Il mercato, luogo dell’incontro
Sono i gatti gli abitanti, padroni indiscussi dei resti di una giornata di lavoro ai mercati storici di Palermo. Due, quattro, cinque, sette o forse molti di più sono proprio loro che si aggirano tra le cassette dove fino a pochi minuti prima si trovava esposta in bella mostra di sé, grande varietà di appetibili pesci rossi: triglie, azzurri: sarde e sgombri, bruni: scorfani o lucidi, argentati, piatti ed evocatori di antichi mostri marini a grandezza ridimensionata, le spatole. Non manca una teoria - ma con soluzione di continuità, e insieme goduria della vista e del palato – di rossi, arancioni e gialli gamberi e gamberoni.
E multicolori – perché anch’essi come gli abitanti dei quartieri in cui insistono questi cugini dei suk arabi sono figli di incroci di popoli, meraviglioso caleidoscopio delle razze umane - sono anche i felini che affollano le stradine laterali dove, improvvisate e quotidiane discariche, riposano, ormai svuotate, ceste, scatole, cassette di legno alte e basse che fino al tramonto hanno mostrato con grande dignità e fierezza di sé la merce in vendita.
Dai pesci alle verdure, dalla frutta agli ortaggi, dalle sarde salate ai capperi, alle insalate. E sono state “abbanniate” (elogiate e pubblicizzate con grida) con sapienza e antica abitudine lasciateci in eredità dagli Arabi, maestri nell’arte del commercio e che a noi siciliani, in questo senso, hanno davvero molto insegnato.
Quando giungerà la notte i vicoli e le strade si ritroveranno svuotate dei resti del ricordo del lavoro giornaliero e tornerà anche ad essere lucido il bugnato dei pavimenti delle lastricate strade che appena all’alba, tra poche ore, torneranno a riempirsi di brusii, di voci, di urla, di gente, di odori e sarà un continuo rincorrersi di nuove cassette piene, questa volta, di preziosa mercanzia che aspetta soltanto di essere apprezzata per ritrovarsi poi sulle tavole degli avventori per fare godere, magari trasformate in ottime e fantasiose pietanze, i loro occhi e il loro palato.
Sono molti i mercati di Palermo e si trovano tutti nella parte antica della città, nel cuore del centro storico dove risiede la più antica memoria delle radici della civiltà cittadina. I “mandamenti” – oggi diremmo quartieri – erano quattro e venivano segnati dall’intersecarsi delle due strade principali in cui era divisa la città e incrociavano ai “Quattro Canti”, piazza Vigliena.
Il Cassaro, oggi Corso Vittorio Emanuele che univa e unisce ancora la parte alta (dove prende il nome di Corso Calatafimi e conduce a Monreale), il primo nucleo in cui si costituì Palermo, verso i monti che circondano la Conca d’Oro, per sfociare anch’essa, come un fiume d’asfalto fino al mare, al Foro Italico, “passio” (passeggio e mostra di sé) un tempo per nobili e vedove per ritrovare marito o avventure galanti dentro compiacenti e ignare carrozze. Due porte segnano l’ingresso e l’uscita di quest’asse: Porta Nuova, a monte e Porta Felice, al mare.
L’altro asse che oggi porta dalla stazione ferroviaria e idealmente conduce all’autostrada per Messina (Est) fino al Viale della Libertà che si allunga fino a snodarsi sull’asse autostradale verso Trapani (Ovest). Tribunali(Kalsa), Castellammare (La Loggia), Monte di Pietà (Seralcadio), Palazzo Reale (Albergheria). Questi i nomi dei quattro mandamenti che segnavano la toponimia e la toponomastica della maggiore città della Trinacria.
Un tempo, come ancora oggi e per sempre, all’interno dei mercati c’era la vita di ogni giorno, c’erano i commerci su cui si costruiva l’economia di un territorio, dove si conversava di politica e si giudicavano i governanti, dove si faceva “curtigghiu” (si sparlava, si faceva gossip), si disegnavano limiti territoriali tra le famiglie, le corporazioni, i partiti, i casati, i brigantaggi, si parlavano le lingue in un idioma che era diverso e uguale a un tempo per tutti ed era uno scambio di cultura, di usi, di abitudini, di vita.
Ogni mercato aveva la sua fisionomia e le sue specialità, oggi dimenticate in una miscellanea di varietà quasi da supermercato o ipermercato. Oggi troviamo ancora Ballarò , il più grande nel quartiere dell’Albergheria che si estendeva fuori dalle mura della fortezza punico-romana e in cui oggi si trovano ancora tra le più belle chiese barocche di Palermo e la sede antica dell’Università degli studi oggi della facoltà di Giurisprudenza.
Il nome di Ballarò deriva dall’arabo: segel-ballareth, sede di fiera, anche se il mercato è di impianto saraceno. Altri studiosi fanno risalire il suo nome a Bahlara, villaggio nei pressi di Monreale da dove provenivano le merci che vi si vendevano. L’attuale configurazione risale al 1400 periodo in cui si allargarono le strade per farvi transitare i carri con le mercanzie e ai cui margini sorgevano le botteghe e anche le taverne.
Tra i vari prodotti in esposizione spiccano il pesce spada, re della pesca, la più modesta sarda, classico alimento – poiché economico – per ceti meno abbienti ma regina della pasta e memoria e retaggio, insieme al finocchio selvatico, di un’abitudine culinaria araba che i Siciliani hanno adottato facendosene portabandiera.
Non è seconda a Ballarò la Vucciria, immortalata nel quadro di Renato Guttuso, luogo di ricordi di palermitani doc, le cui strade e vicoli ricordano una città antica e colorita in molte espressioni che ricalcano un modo di essere, facilmente identificabile nella frase: “quando si asciugano le balate (piani di marmo) della Vucciria” che sta a significare l’importanza aleatoria che il siciliano dà al tempo perché, in quanto mercato della carne, sulle sue balate il sangue degli animali macellati scorreva sempre e quindi non c’era mai sosta.
Così il tempo non ha confini. Per i vicoli di tutti i mercati non tacciono le voci dei venditori di panelle, di sfincionello (sorta di focaccia), di fumanti “stigghiole” (budella di capretto insaporite con scalogno e prezzemolo) arrostite su improvvisati banchetti e graticole. Al “Capo” – Caput Seralcadi - si accede da Porta Carini; è il più grande dei mercati storici e sorge tra la Cattedrale, il Palazzo di Giustizia, il Teatro Massimo e si estende fino alla chiesa di San Domenico, Pantheon della città.
Tra le sue particolarità una ricchezza di stoffe insieme ai tradizionali prodotti alimentari. I “Lattarini”, anch’esso di origine araba - Suk el attarin - indicava la sua predilezione al commercio delle numerose spezie e droghe alimentari che ancora oggi vi si comprano. Quando la città si espanse oltre la Kalsa verso Monte Pellegrino, si aggiunse un nuovo mercato: il Borgo Vecchio, vicino al mare e dietro il Teatro Politeama. Il quartiere si formò nel 1556 dopo che il Senato palermitano acquistò la tonnara di San Giorgio e costruì il nuovo porto.
Proprio per la sua ubicazione instaurò rapporti commerciali con artigiani e commercianti provenienti da altre parti d’Italia (soprattutto Lombardi) che numerosi vi si trasferirono. I Lombardi commerciarono vino, olio, carbone e poi detennero il monopolio del grano. Ma se “la vita è l’arte dell’incontro”, per dirla col grande poeta brasiliano Vinicius de Moraes, “il mercato è il luogo dell’incontro”…e i Greci lo sapevano bene.