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Il Castello Utveggio

A metà strada salendo verso il santuario di Monte Pellegrino che domina il golfo di Palermo da un lato e quello di Mondello dall’altro, quasi a dividerlo in due, ed è “il più bel promontorio d’Europa” come lo descrisse il Goethe nel suo “Viaggio in Italia”, si incontra, inoltrandosi tra la vegetazione di una strada che porta al “Primo Pizzo” ad una altezza di 346 metri, il Castello Utveggio.

E la particolare costruzione, dai bordi merlati e dal caratteristico e forse unico colore rosa, guarda verso il mare Tirreno su cui si affacciano le ultime meridionali propaggini di un’ Europa che sempre memore della sua antica storia e cultura, allarga il suo orizzonte a 360° per abbracciare un Mediterraneo che dal 2010, complice il trattato di Barcellona, è diventato sempre più vicino. Palermo, il castello Utveggio sul monte Pellegrino, la Sicilia sono il ponte naturale tra due continenti: Europa ed Africa, centralità per rinnovate culture e culla di molte civiltà.

Ma quando il cavaliere Michele Utveggio, imprenditore edile di successo, negli anni compresi tra la seconda metà dell’ ‘800 e i primi decenni del ‘900 comprò dal Comune di Palermo i terreni su quel Primo Pizzo, aveva già in mente un’idea, un sogno: realizzare in quel luogo, dove la veduta mozzafiato incantava chiunque vi giungesse, un albergo e non uno qualunque, ma un hotel di lusso, esclusivo. Sarebbero stati ospiti esponenti delle massime nobiltà dell’epoca, ricchi finanzieri, industriali, belle donne con i loro gioielli e i loro profumi a fare concorrenza alla conca d’oro su cui si affacciavano le terrazze dell’hotel e ai profumi che la ricca, folta e meravigliosa vegetazione offriva e che ancora oggi è presente.

La strada carrozzabile, aperta nel 1924, che si estendeva sino al santuario di Santa Rosalia, la Santuzza dei palermitani, avrebbe portato col progresso anche le automobili, i ricchi ospiti su nere decappottabili o berline e, per coloro che non ne fossero stati possessori, chiese al Comune di istituire un servizio pubblico di autobus. E già pensava ad una funivia che collegasse la montagna alla città, allo sviluppo urbanistico, villette… Il progetto fu firmato dall’architetto Giovan Battista Santangelo e i sistemi di costruzione furono tra i più innovativi.

Nel 1932 venne inaugurato il piano terreno che comprendeva la sala per trattenimenti, il salone delle feste, il ristorante e il bar. La ditta Ducrot – la migliore in assoluto, la stessa che aveva curato e decorato gli interni del Grand Hotel Villa Igea – si occupò degli arredi. In una serata di primavera del 1934, l’albergo, finalmente ultimato, viene inaugurato. Sono passati appena cinque anni dalla posa della “prima pietra” ma il cavaliere Michele Utveggio, il suo sogno, il suo fantastico progetto, non lo vedrà mai realizzato.

E’ morto per le complicazioni di una banalissima appendicite e ha passato il testimone al nipote Antonino Collura-Utveggio. Gli argomenti più invitanti per una clientela “titolata” sono molti e vengono illustrati in una cartolina pubblicitaria:”…incantevole posizione panoramica. Ogni conforto. Gran parco di 50.000 mq. Vasta pineta. Tennis. Aperto tutto l’anno”. Tra gli ospiti più illustri a godere di balli, ricevimenti da favola, cotillons, gli ultimi regnanti d’Italia: Re Umberto e la Regina Maria Josè.

Ma è di nuovo guerra per l’Italia e il Comando dell’Aeronautica Italiana lo requisisce – si trova in una posizione strategica – e il Corpo Aereo di Spedizione tedesco, insieme alla milizia fascista, lo occupano. E’ solo nel 1943 che i tedeschi lo restituiscono ai legittimi proprietari. Non fanno in tempo a riprenderne possesso che questa volta sono le truppe americane, entrate a Palermo, gli alleati, che lo occupano.

Per un anno, ma lo restituiscono lasciando anche un brutto ricordo. Abbandoni, furti degli arredi, atti di puro vandalismo sono le propaggini di un periodo bellico e post-bellico. Dopo 50 anni e i ripetuti appelli degli eredi, la Regione siciliana acquista l’edificio con l’impegno di restaurarlo. Da Grand Hotel per nobili e ricchi signori dove godere di feste, lusso e panorama mozzafiato, diventa albergo di idee, centro di una scuola di eccellenza, di alta formazione manageriale e di ricerca su iniziativa della stessa Regione e sotto l’egida del Ministero per gli interventi straordinari del Mezzogiorno.

Sorge così il CERISDI (Centro Ricerche e Studi Direzionali). E’ il 1990 l’anno in cui, con un decreto del Presidente della Regione siciliana, il Cerisdi viene giuridicamente riconosciuto. Nel 1997 un sacerdote, un gesuita, padre Sebastiano Ennio Pintacuda è chiamato a presiedere il prestigioso istituto che lo vedrà a capo fino alla sua morte, il 4 settembre del 2005. Così quella che era stata una finestra su Palermo, sul suo mare, sulla Conca d’Oro e sulle montagne che la circondano, sulla sua vita, sui suoi ospiti, sul loro festoso brusio è diventata un polo di eccellenza per ricerche e studi.

I magnifici arredi del Ducrot andati perduti, sono stati sostituiti da telecamere, computer, poltrone per aule, biblioteche. Una caratteristica è rimasta immutata: l’idea di accoglienza che è comunque insita nell’animo siciliano da secoli e secoli di sperimentata ospitalità verso tutti i popoli, non soltanto del Mediterraneo. Padre Ennio Pintacuda aveva studiato, laureandosi, all’Università Cattolica di Milano; aveva studiato Teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e si era specializzato in sociologia politica a New York.

Era stato docente in alcune scuole e anche giornalista e direttore della radio diocesana Voce Nostra. Fu un intellettuale, a volte scomodo anche per gli stessi gesuiti, ed ispirò la stagione politica che portò alla “primavera palermitana”. Si schierò negli anni ’80 a fianco di Leoluca Orlando, contribuendo anche alla nascita di importanti movimenti politici quali “Città per l’Uomo” e “La Rete”. Fondò il laboratorio antiusura in collaborazione con la Provincia Regionale di Palermo e creò pure la “Libera Università della Politica” a cui volle dare come sede Filaga, piccola frazione di Prizzi sua cittadina natale, in provincia di Palermo.

Ha pubblicato numerosi libri. La sua visione, nell’ottica del Cerisdi, era quella di guardare all’Europa senza dimenticare gli altri popoli, sia del Mediterraneo, sia alla Cina in particolare, di cui già aveva ravvisato il propagarsi in modo globale in tutti i paesi coi quali già intratteneva rapporti commerciali, e ne temeva – in un certo senso – la concorrenza.

La data della sua morte, tra il 3 e il 4 settembre, coincidente con la notte dell’acchianata(salita) che ogni anno i palermitani affrontano per devozione insieme alle locali autorità civili e religiose sino al santuario di Santa Rosalia, patrona della città, posto appunto sulla sommità di Monte Pellegrino – lo stesso in cui si trova il castello Utveggio sede del Cerisdi, che per più di sette anni lo ha visto nel ruolo di Presidente - rendono questa data carica di significato.

Sembra un messaggio lasciato in eredità da chi, in nome di una ferma convinzione, visione della vita e moralità, ha combattuto le sue battaglie umane, sociali e politiche, facendosi sempre portavoce di una ferma onestà intellettuale. E quando le sue idee non coincisero più perfettamente con quelle del sindaco Leoluca Orlando, suo pupillo, non esitò ad allontanarsene.

Dall’alto dei suoi 346 metri il castello Utveggio continua a dominare Palermo che da sempre sonnecchia all’ombra del monte Pellegrino la cui sagoma è simile ad un mantello che abbraccia e protegge la città. Ma il moderno maniero di colore rosa e dai tetti merlati, ha avuto, forse, un ruolo sinistro nella recente storia della città che domina dall’alto: nella circostanza dell’attentato in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino, si osservò che il castello forniva un ottimo punto di osservazione sul luogo in cui era stata posta la bomba nella autovettura (davanti il portone del palazzo della madre di Borsellino) che fu fatta esplodere nel momento in cui il giudice vi si trovò vicino.

Ma risposte certe a queste domande ancora la magistratura italiana non ha saputo darne. Noi, pur consapevoli delle tremende problematiche e dei terribili interrogativi che ci poniamo in considerazione di questi avvenimenti che hanno segnato irrimediabilmente e per sempre tutti i palermitani onesti, vogliamo rivolgere lo sguardo indietro. Allora, attraverso la lente del tempo, è ancora una volta la musica dei violini, del pianoforte che preferiamo ascoltare, illudendoci che da quei saloni traspiri un profumo di gelsomini e un luccichio di una Palermo ancora felicissima che, ahimé, non ci sembra di vedere da troppo tempo ormai.

 

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