Engrauline, non solo leggenda
C’era una volta… Cominciano sempre così le leggende e anche quella delle Engrauline recita lo stesso copione. Erano le stelle più luminose dell’Universo, piccole, ma davvero splendenti. Così ogni notte, specchiandosi nelle acque del mare, facevano sentire le loro vocine querule, piene di boria, di superbia. Si paragonavano con le Pleiadi e con la Via Lattea e, con fare tronfio, mettevano a confronto il loro splendore, la loro argentea luce che, riflessa sul nero del mare di notte, le faceva sembrare un mantello proprio d’argento.
Di giorno, non potendo gloriarsi del loro meraviglioso e rilucente riflesso sulla superficie degli oceani e di ogni corso d’acqua, trascorrevano il tempo a lamentarsi perché il Sole non permetteva loro di farsi ammirare dagli uomini che di notte, invece, stavano anche delle ore a naso all’insù per inebriarsi della loro lucentezza.
Un notte di Luna piena, fecero perfino piangere il bianco satellite che, risplendendo di un chiarore diamantino imbiancava la superficie delle acque, accusandola di impertinenza, tanto erano invidiose. Il buon Dio, vedendo che non solo la Luna ma tutti gli astri piangevano per il dolore e la mortificazione, temendo che il suo regno di pace e di equilibrio potesse essere profondamente turbato, si rivolse alle Engrauline rimproverandole.
“Di notte ho ascoltato le vostre superbie e di giorno le vostre lamentele, con grande pazienza. Adesso avete fatto piangere la Luna, dolce e utile per il governo delle maree, le nascite, il pane e il vino e io vi toglierò dal cielo e vi spedirò in quel mare nel quale vi siete sempre specchiate amandovi superbamente, cosicché gli umani potranno godere del vostro splendore di giorno e di notte e vi apprezzeranno soprattutto come cibo. Allora dovrete correre, fuggire, cercare di sfamarvi e sarete, finalmente, come pesci zitte.”
Bastò un gesto e il giorno seguente i pescatori, ritirando le reti, per la prima volta poterono ammirare quell’insieme di argentei pesciolini, gustandoli poi e ai quali diedero il nome di “acciughe”. Scesi, dunque, dal cielo questi gustosissimi pesci sono stati apprezzati per le loro qualità organolettiche e la Sicilia il cui mare ne è ricco, ne ha fatto anche una importante industria conserviera.
Ad Aspra, borgata marinara distante pochi chilometri da Palermo e compresa nel territorio di Bagheria, si trova lo stabilimento dei fratelli Girolamo e Michelangelo Balestrieri che, con tenacia, hanno continuato l’opera intrapresa dal “nonno Battista”, così da mantenere una tradizione artigianale che affonda le proprie radici nel costante rispetto delle vecchie logiche e delle antiche metodologie dell’industria conserviera del pesce.
Un tempo era compito degli uomini andare per mare su barche di legno a pescare il prezioso tesoro ittico, mentre le donne si dedicavano alla pulitura e alla salatura del prodotto; oggi le tecniche sono cambiate, si sono modernizzate, ma i fratelli Balestrieri continuano a lavorare le acciughe(anciòve)pescate tra maggio e giugno (i mesi migliori) esclusivamente nelle coste siciliane e spagnole, per offrire un prodotto sempre di altissima qualità che non fa rimpiangere il passato.
La frazione marinara di Aspra si può considerare, dunque, insieme a Mazara del Vallo e Sciacca, capitale del “salato” essendo uno dei tre poli produttivi siciliani che si occupano della lavorazione del pesce azzurro. Questa attività che esporta prodotti eccellenti in tutto il mondo, tratta un giro di affari di circa 75 milioni di Euro annui. Sono 14 le aziende tra industriali e artigianali che danno lavoro a quasi 300 persone e ne coinvolgono un migliaio circa.
Sono aziende leader nel settore e i loro prodotti si trovano poi in tutto il mondo: Stati Uniti, Australia, Germania, Canada, Inghilterra, Cina e perfino Giappone. Il loro segreto? Puntare ad un prodotto industriale che conservi le caratteristiche qualitative di un prodotto artigianale e, inoltre, investire nello sviluppo di un’area commerciale costituita da esperienze consolidate nel settore delle conserve ittiche.
Il successo è stato sottolineato da citazioni su “Il Sole 24Ore” e sul “New York Times”, solo per citarne due. L’azienda dei fratelli Balistreri, Michelangelo e Girolamo, ha una marcia in più rispetto a quella dei propri concittadini: ha costruito in più di 10 anni un Museo dell’Acciuga. Quasi un santuario della tradizione dell’antico borgo marinaro, dove convivono vecchie fotografie, reperti storici, antichi strumenti di lavoro insieme a squali imbalsamati, conchiglie, reti, coralli.
C’è pure un pesce martello e altri pescecani(bistini), una murena sinuosa come l’andatura delle donne. E poi ancora corde, una tartaruga dagli occhi gialli ormai condannata a non rientrare più la testa dentro la sua naturale casa, il prezioso guscio-ambito trofeo di pescatori infami. C’è pure una lunga esposizione di latte “Marca Vaticano” – per non farsi mancare la benedizione divina – delle acciughe salate, barili, remi, galleggianti, lampare, ceste, coffe, il coppo, cestini e “panari”.
Michelangelo Balistreri è anche un poeta dialettale che ha pubblicato libri di poesie e ha vinto dei premi anche internazionali e il ricavato delle vendite delle sue pubblicazioni lo destina in beneficenza. Scrive di pescatori, del loro duro e doloroso lavoro, della loro vita. E continua pure un’altra tradizione antichissima, conosciuta e frequentata dai Romani: si chiama Enogarum e ha un odore liquoroso.
E’ il vino di acciughe che si ottiene dal liquame della salagione. Diluito con l’acqua diventa Hidrogarum; con l’aceto Oxigarum; mischiato con l’olio Oleogarum. Dai triclini dei Romani è arrivato all’Aspra, dove i Balistreri ne producono in minima quantità da sottoporre all’assaggio di visitatori e scolaresche. Il numero di circa 3000 visitatori annui di questo interessantissimo Museo forse potrebbe accrescersi se le strutture ricettive del borgo fossero incrementate.
Meriterebbe maggiore attenzione la gestione del litorale, il trasporto pubblico, le attività ludico-ricreative estive e la creazione di un vero e proprio porticciolo che ne farebbe certamente un polo d’attrazione. Non sarebbe allora soltanto una romantica “cartolina” con le sue immagini di barche alla fonda, le sue onde del suo mare che si infrangono sulla banchina, il promontorio che prolunga la Montagna d’Aspra (Capo Mongerbino).
Sarebbe come rivivere quelle immagini lasciate alla memoria dei posteri da Francesco Lo Jacono, il grande pittore, uno dei massimi esponenti dell’impressionismo siciliano della fine ‘800 – inizi ‘900. Anche Renato Guttuso, bagherese e pittore di fama mondiale, agli inizi della sua carriera non disdegnò di rappresentare nei suoi quadri i paesaggi marini di Aspra e fu motivo ricorrente ogni qualvolta traeva ispirazione per le sue tele dai ricordi d’infanzia.
Lui, il grande rappresentante di una pittura nuova, moderna, dai grandi tratti, dai colori accesi, inconfondibili, che ripercorrevano i sogni della memoria, della sua Sicilia, ricordando sempre quello che fu un suo maestro, Murdolo, che dipingeva i carretti siciliani.
Guttuso, giovane artista alla ricerca di una identità, subisce un’attrazione verso la liricità espressa da Murdolo nelle sue storie di tradizione siciliana della “Chanson de geste” di cui l’umile artigiano era il tesoriere di un’arte che si tramandava di generazione in generazione e che Guttuso fece sua e inconfondibile nella sua reinterpretazione di una sicilianità che non può e non vuole prescindere dalle sue più antiche e nobili tradizioni che hanno fatto del popolo siciliano uno scrigno di ricchezza, di cultura che ha speranza nella sopravvivenza perché non dimentica il suo passato.