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Il profumo del Natale

Mese magico il Dicembre e ricco di anniversari. Il 5 del 1901, 90 anni fa, nasce Walt Disney il padre di Topolino e di tanti altri personaggi, cartoni, tanto amati dai bambini e non solo, di tutto il mondo mentre il 20 del 1991 muore Walter Chiari amatissimo, noto comico italiano.

Nel 1944, il 2 dicembre muore Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Futurismo e il giorno 22 del 1947 l’Assemblea Costituente approva la Costituzione Repubblicana Italiana. È un momento storico importante.
Lo scrittore Italo Svevo (all’anagrafe Ettore Schmitz) autore tra l’altro di “Una vita”, “Senilità”, “La coscienza di Zeno”, nasce il 19 dello stesso mese nell’anno 1861, 150 anni fa come l’Unità d’Italia.

Due anni prima, invece, il 14 dicembre 1859, nasce Nostradamus che elargì profezie per lo più catastrofiche e il 13 - giorno consacrato a Santa Lucia – del 1250 muore Federico II, re di Sicilia.
75 anni fa, il 10 dicembre 1936 a due anni e due mesi esatti dal ricevimento del premio Nobel per la letteratura, muore Luigi Pirandello, siciliano tra i Siciliani, italiano tra gli Italiani del mondo.
Dicembre però è per antonomasia il mese del mondo cristiano. Il mese in cui si celebra la nascita del bambino Gesù, del “bambinello” come si usa affettuosamente chiamarlo in Sicilia.

E la devozione è tanta e si perpetua di anno in anno arricchendosi sempre di nuove celebrazioni, di rinnovate glorificazioni che impegnano una grande moltitudine di fedeli che non si risparmiano in questo mese di esternare ad ogni occasione la loro fede.
Non parliamo, dunque, qui del Natale dei consumi, dei regali, delle luci chiassose delle grandi città, delle riunioni in casa per giocare “a carte” o a “tombola” tra amici e parenti che è comunque anche questo un modo per festeggiare la nascita di Gesù Cristo.

È il mondo dei presepi quello che più affascina in questi giorni. Siano statici o meccanici, sia quelli elettronici che quelli animati; quelli d’argento e quelli di terracotta, di cera o d’avorio o di corallo.
Ognuno, a modo proprio, celebra una delle ricorrenze più importanti di tutta la comunità che prega e che la notte di Natale, anche per un istante, al suono delle campane, inneggia al Salvatore, al Nazareno, a Gesù bambino che sarà poi Cristo in croce per la salvezza dell’umanità. Sarà il Cristo del dolore della morte e della resurrezione.
Ma la notte tra il 24 e il 25 dicembre è la notte della gioia, della nascita. È Gesù uomo tra gli uomini, bambino tra i bambini, felicità di Giuseppe Maria.

“Dalla Galilea, dalla città di Nazaret, anche Giuseppe salì in Giudea, alla città di Davide chiamata Betlemme...Mentre erano là, si compi per lei il tempo del parto; ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò e lo coricò in una mangiatoia... In quella stessa regione c’erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge...”(Luca 1-2).

Risuona di altra musica la cantilena che – ricorda Antonino Uccello, fondatore della Casa Museo a lui intitolata e che ha sede a Palazzolo Acreide in provincia di Siracusa – riferendosi ai presepi di cera, piccoli capolavori che venivano custoditi in teche di vetro scaffalate) e situati in una posizione d’onore e di rispetto, nel “menzotunnu” (tavolo a forma di mezzaluna), veniva rivolta ai bambini che stupiti ammiravano i “bambineddi” e che così recita: “Sutta na maccia ri nucidda / c’è na naca picciridda / Si cci curca lu Bbambuneddu / Fa la vo, Gesuzzu bbeddu...”(Sotto una pianta di noci / c’è una culla piccola / Ci si corica il Bambinello / Fai la nanna, Gesù bello).

I presepi di cera hanno costituito un esempio di creatività straordinaria nella storia della ceroplastica siciliana. L’arte del plasmare figure era così diffusa e apprezzata che a Palermo c’è ancora oggi una strada, dietro la chiesa di San Domenico, Pantheon della città, intitolata proprio a questi artigiani: via Bambinai.

La loro specialità era appunto quella di plasmare volti e atteggiamenti molto verosimili ai modelli, tanto che questi simulacri diventavano “ex voto”, per ringraziare il Santo che aveva operato un qualche miracolo.
Gesù Bambino è nato povero, in una mangiatoia, riscaldato dal fiato di un bue e di un asinello e furono i pastori a rendergli omaggio. È giusto allora che la tradizione venga rispettata e che il Natale, la più magica delle feste nata nel 350 d.C. dalla Chiesa d’Occidente, venga celebrata alla luce della tradizione contadina.

È anche un modo di riappropriarsi di antiche abitudini, di una cultura “povera” ma capace di esaltare la genuinità e la concretezza di un mondo semplice come quello rappresentato dagli antichi mestieri, figure che sono esse stesse simbolo della natività.
Si avranno allora il pastore con le pecore e il cane, il fabbro, la filatrice di lana, la lavandaia, l’arrotino, il panettiere, il macellaio, il venditore di ceste, lo zampognaro.
Sono tutte figure queste, presenti sia nei presepi “preconfezionati”, sia in quelli di fattura industriale sia di eccellente manifattura artigianale magari in materiali preziosi di cui si trovano alcuni esemplari a fare bella mostra di sé nelle sale di qualche museo.

C’è poi tutto un fiorire di presepi “viventi” in cui la presenza umana e animale si inserisce in svariati contesti, ora montani, ora agresti, ora paesani. Tra questi di particolare suggestione si pone in primo piano quello di Ispica, in provincia di Ragusa.

Fa da sfondo la magica zona archeologica presso i tornanti della strada Barriera. Circa 1500 metri attraversati da numerosi piccoli santuari rupestri, la necropoli e i ruderi di chiese, un oleificio e un mulino ad acqua del ‘700, un palmento di fine ‘800, a cui fanno da corollario circa 40 “mestieri” impersonati dagli abitanti del luogo.
Non meno interessante è il presepe vivente di Aci S.Antonio (in provincia di Catania) che si può visitare nella frazione Santa Maria la Stella.

Ad ottobre di ogni anno – il primo è stato il 2002 – si dà inizio alle costruzioni per la rappresentazione di quei lavori tradizionali della civiltà contadina che daranno vita, nel mese di dicembre, a un vero e proprio villaggio della natività con i suoi antichi mestieri, la loro fedele riproduzione, a memoria delle nuove generazioni.
A febbraio le costruzioni ver- ranno smantellate. Non manca la capanna con Maria, Gesù e Giuseppe, punto di partenza alla scoperta delle antiche attività, tipiche della civiltà dei paesi etnei.

Nelle botteghe si rivive uno spaccato della quotidianità della gente che vive lungo i fianchi del vulcano.
Il viaggio più che i luoghi sembra attraversare il tempo, ma la meta è sempre la stessa: il messaggio di pace e di amore.

Ma come resistere alle tenta- zioni del palato, noi che anche della culinaria non sappiamo fare a meno e ne coltiviamo il senso religioso, tant’è che ogni festività è una occasione di gioire anche degli odori e dei sapori della buona cucina?
Il mese di dicembre, dunque, è un tripudio di ricette per piatti dolci e salati. L’Immacolata Concezione che si festeggia il giorno 8 non può fare a meno del “buccellato”, corona di pasta frolla forgiata come un canestro al cui interno è un giubilo di scorze di cedro, arance e limoni candite, immerse in una marmellata di fichi secchi a cui si aggiungono delle mandorle tritate.

Saranno le ciliegie candite a dare una nota di colore contrastante al magnifico cerchio.
Per il pranzo di Natale non mancheranno sulla tavola apparecchiata in rosso i cannelloni ripieni di succulento ragù di carne o vegetale. Il cappone sarà il “secondo” piatto obbligato ma non mancherà neanche il beneaugurante baccalà.
E che dire dei carciofi e dei cardi immersi in una pastella che attende solo di essere fritta per diventare dorata? Non vorremo certamente farci mancare il torrone: duro o morbido, a base di miele e mandorle, amico dei trigliceridi e dei dentisti!

Frutta secca a volontà e per finire i “mustazzola”: albume e zucchero...”per far la vita meno amara...”
Scorrendo tra i ricordi è un profumo che mi viene incontro: cannella. Un sapore d’antico mi riporta ai Quattro Canti di Campagna – oggi piazza Regalmici – di Palermo dove, in uno dei quattro angoli la pasticceria Sacchiero – chiusa ormai da decenni – distribuiva dolci sogni coi suoi profumi di spezie, di vaniglia e i suoi magici (per noi bambini) contenitori di leccornie proibite ai numerosi avventori, insaziabili estimatori di un’arte, insuperabile in Sicilia, del rendere dolce ogni cosa, anche la vita.

 

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