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L’arte che fa fuoco

Fermare la memoria perduta nel tempo col fuoco dei ricordi che diventano tangibili, bruciature, ferite indelebili da scrivere sulla carta, sulle tavole di medio denso. Su un materiale povero, la memoria intonsa di un bambino, si staglia, netta, la vergogna di nuovi ricordi che non fanno memoria, che non saranno mai memoria, ma solo immagini sbiadite, ben diverse da quelle che il fuoco – suggello d’amore – fissa e scolpisce insieme su un canovaccio fatto di colori.

Non i romantici tenui pastelli dell’infanzia perché mai vissuti come tali, idilliache e spente immagini di una realtà falsa, ma la passione che brucia i rossi dei tramonti, delle colate laviche, della paglia che arde sul terreno.

E il fuoco che sembra tutto distruggere, crea i colori esso stesso tra una spiga di grano, un tralcio di vite matura regalando rossi di sole, gialli di aranceti e verdi d’uva, acini e faville di una magistrale potenza che ha tal mente affascinato la mente del bambino Madonia che, al solo racconto di quelle notti “sociali”, i suoi occhi si illuminano anch’essi, da neri quali sono come lo sfondo di moltissimi dei suoi quadri, del rosso dell’arancio e del giallo, dei colori cioè delle vampate di fuoco.

E tutto intorno, come nel racconto delle sue creazioni (o forse creature) salta qualche coccio infuocato – figlio della lava dei vulcani che vivono la Sicilia - si spande o si trasforma in cenere per coprire con l’oblio del sonno l’animo già sedato all’ora tarda. È una struggente nostalgia e un j’accuse del tempo che non c’è più quello che il pittore jatino rivolge a un paese, il suo, San Giuseppe Jato, ma quello di un tempo quello della socialità come ama definirlo.

“La sera fino a tardi mezzanotte, l’una, quando ero bambino, la gente seduta davanti l’ingresso delle case, a far cerchio magari intorno al fuoco – e non c’era umidità – (ancora non era stato costruito il lago di Partitico, a due passi da San Giuseppe) trascorreva il tempo a chiacchierare, a parlare, a socializzare”. Dolce sottofondo come di musica incantata le voci dei paesani, allegro coro all’assolo del crepitio dei gialli bruciati delle stoppie sul terreno (abbruscatura du’ tirrenu).

E quali fantasie scaturivano da quelle lingue, acute e chiacchierine al pari di quelle delle vicine di casa e dei famigliari. L’antico rito che si consumava in ancestrali e primordiali sequenze. Dell’uomo che intorno alla vita – il fuoco – si racconta e racconta le sue quotidiane esperienze, gene­rosamente offrendole all’ascolto di chi condivide con lui gli stessi spazi, lo stesso tempo.

È solo nell’informale che quel paese, il suo paese, prende corpo e si accende di nuovo, ancora una volta, del fuoco della vita, quando, scorporato dalla sua immediatezza, dalla sua attuale presenza, riveste i panni che gli ha cucito addosso – ahimé – per sempre Paolo Madonia. Allora rinasce e si rigenera, come le fiamme, del suo stesso tor­mento, del suo eterno bruciare per rivivere in un’eternità proiettabile soltanto dalla memoria sul colore di un quadro, fotogramma di esistenza.

Rari i verdi, forse figli di improvvisi ravvedimenti su un presente più reale. Immacolati ma tormentati i bianchi di una neve insperata a coprire paesaggi col velo pietoso di un candore non più visibile e relegato anch’esso alla memoria ma che non è ricordo.

Sono allora le mani, strumenti miracolosi che accarezzano, sfiorano, maltrattano i colori, gli smalti, che diventano forme e insieme contenuti in un’esaltazione di ferite inferte al quadro, di bruciature profonde come il sole, come lancinante è il dolore dell’artista per la perduta memoria delle sue radici, come un padre per la perdita di un figlio.

Io ho una specie di rancore nei confronti di quella gente: perché mi sono state tolte le radici” dice l’artista intervistato per L’Italo-Americano, e continua “A me piacerebbe rivedere quel paese… ordinato, pulito, con la gente che abbia lo stesso cuore di quando io ero ragazzino. Oggi quel paese è senza cuore, non ha più niente, c’è la disperazione”.

E nel dire questo sembra un emigrante dell’anima, con la valigia di cartone, metafora della sua tristezza, nella consapevolezza di dovere abbandonare la terra per lasciarle il posto nella memoria, nella nostalgia di un perenne ricordo da tramandare alle generazioni. Eppure di storia antica ne ha il suo paese.

Nel 1778 il Principe di Camporeale, Giuseppe Beccadelli di Bologna e Gravina, acquistò da Ferdinando IV re di Borbone il feudo appartenuto fino al 1776 al Collegio dei Gesuiti e nel 1779 ottenne la licentia populandi: a chi decidesse di trasferirsi dai paesi vicini nel territorio della Valle dello Jato, promise la sistemazione delle case e un premio di nuzialità di ben “onze due”.

Il villaggio crebbe e gli fu dato il nome di San Giuseppe dei Mortilli, fertile di terreno , arricchito da coltivazioni di grano, vigne e sommacco finché, a seguito di forti inondazioni, una frana nel 1838 distrusse due terzi dell’abitato. Le famiglie si spostarono, alcune nelle abitazioni risparmiate dall’alluvione, altre in contrada Sancipirello. Il 24 dicembre 1862, San Giuseppe dei Mortilli cambiò il nome in San Giuseppe Jato, dopo i ritrovamenti archeologici sul Monte Jato.

Nel 1971 con una missione archeologica guidata dal prof. Peter Isler dell’Università di Zurigo, iniziarono gli scavi e le ricerche portarono alla luce tracce di presenza umana che si fa risalire agli Elimi (forse profughi troiani fuggiti alla distruzione della loro città per mano dei Greci), uno dei popoli più antichi dell’Isola. Resti vi sono pure di civiltà ellenica nel teatro (che poteva contenere 4.500 spettatori), nell’agorà, nel bouleterion, nel tempio di Afrodite, nella casa del peristilio.

Ma di Jetas o Jetae parlano pure gli storici latini Tucidide, Diodoro Siculo, Plinio, Cicerone ed altri. Nel 276 a.C. Pirro, re degli Epiri, la occupa e nel 241 passa ai Romani; accrebbe il suo splendore sotto il dominio arabo e il geografo Idrisi, nel 1150, di lei scriveva: ”Jato, alta di sito, forte oltre ogni credere, ha un territorio nel quale arriva al sommo grado la fertilità delle terre da seminare e la vastità dei confini…”

Sotto i Normanni mantiene i suoi costumi, la sua autonomia, le sue leggi, la sua religione di fede musulmana, ma quando subentrano gli Svevi, i musulmani di Sicilia vengono relegati a veri e propri servi della gleba finché, nel 1246, nel domare una rivolta religiosa, la città venne rasa al suolo dalle truppe di Riccardo di Caserta e gli abitanti deportati a Lucera di Puglia.

Memoria della sua antica ricchezza si trova nei resti dei mulini ad acqua – non dimentichiamo che il territorio è attraversato dal fiume Jato – testimonianza della prosperosa attività di molitura delle grandi coltivazioni di grano esistenti un tempo nella zona.

Numerose le presenze di antiche masserie intorno e all’interno delle quali si svolgeva la vita di più famiglie; quegli spazi costruiti intorno al baglio in cui vivevano e socializzavano i lavoratori dei campi, alle dipendenze dei “Signori”. Non mancavano le stalle, le case dei contadini, le Cappelle. Senza andare così indietro nel tempo, è un po’ questa la vita a cui fa riferimento Giovanni Francesco Paolo Madonia nelle sue dichiarazioni e nei suoi quadri.

E il fuoco è sempre il motivo conduttore delle sue opere ora come immagine proiettata sul quadro, ora come tecnica per rappresentarsi, per rappresentare la sua arte. Se è vero, come è vero, che la Sicilia è in parte terra di vulcani (vedi l’Etna, Stromboli, Vulcano nelle isole Eolie e tutti quelli spenti che la attraversano), è proprio qui, nell’isola che si trova la fucina del dio del fuoco, Vulcano, figura mitologica, che la scelse come officina per forgiare le armi e i gioielli degli dei dell’Olimpo.

Così G.F. Paolo Madonia interpreta la sua arte attraverso un ancestrale bisogno di creare nella distruzione, come un vulcano, dalla sua apparente calma, improvviso regala (o offende) con potenti eruzioni dell’anima i suoi più profondi misteri. L’artista, migrante dell’anima, non riesce a contenere dentro di sé i ricordi ed essi vagano, si fermano, si accendono di luce nella dimensione delle sue opere che sono creature.

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