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IL GIARDINO DELLA KOLYMBETRA

Dal Tempio dei Dioscuri Castore e Polluce al Tempio di Vulcano, nella Valle dei Templi di Agrigento, è tutto un inseguirsi di cento e cento sfumature di verdi e di altrettanto numerosi e inebrianti profumi. Ci troviamo nel Giardino della Kolymbetra, (dal greco antico "piscina") antica pescheria. Le sue origini risalgono, infatti al 500 a.C., quando cioè i Greci colonizzarono la Sicilia e le diedero il nome di "piscina degli dei". Ma Kolymbetra senza fare riferimento alla antica città di Akragas, odierna Agrigento, è ignorare la storia stessa della "piscina". Lo storiografo Diodoro Siculo (90-20 a.C.) narra che Terone, tiranno della città, affidò all'architetto Feace il compito di progettare un sistema idrico che servisse a distribuire acqua a tutta il territorio. Scrive così:"…una grande vasca…del perimetro di sette stadi…profonda venti braccia… dove sboccavano gli acquedotti Feaci, vivaio di ricercata flora e abbondante fauna selvatica…"(Le dimensioni della piscina corrispondono a 1300 metri di lunghezza e 9 di profondità).

Vi si allevavano pesci d'acqua dolce ed era ricca di cigni, papere e uccelli rari. Vi confluivano, a cascata, le acque di una serie di ipogei, condotti sotterranei che ancora oggi uniscono la collina alla Valle dei Templi. Era luogo di villeggiatura e di riposo dei tiranni dopo le fatiche della guerra di ristoro al profumo e alle essenze di quel giardino meraviglioso ricco di diverse varietà di zagara aranci e limoni alcuni dei quali una vera rarità. Luogo di incontro per tutti gli abitanti della antica Agrigento e di ritrovo per le donne che vi si recavano a lavare i panni o per chiunque volesse andare a farsi un bagno. "Dopo poco più di un secolo- è sempre Diodoro Siculo che racconta - fu interrata e successivamente trasformata in orto con coltivazioni di agrumi, cedri, gelsi, melograni, fichi d'india".

Grazie alla Kolymbetra, la Valle dei Templi era un orto e un frutteto molto fertile dove, attraverso i sentieri, si potevano ammirare piante di mirto e ginestra contemporaneamente ad alberi di limoni, mandarini e aranci coltivati secondo la tradizione araba.

Oggi dopo il suo restauro, a 1500 anni di distanza, grazie agli ipogei scoperti, ancora perfettamente funzionanti, possiamo dire insieme all'abate di Saint Non (1778): "Una piccola valle che, per la sua sorprendente fertilità, somiglia alla Valle dell'Eden o ad un angolo della Terra promessa". Tornato alla luce dietro interessamento del FAI (Fondo Ambiente Italia) che lo ha avuto in concessione venticinquennale – a partire dal 1999 – dalla Regione Siciliana, è fruibile dal 10 novembre 2001.

Nel XII° secolo vi si coltivava la canna da zucchero e in un secondo tempo gli agrumi resero giustizia al paesaggio, rendendolo splendente di verde e oro. Oggi vi si trovano piante della macchia mediterranea: mirto, lentisco, euforbia, terebinto e ginestra insieme alle canne, ai pioppi e alle tamerici di dannunziana memoria; non manca il ricco agrumeto di limoni, mandarini e antiche varietà di aranci.

Fu celebrato, fin da tempi lontanissimi e tra i suoi maggiori ammiratori troviamo i poeti, Pindaro e Virgilio. Anche gli scrittori non le risparmiarono citazioni. Scrive Luigi Pirandello, il più illustre insieme al filosofo Empedocle, il più famoso cittadino dell'antica Akragas, ne "I vecchi e i giovani": "L'antica famosa Colimbetra akragantina era veramente molto più giù, nel punto più basso del pianoro, dove tre vallette si uniscono e le rocce si dividono e la linea dell'aspro ciglione, su cui sorgono i templi, è interrotta da una larga apertura. In quel luogo, ora detto dell'Abbadia bassa, gli Akragantini, cento anni dopo la fondazione della loro città, avevano formato la pescheria, gran bacino d'acqua che si estendeva fino all'Hypsos e la cui diga concorreva col fiume alla fortificazione della città".

Oggi il giardino è diventato, insieme alle antichissime vestigia greche, il simbolo della Valle dei Templi, offrendosi agli occhi dei visitatori come uno dei luoghi più incantevoli della Sicilia, sintesi di storia, arte, paesaggio agrario e naturale. Un bellissimo passaggio del "Viaggio in Italia" di Goethe, riesce a descrivere le suggestioni di chi si trova ad ammirare l'incantevole spettacolo che questo pezzo di terra offre. "Mai visto in tutta la mia vita uno splendore di primavera come stamattina al levar del sole…Dalla finestra vediamo il vasto e dolce pendio dell'antica città tutta a giardini e vigneti, sotto il folto verde s'indovina appena qualche traccia di grandi e popolosi quartieri della città di un tempo. Soltanto all'estremità meridionale di questo pendio verdeggiante e fiorito s'alza il Tempio di Giunone; ma dall'alto l'occhio non scorge le rovine di altri templi…corre invece a sud verso il mare…".

È Agrigento questo luogo d'incanto descritto dal Goethe, viaggiatore attento e innamorato della Sicilia. E questa città della costa meridionale d'Italia, della Sicilia, più vicina all'Africa che a Roma, ha antica storia Akragas la chiamarono i Greci, Agrigentum i latini (durante il periodo fascista ne fu italianizzato il nome), gli Arabi Kerkent o Gergen e i Normanni Girgenti sino al 1929. Il regio decreto legislativo n.1143 del 16 giugno 1927 ne sancì definitivamente il nome attuale. È ricca di monumenti e palazzi storici e di grande rilevanza artistica. Il seminario vescovile del 1300, annesso al Palazzo Steri Chiaramente e la Biblioteca Lucchesiana che comprende più di 60.000 volumi antichissimi, cinquecentine e incunaboli, disposti su scaffali di legno di grande pregio artistico, ha al suo interno la statua del vescovo Lucchesi Palli che donò circa la metà dei volumi della biblioteca e da cui la stessa prende il nome.

Importante e interessante è la Basilica di Santa Maria dei Greci che è costruita sopra le fondazioni di un tempio dorico visibile grazie al pavimento in vetro, alle cui pareti sono visibili affreschi che sottolineano l'originaria destinazione al culto greco-ortodosso. Il palazzo dei Giganti, costruito nel 1627 fu inizialmente la residenza agrigentina della famiglia Tomasi dei Principi di Lampedusa e Duchi di Palma. Vi nacque, nel 1645 Isabella Tomasi, figlia del Duca Santo Carlo Tomasi, fondatore della città di Palma di Montechiaro nel 1637. Divenuto convento dei domenicani, a partire dal 1867 fu eletto sede del comune.

All'interno si può ammirare il Teatro Pirandello, mentre nel prospetto gelosamente custodite da rigogliosi rampicanti, fanno talvolta capolino, al soffiare del vento, alcune lapidi a memoria dei caduti di Dogali (1887), agli insorti del 1848 e a Luigi Pirandello.

Ma Agrigento è anche la città della "Sagra del mandorlo in fiore", tripudio di profumi e di colori ai primi albori di un anticipo della primavera e festa dei popoli di tutte le razze che ogni anno si raccolgono intorno al tripode acceso davanti al Tempio della Concordia per dare inizio alle Olimpiadi dell'amicizia, della multirazzialità, del folklore e della gioia. Un angolo di Grecia nella nostra "Magna Grecia" sono i resti dei templi di questa che è una delle più suggestive valli del continente europeo.

E dominatori che posano il loro sguardo su millenni di storia che lì sembra avere fermato il tempo in una dimensione di spazio etereo, di poesia, sono i templi di Hera o Giunone, di Esculapio, di Ercole, di Giove Olimpio, di Castore e Polluce (i Dioscuri), di Vulcano, di Demetra, di Atena dove l'uomo ha voluto costruire un tempio non più dedicato al culto politeista dei Greci, ma a quello monoteista, cristiano di Santa Maria dei Greci. Altri templi si trovano in questo splendido scenario, e sono templi di altra natura, di diverso spessore ma ugualmente eterni, che ci fanno capire cos'è la storia, cos'è stato e cos'è l'uomo.

Sono le collezioni di fotografie, recensioni, onorificenze, prime edizioni di libri con dediche, quadri, locandine di spettacoli teatrali che si trovano, insieme al cippo con le sue ceneri, nella casa di Luigi Pirandello, archeologo e ricercatore degli strati più profondi dell'animo umano. I suoi libri sono templi, le loro pagine sono altari sacrificali della banalità, della superficialità, della mediocrità dell'uomo che egli conosceva fin nel profondo e ne scavava fino all'ultimo pensiero liberandone la più piccola particella che potesse rivelarne un qualche insostituibile valore, o debolezza.

 

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