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Il venditore di pensieri

Si torna a casa. Sono queste le parole che concludono –scritte nell’ultima pagina, quasi al centro del foglio – “Venditore di pensieri” il primo libro di Aldo Sarullo, “palermitano drammaturgo, regista teatrale, televisivo, radiofonico, spin doctor, ghostwriter, curatore di immagine, opinionista. Vincitore del Premio Pirandello di drammaturgia (Agrigento 1978)…finalista del Premio internazionale Susa per il teatro (1984). Da giugno 2008 è consigliere per gli Affari Culturali del Presidente del Senato…” come recita di lui la terza di copertina del suo libro. Come per Vinicius de Moraes la vita è l’arte dell’incontro, così per Aldo Sarullo la vita è l’arte dell’attesa.

In una lunga, intensa, divertente, carica di significati intervista ho avuto modo di conoscerlo e non senza piacevoli sorprese. La sua febbrile vita è in effetti costellata di momenti di attesa rivelatisi poi opportunità che gli hanno consentito di esprimere ciò che fin da ragazzo non lui, altri – dalla maestra delle scuole elementari, nonché sua zia, in poi – hanno identificato come capacità di trasmettere emozioni.

Fu così che i suoi primi compagni di scuola impararono a conoscere le sue poesie e adolescente la sua facilità di espressione lo vide autore di un tema, regalato alla compagna del cuore, suo primo amore, scambiato per una copia di Pirandello e quindi annullato. Da quel giorno si rese conto che il suo amore era svanito, in compenso era nata in lui la coscienza di una sua reale poetica, di una sicilitudine diventata sempre più radicata nel tempo, cara ai nostri più grandi letterati e drammaturghi come Pirandello, Sciascia, Brancati, Vittorini.

E qui l’attesa, preludio di ogni azione. Già diciannovenne per la facilità e la versatilità alla forma dialogica comincia a occuparsi di regia teatrale. I suoi personaggi diventano i suoi burattini, come nella migliore tradizione dei pupari, ma sino ad allora non aveva voluto scrivere nulla. Né era riuscito a incoraggiare uno “…di questi che esercitava i muscoli della mano destra sul fronte della drammaturgia” anche perché accompagnandolo alla porta di casa sua, percorrendo quindi i circa 18 metri di separazione dallo studio all’ingresso, alla confessione dell’ospite riguardo alla sua corposa produzione e numerosa partecipazione (senza alcuna vittoria) a concorsi letterari, nel comunicargli la prossima scadenza della presentazione dei lavori al Premio Pirandello, proprio sull’uscio di casa, battendogli una mano sulla spalla: “Perché non partecipi anche tu?” gli disse.

La risposta fu secca e immediata, anche perché “…lui a me la mano sulla spalla non me la doveva battere, picchì iu sicilianu sugnu. A mia?(perché io sono siciliano, a me?). “Guarda che se io partecipo vinco”. “Lui se ne andò disprezzandomi…io tornai a casa, affrontai la mia amante di sempre, cioè la macchina da scrivere, la presi, la sbattei sulla scrivania e dissi: “Bah, ora sì che ti faccio quello che voglio io. E scrissi, e scrissi”.

Sarullo è anche l’uomo dell’ultimo minuto e fu così che il 30 settembre 1978, ultimo giorno utile, alle ore 12:00 è in fila all’ufficio postale per spedire la raccomandata. Il destino aveva bussato, lui aveva aspettato, risposto e, pronta, era arrivata la chiamata. Tra una aspirata alla sigaretta e una nube di fumo il racconto continua. L’8 dicembre, giorno di festa, arriva la telefonata del segretario del Premio Pirandello che gli annuncia di essere tra gli 8 selezionati -tra gli 80 partecipanti- probabili vincitori, chiedendogli la vera identità non riconoscendo in Aldo Sarullo un nome noto di un drammaturgo e pensando a uno pseudonimo. Ma tant’è.

“Chiamami Cesare”, questo il titolo dell’opera, vince l’VIII Premio Pirandello per la drammaturgia. Era il 1978 e il Presidente della giuria, al telefono “Domani ci porta i cannoli?”, con questa domanda suggella la sua vittoria. Da quel momento cambia la sua vita: contati con critici famosi, intellettuali, sono la misura della sua popolarità, del suo successo come lo è anche lo sgomento dei primi momenti di questa nuova realtà.

Smette di fare l’avvocato, “…continuando con la regia, cominciai a scrivere il teatro con alte soddisfazioni: una finale di un premio internazionale, il premio Susa, un premio RAI per radiodrammi,…sceneggiatore, regista…Avendo questa disponibilità a fare parlare chiunque, avevo cominciato a coltivare l’idea…di mettere le mie attitudini al servizio di chi avesse l’esigenza di parlare, di esprimere pensieri e che per necessità di esprimerne molti o per incapacità non avesse la possibilità di farlo in autonomia.

Aveva quindi bisogno del Mecenate di turno, come Cesare Augusto”. Aldo Sarullo ha partecipato anche in prima linea come curatore della rivoluzione culturale e artistica, alla Primavera palermitana, richiamato da Roma dove si era trasferito già da cinque anni (1981-1985) da Leoluca Orlando, dal quale poi si allontanò – era il 1991 – per sopravvenuto dissenso e delusione. Fino al 1993 furono due stagioni teatrali molto intense ma un’altra avventura lo aveva cercato. Diventa portavoce, sia in Sicilia che al Senato, di Forza Italia e intanto, già dai tempi di Orlando, aveva iniziato il mestiere di venditore di pensieri. Anche all’interno di una ASL (azienda sanitaria locale)dove per la prima volta grazie a lui viene introdotta la distribuzione del quotidiano tra gli ammalati, restituendo loro la dignità dell’informazione fuori dalle mura di quel forzato soggiorno.

E nello stesso contesto è con una gigantografia di Padre Pio alla parete dell’astanteria che impedisce ai malati di poggiare i piedi al muro con conseguente disagio igienico “Abbiamo tenuto pulito l’ospedale grazie a Padre Pio. Un piccolo miracolo…fatto in cooperativa…” ci confessa autoironicamente. Anche in aula parlamentare ha venduto pensieri e anche questo gli ha consentito di “campare” la famiglia. Forse già da alcuni anni pensava di pubblicare il libro che era già scritto nella sua mente ma ha aspettato, come sempre, che la “chiamata” arrivasse al momento opportuno e così è stato.

Non un grosso editore che non “coccola” i libri che pubblica – e Sarullo vuole attenzioni perché ama ciò che fa – ma un amico e senza prefazione di illustri blasonati critici, intellettuali, rappresentanti istituzionali – che non gli sarebbero mancati – “Il libro, se funziona, deve camminare con le sue gambe”. No, lui che nel 1986 è stato invitato insieme ad altri due esperti di Pirandello alla Harward Huniversity di Boston da Michael Dukakis, governatore del Massachusets alla golden house mentre una jazz band suonava in loro onore. Lui che aveva pranzato al tavolo con Ted Kennedy, la storia, e avevano scherzato, lui non ha voluto una prefazione importante.

Lui che si è confrontato con Leonardo Sciascia, che ha conosciuto Michele Greco (il papa della mafia), Giulio Andreotti, Carmelo Canale (ufficiale dei carabinieri ingiustamente accusato di amicizia con cosa nostra), Totò Cuffaro e tanti altri personaggi della ribalta sia sociale, sia politica, sia artistica italiana e non, è lui l’autore de “Il venditore di pensieri”. Unico referente: una bellissima copertina creata dal figlio Luigi (come suo padre, come Pirandello) e dalla nuora. 160 pagine, 10 capitoli annunciati da una sua poesia dal titolo “E’ un romanzo da fare” e il primo verso già la dice lunga sul contenuto delle pagine: “Il lettore di questo libro è un viaggiatore”.Ma non è un turista, il viaggio non è programmato e non si conosce né la meta né il percorso.

L’autore è un poeta e vive della poesia altrui. La vita è un inganno e l’unica realtà è il teatro dove ogni finzione è verità. Ed è la regia teatrale protagonista di uno dei capitoli – lui li chiama bagagli rinvenuti perché sono delle valigie di cui il viaggiatore-lettore sconosce il contenuto- del libro. Riguarda il primo maxi processo di mafia di cui proprio il 10 febbraio di quest’anno ricorre il 25esimo anniversario. F

u lui che ci regalò delle immagini televisive (per il TG1) indimenticabili di quell’evento che segnò una svolta nella giurisprudenza italiana, nella lotta alla mafia, ridimensionando al giusto ruolo, alla giusta misera umana dimensione di uomini piccoli parecchi boss della malavita organizzata. Le sue audaci inquadrature rimangono a eterni testimoni di alcuni dei momenti più significativi di quel percorso mediatico che finalmente mostrava “alla sbarra” quelli che da protagonisti erano diventati imputati, come meritavano. Sono altrettante le pagine ricche di poesia, nei racconti di personaggi illustri o di gente comune – vissute o no, poco importa, se anche fossero solo frutto di invenzione – che emozionano il lettore-viaggiatore, colto sempre di sorpresa ad ogni pagina da una musicalità del linguaggio che ricorda il tu-tu del treno sulle rotaie.

Sì, perché questo viaggio non riusciamo a immaginarlo su un aereo o su altro mezzo di trasporto. E poi c’è la storia di “Pesciolino”, difficile ma intensa. La storia di Sabella, come un racconto a parte – scritto, mi confessa, 10 anni prima – e che forse è una delle parti che più ama del suo libro e che non può leggere perché gli “…vengono pure le lacrime…” C’è il bagaglio del ponte sullo stretto di Messina dove costruisce la speranza di una Sicilia non come sinonimo di mafia ma, come per l’Egitto identificato con le piramidi, così la nostra isola identificata con un ponte-passaggio da antimafia di oggi a senza la mafia di domani.

Ma il primo bagaglio “Sul mare capisci che sta per accadere qualcosa” è una confessione d’amore nei confronti della sua Sicilia, della sua terra ed è poesia nella prosa e mistificante allo stesso tempo perché frutto di un inganno come egli stesso scrive. Lo spacciò di altro autore, per non deludere un amico, per vendergli -anzi per regalargli -un pensiero.

 

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