L'isola rosso sangue
La Sicilia, l’isola a tre punte, nel Museo della mafia di Salemi, è un’isola di sangue, una macchia triangolare di sangue gocciolante. Così Oliviero Toscani, fotografo noto in tutto il mondo per le sue dissacranti e graffianti campagne pubblicitarie per una nota catena di negozi e assessore alla creatività del comune della provincia trapanese amministrato dal critico d’arte Vittorio Sgarbi, ha “visto” la Sicilia e la ha rappresentata nel logo della struttura intitolata a Leonardo Sciascia.
L’occasione per la sua inaugurazione è stata la celebrazione dei 150 anni dello sbarco dei mille di Garibaldi a Marsala dell’11 maggio scorso. Giorgio Napolitano, il Presidente della Repubblica italiana, ha tagliato il nastro d’apertura del museo che si trova all’interno del Collegio dei Gesuiti. Il costo della realizzazione non ha superato i 60mila euro, divisi tra i 15mila messi a disposizione dall’assessorato regionale ai Beni culturali e dell’identità siciliana e il resto da sponsor privati e dal Comune di Salemi.
Ce ne vorranno molti di più per la quello che si sta realizzando a Las Vegas che impegnerà la somma di 42milioni di dollari e che Sgarbi ha definito - in perfetta sintonia col suo stile- americanate. La prima idea di un museo della mafia fu di Francesca Traclò della Fondazione Rosselli e di costruirlo a Corleone (città di Riina e Provenzano, i due sanguinari boss di “cosa nostra”, catturati, processati e imprigionati). “…Lì hanno avuto paura della parola “museo” e l’hanno fatto diventare un noioso Centro di documentazione per la lotta alla mafia, che non è certo una novità” – sono queste parole di Vittorio Sgarbi che continua “Noi però abbiamo pensato a un museo perché vogliamo immaginare la mafia morta, sconfitta”.
“Così, come un museo dell’olocausto non viene fatto perché ci sono ancora i nazisti e i campi di concentramento, lo stesso per dire che occorre prendere le distanze dal male…dalla mafia. Le mie idee…sono specchiate nel pensiero di Sciascia…[che] è stato il simbolo di un’antimafia non retorica”. Direttore artistico della struttura è Nicolas Ballario, piemontese ma votato alla causa; l’allestimento e la progettazione sono stati curati da Cesare Inzerillo artista talentuoso, che Sgarbi porterà alla Biennale di Venezia del 2011 con le sue opere esposte al museo di Salemi. Nella prima sala accolgono il visitatore le riproduzioni di 10 “cabine elettorali” anni Cinquanta, ognuna delle quali apre a una sorpresa di rappresentazione reale ed emotiva. Ed è esplicito il riferimento al binomio mafia-politica.
Altre rivelazioni il rapporto tra la religione e le stragi: o le gestioni dell’energia e dell’acqua; la famiglia, la politica, la sanità, l’informazione. Cruda nella sua essenzialità la cabina delle stragi, la n. 8, 1 metro quadrato di mattonelle bianche – il retro di una macelleria – sporche degli schizzi di sangue, i ganci e lo scorrere di immagini di carneficine. A conferma della “devozione”, la cabina del colore cardinalizio, addobbata con statuette di santi, rosari e per l’ossequio al potere, il colore dorato è obbligatorio, persino nel trono, sul cui scranno il visitatore potrà specchiare la propria immagine deformata.
Il “pizzo” che manda in rovina, che brucia oltre alle strutture l’anima, carbonizza le speranze, lo si ritrova nella cabina data alle fiamme prima di essere collocata e che diffonde il puzzo del legno carbonizzato, il puzzo del parassitismo, dell’estorsione. E avanti su questa sorta di laica “via crucis” dove ogni fermata è un colpo di martello che affonda i chiodi nella carne di Cristo. Le cronache degli anni ’60 hanno evidentemente lasciato un solco profondo nella coscienza dei palermitani e una ferita mai rimarginata del ricordo dei cadaveri calati nei piloni di cemento dei palazzi del sacco edilizio della città.
Una mummia, emula dei “Cadaveri eccellenti” del film di Francesco Rosi “rubati” dalla macchina da presa del grande regista, fa capolino dalla ricostruzione di un pilone della sala “Palermo felicissima”. Non poteva mancare la sala delle pale eoliche che – secondo Sgarbi – deturpano il paesaggio e sono oggetto di gravi e illegali speculazioni.
Ma come raccontare, giorno dopo giorno, la storia della mafia? Delle stragi di mafia? Della sociologia e della cultura di cosa nostra? Il compito è presto assegnato e sono 300 prime pagine di quotidiani protagoniste…Una serie di mostri e di azioni mostruose più che una mostra, anche se illustrazioni e articoli che sono i documenti più credibili delle testimonianze di un’epoca – ancora non finita – segnata dal sangue, rosso come il succo delle arance di Sicilia, dei suoi sanguinelli, delle sue vittime a volte anche innocenti, a volerli elencare, i loro nomi costituirebbero più di una lunga colonna di giornale.
Tra le documentazioni cartacee articoli riguardanti i cugini Salvo, esattori di Salemi, morti prima di essere giudicati e condannati, uno il 19-1-1986 per un cancro; l’altro ammazzato il 17-9-1992- ovviamente da mano mafiosa e lo stesso Vittorio Sgarbi insieme a Tiziana Maiolo che nel 1995, all’epoca in cui erano parlamentari di Forza Italia, furono inquisiti dalla Dda di Reggio Calabria, in seguito alle affermazioni di un pentito, per concorso esterno e voto di scambio. Ovviamente fu riconosciuto l’errore clamoroso ma…”…per otto mesi sono stato anch’io mafioso”, dice Vittorio Sgarbi.
Il museo è anche e ovviamente intriso delle figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sia per quanto riguarda i giornali stampati, sia per i video, i filmati montati dai giovani coordinati dal direttore artistico Nicolas Ballerio. All’insegna della “non retorica” il percorso museale che ricalca il rito della memoria e dell’emozione fa vedere attraverso la morte il suo opposto, la speranza, la vita, una vita possibile dove la mafia diventa e rimane ricordo, senza attraversare la soglia del presente. Nel percorso nero e buio l’emotività è un crescendo di sensazioni: orrore, disgusto, minaccia, disagio, pericolo.
Il messaggio arriva - il silenzio è più tragico delle parole – come un racconto muto ma più efficace per l’impatto visivo ed è così forte che il giorno dell’inaugurazione due visitatrici, una milanese e una catanese, hanno faticato un po’ per riprendersi dallo choc. Da allora un cartello vieta ai minori di sedici anni l’ingresso e avverte sul pericolo di forti reazioni emotive. All’interno del Collegio dei Gesuiti trovano pure posto i quadri di Gaspare Mutolo, ex killer e trafficante di droga che nel 1991 si pentì in seguito a dei colloqui con Giovanni Falcone, e cominciò a collaborare con la magistratura fino a contribuire all’arresto di alcuni esponenti di cosa nostra.
Durante la reclusione scopre la vena artistica, la passione per la pittura, iniziando attraverso questa il suo percorso di redenzione. Ora, da cittadino libero, dopo avere scontato la sua pena, ha pubblicato un catalogo contenente oltre alle sue opere pittoriche, degli scritti firmati Maria Falcone, sorella di Giovanni il magistrato ucciso nella strage di Capaci, Francesco La Licata, Gabriele Romagnoli, Marcelle Padovani e Fulvio Abbate, giornalisti e scrittori. Il museo della mafia che può bene costituire uno dei momenti dell’unità d’Italia per la sua rappresentazione di una cultura che vuole uscire dall’isolamento dettato da una delinquenza così bene organizzata, “…una volta all’anno sarà ospitato in un museo all’estero”, secondo le affermazioni del suo direttore artistico.
Oltre a questa galleria, tra le iniziative del vulcanico sindaco della cittadina arabo-medievale, ha suscitato notevole scalpore la messa in vendita, al costo di 1 solo euro, dei vecchi palazzi abbandonati e in precarie condizioni a causa del terremoto che nel 1968 devastò buona parte della Sicilia occidentale. Insomma Sgarbi è un uomo di cultura, uno storico dell’arte che ben si è prestato ad amministrare Salemi, rendendola famosa nel mondo: per le sue scelte coraggiose, per le sue prese di posizione, per avere portato i festeggiamenti per i 150 anni dell’unità d’Italia nella sua prima capitale (per un solo giorno: la proclamò Garibaldi in nome del Re Vittorio Emanuele) quando ancora nel resto della penisola sono in via di organizzazione. Insomma, si sente un po’ siciliano, ci ha detto quando lo abbiamo intervistato, ma soltanto per la stessa passionalità che condivide in quanto emiliano (è della provincia ferrarese).
E’ certamente più “rapido” di noi, non soffre della nostra indolenza che spesso ci porta a progettare sì, anche tanto, ma a realizzare poco. Non mancano le eccezioni e non mancano le menti, ma non sono sufficienti a fare compiere quel passo in avanti che aprirebbe maggiori e migliori orizzonti. La sua presenza è comunque un grande stimolo per i giovani che, numerosi, lo circondano e lo assecondano in ogni sua iniziativa. Ed è soltanto attraverso una rivoluzione culturale – anche lui la sta facendo – che si possono cambiare abitudini ormai radicate ma che non trovano più lo stesso terreno fertile di un tempo.
Noi cittadini onesti, grazie anche alle idee e soprattutto alle azioni sia di Vittorio Sgarbi, sia di un governo che ha arrestato moltissimi criminali mafiosi, sappiamo che oggi nessun altro magistrato dovrà dire “La mia vita vale quanto un bottone della mia giacca”.