo rapitore, non risparmiandogli così la galera.
Fu anche accanto a Danilo Dolci nelle lotte per la terra, l’acqua, il diritto allo studio dei poveri, dei più deboli.
Noi per lui, per la sua morte, ci auguriamo che non avrà avuto il tempo di chiedersi “Perché?” di quella fine atroce e gli diciamo: “Addio uomo che tanto amavi vestire di bianco, coperto come la terra che hai tanto amato, che anch’essa giace in un sudario bianco, come il tuo.