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Giufá e Petru Fudduni

Ospite di un mondo parallelo, viandante di una strada ai margini della società ma alla quale non si sente estraneo, dà una dimensione del tutto personale agli avvenimenti e alle interpretazioni della vita ben lontane, anzi avulse, da una realtà che a lui è sconosciuta.

Vista attraverso la lente del disincanto di un animo candido e spensierato, l’esistenza umana, la sua e non soltanto, gli appaiono come la rappresentazione della sua immaginazione che non è la vita reale ma la trasfigurazione di un mondo di fiaba, pur non avendone i contorni perché – comunque – calata nella quotidianità di una società tangibile quanto povera.

Presenza costante, fissa nell’immaginario collettivo non soltanto dei siciliani ma di molti popoli dal Mediterraneo al Nord Europa, dal Maghreb alla Turchia, caricatura di tutti i bambini, Giufà fa sorridere con la sua sfortuna e la sua ingenuità. Personaggio del folclore siciliano - le cui storie tramandate oralmente dal popolo furono per la prima volta riprese in forma scritta da Giuseppe Pitrè – ignorante come la maggior parte dei poveri di fine ottocento -primi novecento, ha in sé la sola conoscenza datagli dalla tradizione orale della madre.

Figura priva di ogni malizia, credulone e facile preda di truffatori e malfattori (oggi sarebbe vittima di episodi di bullismo) è lo specchio di una realtà collocata nel tempo in cui effettivamente nelle campagne del territorio palermitano ladri e imbroglioni riuscivano ad ottenere prelibatezze del contado in cambio di allettanti promesse mai mantenute. Le sue disavventure spesso trovano spunto nel dialetto che la madre parla, travisando così il senso delle sue stesse parole e provocando esilaranti episodi nati appunto da equivoci linguistici (uno per tutti: “…Giufà, tirati la porta” che in dialetto significa “chiudi la porta” ma che spinge il figlio a sradicare l’uscio).

Protagonista caro, popolare della letteratura di molti paesi, Giufà si chiama Djeha in Algeria e in Marocco; Goha in Egitto; Fugale, Jugali, Juvadi( abbreviato in Juvà), Giuvali, Jucà o Giufà in Calabria; Giuvà(da qui la derivazione da Giovanni) e Dxuai a Piana degli Albanesi in provincia di Palermo; Giaffah in Sardegna, Giohan e Giucca in Toscana, Marche e a Roma; Giucà in Albania, e poi ancora Vardiello a Napoli; Simonetti in Piemonte; El Mato a Venezia; Meneghino in Lombardia e Bertoldino a Bologna e in tutto il Nord Italia; in Spagna Juan el tonto e Jean l’imbecil in Francia; è Der dumme Hans in Germania e Matthis lo scemo in Norvegia.

E mentre Italo Calvino nell’introduzione alle “Fiabe Italiane” (ne curò la pubblicazione a metà degli anni ’50) parla delle fiabe come “…catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna…per la parte di vita che è il farsi di un destino: la giovinezza…il distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano”, Leonardo Sciascia dice che “…l’arte di Giufà, che è il non averne alcuna. Ma nel dialetto siciliano “arti” è sinonimo di mestiere manuale o, spregevolmente, di artificio, di inganno.

Arte è quella del sarto, del falegname, del potatore, del contadino; di chiunque, insomma, sa lavorare…con le mani: arte vera, che produce, che serve; ma quella dell’avvocato, del medico, è arte in quanto è arte tutto quello che ci dà pane: ma imparagonabile a quella concreta che si fa con le mani…,…Tutt’altra è l’arte di Giufà: quella -suprema assoluta- dell’ozio.

Ed è appunto l’ozio che rende Giufà personaggio, che ce lo fa vedere nel contesto di una comunità, di un paese: lo stolto o il folle del paese (…) di ogni paese siciliano. Strade, vicoli e cortili; palazzotti pretenziosi e stemmati, case terragne umide e oscure, gradinate di chiesa; palmizi, mandorleti, oliveti; campi di grano e campi di sulla; asini e capre; il mare qualche volta – si accampano dietro la sua figura, fanno di volta in volta sfondo al suo vagare, al suo estravagare. […]”.

E Sciascia certamente conosceva questa realtà per la sua lunga frequentazione del mondo contadino, dell’entroterra siculo. “Giufà, una ne pensa e cento ne fa”. Quante volte è stata detta, quante volte è stata ascoltata questa frase. Quanto è diventata di uso comune per inquadrare, incasellare atteggiamenti, comportamenti di chi vive alla giornata in modo candido, spensierato, irrazionale, fuori dagli schemi, che fa quasi meritare l’appellativo di stolto o di scemo oppure di…saggio!

Così come i bambini di tutto il mondo, di ogni epoca hanno spesso la sensazione di sentirsi, di apparire stupidi a causa anche del non infrequente modo di trattarli degli adulti e che gli stessi ragazzi, tra di loro, non mancano di rinfacciarselo quasi come per un atto consolatorio, esorcizzante, da rivolgere a se stessi. Ma dalla parte di Giufà c’è quasi sempre la Fortuna (non è forse vero che, secondo un antico proverbio, la Fortuna aiuta ubriachi e bambini? “ ‘mbriachi e picciriddi Diu –in questo caso la dea bendata- l’aiuta”) che evita catastrofi e risolve in sorriso ogni disavventura.

Le storie del nostro protagonista sono il “diario di bordo” di una navigazione sulle rotte serene pur se movimentate del percorso di una esistenza antica che non cerca mete, e ormai fuori dal mondo, da quell’universo che era l’unica realtà tangibile ma che Giufà – o meglio la fantasia popolare – rifuggiva. Ma se la sua è una figura entrata a far parte dell’immaginario collettivo non solo del popolo di Sicilia, palermitano è invece Petru Fudduni che di immaginario non aveva nulla.

Vissuto nel ‘600 (nato quasi certamente nel 1604 e morto, con certezza, il 22 marzo 1670) fu un poeta fertile, amato dal popolo del quale interpretava i bisogni e il desiderio di rivolta nei confronti dei potenti. Come era costume a quell’epoca, partecipò a numerose sfide a suon di “ottave”(rime), vincendole sempre e avendo la meglio persino sul blasonato Antonio Veneziano. Ancora oggi ci si chiede come Pietro Carmine Fullone - questo fu il suo vero nome – pirriaturi (lavoratore delle cave di pietra anche come caruso) e lavoratore della pietra (scalpellino), potesse avere in sé il genio letterario, a tal punto da renderlo famoso in tutta l’isola.

Cercava lo scontro “letterario” con gli altri vati anche andando a trovarli nelle loro città, raccogliendo simpatie dal popolo e dalle donne pur rimanendo sempre fedele ai suoi principi di eguaglianza, di amore per il “proletariato”. Ancora oggi ci si chiede dove attingesse tale linfa verbale poetica che lo rese il più bravo, il più celebre dei suoi contemporanei, decantato dallo stesso Meli e, dopo quasi due secoli dal Pitrè.

Incrocio tra un barbone – data la trascuratezza nell’abbigliamento - e un artista estroverso dell’improvvisazione fu sempre il trionfatore di ogni disputa, guadagnandosi la fama del più importante poeta popolare, dialettale siciliano di tutti i tempi.

Alla sua morte, il popolo che lo riteneva suo protettore perché interprete e accusatore di tutti i suoi bisogni presso i governanti, pianse e insieme a lui anche uomini dotti che non risparmiarono in quell’occasione di esprimersi in versi, come – d’altronde – il poeta meritava: “ E’ mortu Petru, ed è Palermu ‘n luttu,/ a lu settanta di milli e secentu!/ Cianci Pauni, di Tripi lu dottu, /La Fata e li poeti a centu a centu!/ Apollu stissu lu liutu ha ruttu, / cui lu mania cchiù lu so strumentu? / Campau affamatu a lu strenu riduttu, / abbattutu di sciauru e di ventu”.

(E’ morto Pietro ed è Palermo in lutto,/nel 1670!/Piange Pavone(era un poeta rivale), il dotto di Tripi(cittadina in provincia di Messina),/ La Fata(altro poeta) e i poeti a cento a cento!/ Lo stesso Apollo(nella mitologia dio dei vati, della poesia) ha rotto il liuto(con cui accompagnava le sue recite),/ chi toccherà più il suo strumento?/Visse di stenti, ridotto allo stremo,/ prostrato dal soffio e dal vento.

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