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Estremo Sud

Una delle tre punte della Sicilia, l’estremo lembo orientale e meridionale dell’isola, il più vicino all’Africa, più a sud di Tunisi. Questo è Capo Passero e lo stesso nome porta l’isolotto che si trova adagiato sul mare a 250 metri di distanza.

Un tempo unita alla terraferma da un istmo sabbioso ancora ben visibile con la bassa marea ma non praticabile a piedi a causa delle forti correnti, territorio del comune di Portopalo in provincia di Siracusa, punto di riferimento per i naviganti che attraversano il Canale di Sicilia, che lì incontrano la “Guardiana del Mare di Sicilia”, la grande statua in bronzo di Maria Santissima Scala del Paradiso. Inaugurata dal Vescovo di Noto Angelo Calabretta nel 1959, alla fine del XVI° Congresso Eucaristico Nazionale di Catania, l’opera del fiorentino Mario Ferretti è alta cinque metri e poggia su un piedistallo di venti; pacifico spartiacque tra le religioni del Mare Nostrum.

A guardia dell’isola e della terraferma si trova la Fortezza sveva aragonese di Carlo V di Germania e Re di Spagna, risalente al Trecento. Costruito per l’avvistamento delle navi saracene e baluardo a difesa contro le incursioni piratesche, nel 1526 la fortezza, che fu distrutta dal pirata Dragut, era accessibile attraverso un ponte levatoio.

Su una balconata vi si legge ancora l’epigrafe: “Melius est in dia urge qua commiseratione deplorare - 1701”, meglio agire che deplorare con commiserazione gli eventi: accanto all’iconografia si trovano i resti della cappella contenente la tomba distrutta e sconsacrata di un capitano spagnolo sepolto nel 1631.

Verso oriente sono le grotte marine, bellissime soprattutto quelle che formano il gruppo del “Polipo”. Numerose specie di gabbiani sono ospiti fissi di queste scogliere. I magazzini e le ancore abbandonate della tonnara di Portopalo, completano le opere architettoniche e naturali di cui l’isola fa tesoro regalando suggestive immagini a chi la attraversa da terra e dal mare.

Ideale solco tra lo Jonio e il Mediterraneo, proprio di fronte la città di Portopalo, è l’Isola delle Correnti, unita alla costa siciliana da una sottile lingua di pietra, sommersa in parte al sopraggiungere dell’alta marea e tale da bagnare chi l’attraversa fino alla cintola in un emo­zionante percorso, tra le onde contrastanti dei due mari, preludio ad incantevoli sugge­stioni paesaggistiche.

Meta ambita da appassionati di surf e windsurf che raramente potrebbero lottare contro due giganti blu come accade in quel tratto di mare. A guardia dei venti e dei marosi spumosi che si infrangono sugli scogli ma diradano dolcemente sulle spiagge dorate, il faro un tempo abitato dal guardiano e dalla sua famiglia, metaforica lancetta di un orologio segna-tempo di mare e di flussi migratori di uccelli e di pesci, meraviglie di sub e appassionati naviganti.

Un altro faro domina sulle stesse acque ed è quello posto sulla costa antistante Portopalo di Capopassero, ultimo comune, estremo lembo di una Sicilia assolata che è quasi Africa. Crocevia di itinerari nei secoli, platea e proscenio di battaglie contro gli uomini e contro le forze della natura.

Nel 1718, nel corso di una battaglia navale, la flotta spagnola venne sconfitta da quella inglese dell’Ammiraglio Gorge Byrn. Nato come “Capo Pachino”, poi “Terra Nobile” e poi ancora “Porto Palo”, diventa realmente “comunello” verso la fine del 1700; soltanto con la legge regionale n.1 del primo marzo 1975 assume l’attuale nome. Nel suo territorio si trova una antichissima tonnara, risalente al Medio Evo ma che comincia a prendere la forma attuale sotto la proprietà del Principe di Villadorata, Corradino Nicolaci.

Ancora oggi, dopo alcune cessioni, appartiene al barone di Belmonte. Ormai in disuso, rimane un esemplare di architettura industriale di interesse particolare, sia per la data di costruzione iniziale, sia per la imponenza delle sue strutture tra le più grandi e attive di Sicilia, data la sua posizione strategica per il passaggio dei tonni. Durante la mattanza (pesca del tonno), i marinai segnalavano la quantità di tonni presenti nelle camere delle reti (camere della morte) alzando delle bandiere.

Bianca e rossa se erano dieci, Rossa per il numero di venti, Bianca se erano trenta, componendole tra loro per segnalare un numero maggiore. Quando issavano su un remo una giacca da marinaio, “’u cappottu”, allora il numero dei pesci era incalcolabile. Il santo protettore del borgo siciliano, che si celebra il 7 agosto, è San Gaetano: una processione dietro la statua del santo per le vie del paese fino al ritorno in chiesa e una sequenza di giochi d’artificio a tarda sera.

La rottura dei “pignatelli” e altri giochi antichi popolari per festeggiare con qualche sorriso la ricorrenza. Ma la vera festa consiste nel “Palio del Mare”, datato anni ’50 del secolo scorso, chiamato “cursa ri varchi”(corsa delle barche). È una regata dedicata al patrono e negli anni ’60-’70, quando visse il massimo splendore, le rivalità erano molto accese. L’unico premio: la vittoria, tagliare per primi il traguardo.

Alcune barche sono entrate nell’immaginario collettivo grazie anche ai loro nomi: “Asso di bastoni”, “El Conquistador”, “Amila” e sono state vere protagoniste di tenzoni degne della penna di uno scrittore d’avventure per l’entusiasmo e l’impeto dei protagonisti che non si risparmiavano scontri verbali e perfino fisici.

Ma non è ricca solo di bei ricordi o bucoliche serenità la storia di questo tratto d’Italia. Nella notte tra il 25 e il 26 dicembre 1996, una tragedia si consuma nel buio profondo della prima notte di Gesù. 283 i passeggeri di un battello di immigrati che cercava la luce di quel faro che li avrebbe fatti approdare ad una terra amica, alla salvezza da una vita insopportabile.

Il naufragio infrange le speranze, infrange i corpi nella più grande tragedia navale del Mediterraneo dopo la fine della seconda guerra mondiale. La “Strage di Natale” – così fu chiamata – si chiuse nel silenzio del mare e degli uomini che vollero ignorare quanto accadde, che non vollero dare una dignità di esseri umani ai clandestini provenienti da India, Pakistan, Sri Lanka.

Solo “merce” che paga un traghetto verso la morte, verso una morte silenziosa nel buio di un mare che più nemico non si può, seppure sperato amico, portatore di una luce all’alba di un nuovo giorno, di una nuova vita. Nessun umano turbamento, sopraffatto dal timore di un fermo della pesca da parte dei pescatori; il silenzio colpevole di politici, di trafficanti di schiavi, neppure interrotto da inchieste giornalistiche cadute nell’oblio.

Nessun colpevole, nessun punito. Un tempo i pittori, cronisti ante litteram, rappresentavano la vita, la morte con la stessa lucidità di un giornalista, di un inviato speciale di oggi. Ai nostri giorni, quando ancora e più che mai le coste siciliane sono ambite mete o trampolino di lancio verso altri luoghi, verso altre patrie, si continua a morire nel mare, nel profondo della tristezza di speranze spezzate, di porti mai raggiunti. Allora l’arte viene incontro al dolore dell’uomo, si fa rappresentazione, cerca moduli espressivi e si rappresenta e ci rappresenta una realtà quasi vissuta in prima persona.

Con “Ex migranti” Carlo Lauricella, riberese di nascita, titolare della cattedra di Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo, profondamente immerso nel sentimento di antica “pietas” verso le vittime di quel naufragio, divenuto ormai canovaccio di identiche storie di quotidiana infelicità e morte, ha voluto ricordare con una mostra inaugurata nel 2008 ma visitabile al suo atelier di Palermo in perenne esposizione, tutte le 283 vittime silenziose di quella maledetta notte tra il 25 e il 26 dicembre 1996.

Suggestioni antiche e tecniche moderne rendono così omaggio a quei corpi sconosciuti a cui l’artista ha voluto dare un volto, per sempre sepolti nel blu di un Mediterraneo che qualche volta vorrebbe essere tinto di rosso per ricordare tutti i migranti del mondo che in ogni modo perdono anche soltanto una parte, una goccia della loro linfa vitale, il loro sangue.

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