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GINESTRA NON È SOLO UN FIORE
11 settembre 1915. Arcellasco, località in provincia di Como, vede venire alla luce Raimondo, figlio illegittimo di Giuseppe Lanza Branciforti di Scordia e di Madda Papadopoli Aldobrandini, di dieci anni più vecchia di Giuseppe e madre di Miriam.
Non potendo dunque, secondo la legge vigente dargli il cognome del padre, viene scelto un nome di fantasia per registrarlo all'anagrafe. Si chiamerà Raimondo Ginestra.
Ma la vita di questo personaggio dal sangue blu non porterà con sé sempre il giallo dorato del fiore che a larghe macchie illumina la primavera delle campagne siciliane inebriando a ogni respiro col suo profumo pungente.
Sì, nelle sue vene scorre sangue siciliano: il padre appartiene a un antico e nobile casato ed è figlio di Pietro di Trabia, Senatore del Regno e di Giulia Florio, dama di corte della Regina Elena.
È appena nato e il suo destino è comunque già segnato dalle incertezze della ricerca di un'identità familiare che gli verrà assegnata dopo la prematura morte del padre, grazie alle intercessioni di potenti uomini politici e ad una legge fatta ad hoc che gli consentirà di assumere il cognome Lanza.
Vincenzo Prestigiacomo, giornalista, scrittore e storico palermitano ha "conosciuto" sin da bambino la storia di Raimondo e se ne è innamorato. Per quindici anni circa ha compiuto ricerche sulla sua vita affidandosi non alla fantasia ma alle testimonianze dirette di coloro che lo hanno frequentato.
È nato così il libro "Il Principe Irrequieto. La vita di Raimondo Lanza di Trabia", pubblicato dalla Nuova Ipsa Editore e giunto oggi alla terza edizione.
Ma come è nata in Prestigiacomo la curiosità o meglio il desiderio di indagare a fondo sulla vita di questo che Principe non fu mai ma che tutti, popolo compreso, chiamavano col titolo nobiliare? Di questo genio dell'imprevedibilità, dell'ardimento, degli scherzi, della temerarietà e della generosità che finì la sua vita lanciandosi dalla finestra della camera 240 del 3° piano dell'hotel Eden di Roma il 30 novembre 1954 all'età di soli 39 anni?
Ce lo ha detto in una lunga intervista, alla vigilia della presentazione di questa terza edizione del libro che non è un semplice romanzo, non un saggio, non una biografia, ma una appassionata ricerca documentale e documentata volta a restituire la giusta dimensione umana, storica e sociale a Raimondo Lanza di Trabia finalmente fuori dagli schemi di un gossip a buon mercato che lo vedeva spesso protagonista di vicende mondane sulle copertine patinate di giornali che non di passioni umane e di realtà si nutrivano ma di fantasiose ricostruzioni di scorci di vita sottolineati da un voluto(?) sentimento di superficialità.
Fu rovistando tra i bauli depositati nel corpo basso di un palazzo nobiliare del '600 di proprietà di uno zio che Vincenzo Prestigiacomo trovò i primi documenti sulla vita di Raimondo e quando negli anni '70 sposò Ester Bona, anch'essa come lui di nobile casato, trovò nei bauli della moglie delle fotografie in cui erano ritratti il suocero e Raimondo Lanza, in quanto compagni di classe al prestigioso istituto Gonzaga dei gesuiti di Palermo.
"E trovavo fotografie di Raimondo presidente del Palermo calcio e quindi mi sono anche infervorato e sono diventato un grande tifoso di questo grande presidente legato a Gianni Agnelli, che faceva viaggiare la squadra in aereo, mentre le altre società viaggiavano in treno. Lui regalava orologi Zenith d'oro".
Sì, il Principe irrequieto era anche uno sportivo e fu il precursore del calcio mercato, dotato di grande intuito e volle avere con sé il tecnico Viani. Comprava giocatori e addirittura, alla sua morte, li lasciò come patrimonio in eredità alla moglie.
Fu anche sostenitore della mitica Targa Florio, investendo denaro proprio quando suo zio, Vincenzo Florio, si trovò in difficoltà per l'organizzazione della più antica corsa automobilistica su strada.
Fu un grande viaggiatore, visitò la Francia, la Spagna, l'Inghilterra, la Persia (oggi Iran).
Non disdegnò di partecipare alla caccia alla tigre in compagnia dello Scià e della bella moglie Soraya, rifiutando un incontro riconciliatore con il Principe Ranieri di Monaco col quale aveva avuto uno screzio per un ritardo di un quarto d'ora (Ranieri si era fatto attendere) ad una cena risolto con la rottura sul tavolo da pranzo di una statuetta di marmo, omaggio di un assessore palermitano per il regnante monegasco.
In Spagna compì una missione pericolosa recuperando dalle mani dei ribelli il patrimonio artistico di cui si erano impossessati, infiltrandosi tra le loro fila, grazie anche alla sua perfetta conoscenza della lingua spagnola.
Ma al suo strizzare l'occhio al fascista Franco che allora governava la Spagna, affiancò il suo appoggio ai partigiani italiani nascondendo prima e consegnando loro poi i fucili che teneva nascosti nella sua camera al Grand Hotel di Roma, tra lo stupore e la diffidenza di Antonello Trombadori – comunista d'oc – e la gratitudine di Ludovico Corrao che ben conosceva i giochi della politica.
Trombadori mal sopportava il principe finché, grazie a lui, non conobbe la futura moglie. Divennero amici e quando Prestigiacomo lo intervistò per chiedergli notizie su Raimondo, le sue parole furono lusinghiere.
Il Lanza fu amico anche di Galeazzo Ciano, ma ancora di più della moglie Edda Mussolini, figlia del duce Benito. Intervistata dal nostro autore nella sua casa romana, alla domanda se avesse avuto un flirt con lui "Un flirt? Si giocava, si scherzava, il bacio, la toccatina. E lì tutto si fermava" fu la sua risposta.
Raimondo da ragazzo, quando finalmente all'età di 12 anni poté conoscere i nonni, venendo in Sicilia, si innamorò di questa terra piena di sole e di calore umano che certamente trovava poco tra i nobili che la famiglia frequentava ma che non gli veniva lesinato dai compagni di gioco che abitavano nei vicoli della Kalsa, il quartiere in cui si trovava - e lo si può ammirare ancora - il meraviglioso palazzo Butera, una delle dimore dei Lanza.
Lì esercitava anche la sua innata generosità, portando in quelle case povere ceste colme di frutta e di ogni ben di Dio, senza mai aspettare ringraziamenti, anzi rifuggendone.
Amava molto l'avventura, il rischio, stupire chi gli era vicino. Tuffarsi durante la mattanza organizzata alla tonnara del Castello di Trabia casa di villeggiatura della famiglia Lanza, nel mare pieno del sangue dei tonni arpionati, era una consuetudine che lasciava ammirati e sbigottiti i pescatori.
Suoi amici cari furono Gianni Agnelli, l'avvocato, la sorella Susanna con cui fu anche fidanzato, Aristotele Onassis, Edda e Galeazzo Ciano, Ranieri di Monaco, Antonello Trombadori, ma anche Rita Hayworth, Errol Flynn, Joan Crawford, Porfirio Rubirosa, Mr. Mayer della nota casa cinematografica e furono tutti suoi ospiti.
Sposò Olga Villi, un'attrice, ed ebbe due figlie. La seconda nacque dopo il suo suicidio. Un volo d'angelo - e fu come tuffarsi nell'azzurro mare della sua amata Sicilia - terminò l'irrequieta e tormentata vita di quest'uomo che vide la sua fine arrivare di giorno in giorno tra atroci dolori alla testa (si pensò a un male incurabile), sniffate di cocaina e alcol.
Quando all'hotel Eden di Roma un suo amico d'infanzia, neurologo, suggerisce il ricovero in una clinica specializzata, Raimondo intuisce la sua fine e mentre il medico si avvia alla porta della camera accompagnato da Galvano, suo fratello minore, apre la finestra e in un attimo è sul selciato di via Ludovisi. Unico spettatore un benzinaio che stava aprendo il suo distributore.
Sul posto accorrono i suoi amici più cari. Tra questi, a raccogliere gli ultimi sospiri, lo scrittore e parente Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Gianni Agnelli, Alberto Moravia, Curzio Malaparte, Edda Ciano Mussolini. La moglie, Olga Villi, arriva il giorno seguente: si trovava a Milano per impegni teatrali.
Chissà se sulla sua tomba furono portati dei fiori di ginestra.
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In Compagnia Siciliana
A. Brunetti |
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