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L'orto che incanta

Per chi arriva a Palermo dal mare il primo approccio con la città è la vista mozzafiato del Monte Pellegrino, “il più bel promontorio d’Europa” come lo definì Goethe nel suo “Viaggio in Italia” quando nel 1787 soggiornò nel capoluogo siciliano.
E dispensò pure parole di elogio e ammirazione per un altro gioiello della Palermo di allora, come lo è ancor di più di quella di oggi, che è l’Orto Botanico.

Lo si incontra, sempre guardando la costa dando le spalle al mare, ma dal lato opposto di Monte Pellegrino, accanto a Villa Giulia, uno dei più bei giardini pubblici della città.
“Tutte le piante che io ero abituato a vedere imprigionate entro grandi vasi, qui vivono felici e libere, sotto il cielo libero”.
Con queste parole si riferisce alla splendida flora che costituisce il patrimonio botanico dell’orto, uno dei più importanti d’Europa.

Sorge sotto il governo del Vicerè Francesco D’Aquino (1718- 1795) la cattedra nella Regia Accademia degli Studi di Palermo - equiparabile all’odierna Università – di “Storia Naturale e Botanica” a cui fu assegnato un terreno da destinare ad orto botanico che come scopo avesse l’esposizione dei “semplici”, cioè la coltivazione delle piante medicinali utili all’insegnamento e alla cura di alcune patologie per alleviare le sofferenze degli ammalati, in particolare quelli più disagiati.

Pochi anni dopo il 1781 l’orto viene spostato dal bastione sede della polveriera pubblica, al piano di Sant’Erasmo di proprietà del duca Ignazio Vanni d’Archirafi, proprio accanto la Villa Giulia.
Nel febbraio del 1789 iniziano i lavori del nuovo impianto e nel dicembre del 1795 la struttura viene aperta al pubblico con una solenne cerimonia di inaugurazione a cui presero parte le più importanti personalità cittadine.
Il complesso è composto da più ambienti. Fu l’architetto Léon Dufourny che progettò il Gymnasium contenente l’alloggio del Direttore, la biblioteca, l’aula delle lezioni. In uno spazio erano conservate le sementi e i vegetali essiccati.

I lavori furono completati dall’architetto palermitano Venanzio Marvuglia (autore, tra l’altro, della Palazzina Cinese sulla strada per Mondello) che progettò pure il Tepidarium e il Calidarium, edifici posti ai lati del Gymnasium.
Nell’edificio centrale predomina lo stile greco dell’ordine dorico della facciata. La pianta è quadrata ed è sormontato da una cupola centrale. Due sfingi in marmo sono poste ai due estremi laterali della costruzione.
Affreschi che illustrano motivi botanici con riferimento al potere curativo delle erbe ricoprono le pareti interne.

Quattro statue rappresentanti le quattro stagioni alludono al ciclo vitale delle piante.
Pannelli di stucco raffiguranti i segni zodiacali ricoprono il perimetro del Calidarium, mentre il simile e contemporaneo Tepidarium, propone sulle sopraporte e sulle soprafinestre altrettanti pannelli in stucco che rappresentano le allegorie dei pianeti.

I magazzini dell’orto, oggi restaurati costituiscono una prestigiosa sede per conferenze e varie attività culturali, uniti alle abitazioni dei custodi, compongono il complesso degli edifici appartenenti e insistenti sul territorio dell’orto.
I viali accolgono pure statue di Benedetto Civiletti, Mario Rutelli, Nunzio Morello raffiguranti alcuni tra i primi direttori dell’Orto Botanico e quella di Paride, eroe Troiano.

Disposto su circa 102.000 mq, l’impianto didattico – museale annovera vegetali provenienti da ogni parte del mondo e oltre alle piante comuni, ne conta una infinita varietà di rare ed esotiche tra le quali le ninfee, il bambù, mastodontici ficus magnolioides uno dei quali, più che centocinquantenario, occupa circa 1000 mq di superficie e fu importato dalle isole Norfolk, in Australia, nel 1845; pini, cipressi, alberi bottiglia, piante del caffé, saponaria, piante grasse (succulente) nelle loro infinite varietà, piante da zucchero.

Nell’Acquarium, inaugurato nel 1798, una grande vasca formata da tre cerchi concentrici e divisi ognuno in otto settori, ospita numerose e variegate piante acquatiche. Poco distante si trova il laghetto in cui le piante crescono in modo informale e altre vasche, più piccole, accolgono altre vegetazioni.
Nel 1993 è stata istituita e ha sede nella struttura universitaria, la banca del germoplasma per la salvaguardia del patrimonio genetico della flora mediterranea.

A rendere particolarmente attraente questo polmone verde di Palermo è l’elevato numero di serre che vi si estendono per circa 1300 mq di superficie.
La più antica, la Serra Maria Carolina, donata dalla regina Maria Carolina d’Austria, è nota anche con il nome di Giardino d’Inverno. Costruita in legno e riscaldata da stufe, nel secondo Ottocento fu riedificata in ghisa. Ospita varie specie tipiche delle zone calde dell’Africa, del centro America, del Sudamerica, dell’ Australia e dell’Asia. Il caffé, in primo luogo, cui segue la papaya, la cannella e poi diverse Bougainvillea, la mimosa sensitiva che al minimo tocco chiude le sue foglie.

Le altre serre prendono il nome dalle specie che vi soggiornano. Abbiamo così quella delle Succulente che ospita piante adatte al clima caldo-arido e c’è pure quella per il loro salvataggio e quella delle Felci.
La “palma del viaggiatore”, Anthurium di diverse specie e altre piante proprie dei climi tropicali si trovano nella “Serra della Regione”. Orchidee e piante carnivore occupano serre minori.

Non poteva mancare il Palmentum e la collinetta ricoperta di flora spontanea mediterranea. E non poteva mancare neppure il settore sperimentale che, alle spalle del Giardino d’Inverno, vede crescere piante tropicali quali quella del cotone, della canna da zucchero, dell’avocado, degli agrumi, del sorgo (grano di Siria). Sono anche presenti colture di essenze, di piante tessili, da resina e gomma, da olio.

Seimila metri quadrati sono coperti da un moderno Herbarium Mediterraneum, suddiviso in “siculo” e “generale”. Quest’ultimo di cui fanno parte anche circa 2000 alghe e licheni, è formato da materiale di provenienza portoghese, francese, corsa, sarda, spagnola, greca, egiziana, algerina, cipriota e cretese.
Nel contesto di un progetto per la salvaguardia del patrimonio floreale mediterraneo, nel 1993 è sorta la banca del germoplasma allo scopo di conservare a lungo e breve termine, fuori dal proprio contesto naturale, i semi di specie endemiche, rare o minacciate.

Raccolti, catalogati, trattati e conservati, sono “materiale” di scambio a disposizione delle istituzioni scientifiche.
Con le sue 12.000 e più specie differenti l’orto è uno dei più importanti d’Europa e fu punto di riferimento sin dal momento della sua creazione quando, grazie allo splendido clima di cui gode la città, botanici del Nord Europa vi trasferirono molte specie ancora sconosciute della flora tropicale che qui trovavano l’ambiente adatto alla propria crescita.

Nacquero così interessanti rapporti con l’Orto Botanico di Berlino e con le regioni originarie di alcune specie esotiche australiane, sudamericane, africane e asiatiche.
L’introduzione nell’area mediterranea del mandarino e del nespolo del Giappone si devono all’Orto Botanico di Palermo.

Quando la regina Maria Carolina d’Austria regalò la serra a lei intitolata, volle che fosse pure piantata una “Cycas revoluta”, primo esemplare di questa specie posto a dimora in Europa.
Successivamente, esemplari di altre piante, provenienti dal Messico e dall’India contribuirono ad arricchire il patrimonio dell’Orto Botanico.
E come non ricordare i 34 generi e le 80 specie di palme, parte integrante del paesaggio palermitano? Come dimenticare che una di esse, del genere Washington, fiorì per la prima volta proprio a Palermo?

Ma l’Orto Botanico è qualcosa di più, è un’immaginaria foresta dove ci si può perdere tra una Dracena (o pianta del drago) per sfuggire alla sua bocca di fuoco e le radici aeree dei suoi Ficus magnolioides, pantomimiche liane di un romanzo d’avventura.

Mentre le sue radici terrene sono percorsi fantastici per una ferrovia da luna park dove il canto degli uccelli sostituisce il tu-tu-tu-tu del treno della fantasia per terminare con un immaginario “signori, si scende” e dove trovarsi subito dopo in un altro mondo fantastico, fatto anch’esso di giganti: gli sfioccati papiri, dignitosi barbuti di un Egitto senza tempo, qui presente, testimone di una storia che è comune a tutti i popoli del Mediterraneo.

 

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