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Epifania

La Befana vien di notte / con le scarpe tutte rotte / col cappello alla romana / viva viva la Befana”. Se questo è il modo di intendere la festività che si celebra il 6 gennaio nel mondo cristiano da parte dei bambini o secondo alcune tradizioni popolari, in effetti il suo significato religioso è ben più profondo.

Epifania è il nome con cui i cattolici indicano la manifestazione (dal greco Epifaneia) che Gesù fece di sé ai Magi recatisi in visita alla grotta di Betlemme. Gli ortodossi, invece, nella stessa ricorrenza, festeggiano il Battesimo del Salvatore. L’Epifania, comunque, chiude un ciclo di celebrazioni cristiane che vanno dalla notte di Natale, il 24 dicembre, al 6 gennaio; da qui il detto: “Epifania, tutte le feste si porta via”.

Chi fossero i Magi esattamente non si sa – forse dei re? – ma quasi certamente erano sacerdoti persiani che venivano da oriente – secondo il Vangelo di Matteo – studiosi di astronomia-astrologia (a quei tempi l’una categoria era racchiusa nell’altra). Neppure il loro numero è certo e varia da due come nelle rappresentazioni di alcune catacombe, a dodici secondo una Cronaca orientale del 774-775.

Il numero che è stato assunto come maggiormente accreditato è tre, anche perché risponde perfettamente ad una trilogia religiosa che vuole simboleggiare, in loro impersonati, la volontà, il pensiero e il sentimento.

Questi tre elementi in armonia realizzano l’iniziazione spirituale. Anche i tre doni (i quali anch’essi sembrano rispondere alla triplice natura della Trinità) racchiudono in sé una simbologia: Oro, unico regalo degno di un re, Cristo, Maestro, e simbolo insieme di coscienza e di conoscenza (inalterabile come il prezioso metallo); Mirra, simbolo delle energie creative, della volontà e offerto al Profeta, l’Iniziato, rivelatore dei Misteri; Incenso, offerto al Sacerdote, colui cioè che è intermediario, che trasforma le energie e le coscienze ed è simbolo di amore.

Il riferimento della regalità dei Magi si attribuisce al fatto che nell’ultimo periodo dell’impero persiano (al tempo del re Erode) erano i re-sacerdoti che si occupavano del culto di Zoroastro e la preannunziata nascita di un “Salvatore” del mondo, spinse Gaspare, Baldassarre e Melchiorre – questi i nomi loro attribuiti- a seguire la “stella cometa” che in realtà, molto probabilmente, era una sovrapposizione di satelliti o una “nuova stella”.

Comunque la loro visita al bambino Gesù ha simbolicamente il significato, proprio in virtù dei doni che essi portavano, della dualità della natura umana e divina del Cristo (la mirra era una resina estratta da un arbusto e utilizzata, secondo la Bibbia, come unguento profumato che misto a oli veniva usato a scopo terapeutico – quindi l’unzione di Cristo – o per le imbalsamazioni).

Inoltre, raffigurati come un arabo, un nero e un bianco, simboleggiano il messaggio cristiano di fratellanza tra tutti i popoli, senza distinzione alcuna davanti a Dio: infatti i Magi provenivano dall’Asia, dall’Africa e dall’Europa, i soli continenti allora conosciuti.

La duplicità di vita e morte in Cristo si trova anche nella figura della Vecchia di Natale, la Befana che con i suoi regali e contemporaneamente con la fine delle festività richiama al concetto di natura che muore e si rigenera, in un ciclo continuo, caro al popolo soprattutto quello delle campagne. E nei paesi della Sicilia, ma non soltanto, sono molte le rappresentazioni di questa festività cristiana.

La vecchia grinzosa, dal naso aquilino e non proprio di bell’aspetto, che va in giro la notte tra il 5 e il 6 gennaio, con in testa un fazzoletto o un cappellaccio, con indosso una gonna scura e larga rattoppata in più punti, un grembiule con due grandi tasche, uno scialle, le calze rotte e con un gran sacco sulle spalle pieno di giocattoli, di leccornie per i bimbi buoni e di carbone per quelli monelli, a cavallo di una scopa non può che suscitare sorrisi tra i bambini che aspettano di trovare i suoi doni dentro le calze che hanno lasciato appese al camino o sull’albero di Natale.

In alcuni comuni della provincia palermitana (Gratteri, Cefalù, Alia dove fino a pochi anni fa le “vecchie” giravano di porta in porta per chiedere cibi) la “Festa della Vecchia” si celebra la notte di San Silvestro. A Gratteri si allestisce la “Vanniata di festi di l’annu”, una sorta di processo (vanniata) virtuale agli avvenimenti (di festi) dell’anno (l’annu) che sta per concludersi.

Il dibattimento viene annunciato dal suono di un corno di bue, strumento costruito artigianalmente dai pastori, ma prima che arrivino alle sbarre gli imputati dopo avere sfilato per le vie del paese, esce dalla grotta Grottara (centro storico di Gratteri) la Befana, coperta da un lenzuolo bianco a cavallo di un asino e accompagnata da un corteo di ragazzi nei tipici costumi siciliani e muniti di torce e campanacci. Lungo il percorso che porta alla piazza dove si svolgerà il “processo”, la Vecchia distribuisce i dolci locali tipici, i “turtigliuna” preparati a base di mandorle, noci, nocciole e frutta secca.

In piazza l’aspetta uno scoppio di petardi. Nei paesi di connotazione albanese (di rito greco) quali Contessa Entellina, Mezzojuso, Piana degli Albanesi, l’Epifania si festeggia in due giorni (il 5 e il 6 gennaio). Nella chiesa, vicino l’altare maggiore, si colloca su di un palco una vasca piena d’acqua a cui è legata una cordicella. L’altro capo è legato alla finestra più alta del palazzo di fronte che sovrasta un’altra vasca collocata sotto una fontana.

Il Celebrante immerge 3 volte una croce nell’acqua della vasca e il sagrista libera una colomba che può volare seguendo il percorso della cordicella. Il suo volo simboleggia la discesa dello Spirito Santo e alla fine delle celebrazioni i fedeli raccolgono l’acqua benedetta. Nelle grandi città, nei capoluoghi di provincia, non sono molti coloro che riempiono le calze dei propri bimbi di dolci e giocattoli.

Nell’era consumistica ci sono anche tante altre occasioni per le “leccornie”. Fino ad alcuni decenni fa, era in uso, a Palermo e certamente in molte città italiane, nel giorno della Befana, elargire doni ai vigili urbani. La loro gestualità, sopra un cilindro a strisce bianche e rosse, nelle loro divise bianche (estive) o blu (invernali) era il cronometro che siglava i diritti e i doveri degli automobilisti e dei pedoni.

Bottiglie di spumante, allora rigorosamente e orgogliosamente italiano, panettoni, torroni, cioccolati, arance, limoni e altre leccornie insieme a giocattoli – per i loro bimbi- si ammonticchiavano intorno ai loro “pulpiti” da cui, cerimonieri di un codice stradale meno frenetico di quello attuale, non multe in quel giorno, bensì sorrisi e “grazie” per i concittadini per un giorno riconciliati con i “distributori” di probabili multe.

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