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Elvira Guarneran di Cefalù

Era veramente raro se non impossibile, nel XIX° e agli inizi del XX° secolo, imbattersi in fanciulle in possesso del diploma degli istituti superiori d’istruzione o, addirittura, laureate. Almeno qui, in Sicilia.

La riservatezza dei genitori – ovviamente i nobili e i ricchi borghesi; per le altre classi sociali neanche a parlarne: al massimo sapevano firmare (il segno di croce era già una conquista) e far di conto con l’aiuto delle dita delle mani – e la gelosia che all’epoca era preludio di onorevole dignità, costituivano ineludibile impedimento all’accesso agli istituti scolastici di istruzione superiore delle figlie. Non era proibito dalla legge, ma si sa, la volontà dei padri in certi casi è almeno uguale alla volontà di Dio.

Ma Elvira Guarnera (1877-1955) non era nata in una famiglia “normale”. I suoi genitori e in primis suo padre (notaio alla Curia Vescovile di Palermo, ultimo di almeno 4 generazioni prima dell’abolizione di questa figura), erano speciali, intrisi talmente di cultura e di ideali liberali per far crescere una figlia soltanto tra le crinoline, i telai e in odor di clausura fino a un probabile e “liberatorio” matrimonio, sfidando perfino le critiche degli intellettuali cefaludesi.

Così Elvira, non solo si diploma al Liceo Mandralisca di Cefalù dove aveva frequentato, ma si può fregiare del titolo di dottoressa in lettere a cui subito dopo seguì quello di professoressa. Per ben 50 anni poté distribuire la sua cultura, i suoi insegnamenti a un affollato numero di studenti.

E tra gli altri, a vederla in cattedra – non più tra i banchi – furono gli alunni dello stesso liceo che alcuni anni prima aveva frequentato.

Lei, prima tra le donne di Cefalù a frequentare il Real Ginnasio R. Porpora nel 1892 e a laurearsi con una tesi su un autore del ‘400, non soltanto ottiene la cattedra per la docenza, ma studia l’arabo (impensabile a quell’epoca per chiunque volesse cimentarsi in erudite stranezze!) e, spinta da devozione, si reca in pellegrinaggio in Terra Santa proseguendo poi il viaggio nei paesi di lingua araba per avere un riscontro delle nozioni che aveva assimilato nei suoi studi.

Non manca di interessi e stimoli artistici propri, lasciando un vasto patrimonio di opere letterarie: poesie, saggi, racconti, raccolti in diversi volumi, alcuni dei quali organizzati in veste editoriale e pubblicati dal pronipote Franco Guarnera, anch’egli sensibile e fine scrittore, autore di alcune pubblicazioni in cui esercita la sua felice penna su temi che spaziano dall’ironico al lirico senza soluzione di continuità.

Elvira Guarnera ama scrivere fin dalla giovanissima età e appena tredicenne compone un carme dedicato all’amata città natale, dal quale si intuisce già una maturità linguistica e poetica che dovrà soltanto affinare nel tempo.

Non si risparmiò neppure affrontando il tema degli ideali patriottici risorgimentali che, pur nascendo “monarchica” - erano regnanti i Savoia - assunse per la somma devozione che nutriva nei confronti del repubblicano Carducci e al quale spesso si ispirò per le sue liriche. Visse la prima e la seconda guerra mondiale frequentando i “Due volti di Mussolini” (è il titolo di una sua pubblicazione): quello della riforma agraria (per cui scrive un’ode che è una vera e propria elegia, un’esaltazione della figura del duce) e quello della sconfitta, dell’atrocità della guerra.

Il contatto - in un rifugio per ripararsi dai bombardamenti – con un bambino “senza madre da sempre” come egli stesso le disse tra le lacrime e i sussulti di paura per il fragore delle bombe – la videro madre fino al sopraggiungere dell’acuto suono della sirena liberatrice e nel contempo acerrima giudice e nemica irata nei confronti di colui che aveva qualche tempo prima elogiato – erroneamente ravvisandovi - lei dotata di grande amore per la campagna e tutto ciò che essa rappresenta, lo stesso georgico afflato che le era congeniale.

Le radici della poetessa, scrittrice ed educatrice per nulla avulsi da nobili ideali e sentimenti, affondavano nella più sana tradizione risorgimentale. Alla sua famiglia, infatti, appartennero i fratelli Alessandro e Salvatore (meno famoso e mai citato) Guarnera, rivoluzionari che si distinsero nella lotta contro i Borboni insieme ai fratelli Nicola e Carlo Botta. Una lapide, posta in Corso Ruggero a Cefalù, li ricorda.

“Era il 1856” ci racconta il pronipote di Elvira, Franco “e Alessandro e Salvatore, con gli altri rivoluzionari, liberarono Salvatore Spinuzza – capo della guerriglia rivoluzionaria – attaccando la prigione in cui era stato rinchiuso dai Borboni. A causa di un - forse involontario -delatore, Spinuzza fu ricatturato e moschettato (era il 14 marzo 1857); i suoi liberatori condannati a morte. La pena fu commutata in carcere duro da scontare all’isola di Favignana, fino a quando avvenne la liberazione da parte di Giuseppe Garibaldi”.

L’eroe dei due mondi è ricordato con una lapide posta sul lato della Casa Comunale di Cefalù che guarda Corso Ruggero, dal cui balcone il 5 luglio 1862 pronunciò un discorso. La deliziosa cittadina trova le sue radici nell’epoca preistorica per approdare ai nostri giorni dopo essere passata attraverso insediamenti pre-ellenici, greci (che le diedero il nome di Kefaloidion), latini (il cui nome trasformarono in Cephaloedium), bizantini (sono tracce le torri merlate dei resti delle fortificazioni), arabi (nell’858 dopo un lungo assedio la conquistarono) che le mutarono il nome in Gafludi; fu liberata nel 1063 da Ruggero I, Normanno; nel 1451 passò sotto il dominio di diversi feudatari e infine divenne possedimento del vescovo di Cefalù.

Oggi è inserita nei circuiti dei più importanti tour operator. Tra le sue opere d’arte e architettoniche sono di grande rilievo storico-culturale la Cattedrale, sorta – si dice – a seguito del voto fatto da Ruggero II al Santissimo Salvatore per essere scampato a una tempesta che lo portò ad approdare proprio sulle spiagge della cittadina.

I sarcofagi che avrebbero dovuto contenere le sue spoglie e quelle della moglie, furono trafugati da Federico II e portati dal Duomo di Cefalù alla Cattedrale di Palermo, dove si trovano ancora oggi. Nel catino dell’abside del Duomo si trovano i ricchi mosaici che raffigurano, tra l’altro, il Cristo Pantocratore (uguale a quello della cattedrale di Monreale e a quello della Cappella Palatina di Palazzo dei Normanni, sede dell’Assemblea Siciliana, a Palermo) che ha una mano in posizione benedicente e l’altra contenente il Vangelo aperto su una pagina, in cui il Cristo ricorda di essere la luce del mondo.

Non si può dimenticare tra le sue ricchezze la Chiesa dell’Itria di origine cinquecentesca, l’Osterio Magno costruito per ordine di Ruggero II per farne la sua dimora e che nel secolo XIV° appartenne alla potente famiglia dei Ventimiglia. Altra icona inconfondibile biglietto da visita di Cefalù è quello che viene chiamato “Lavatoio medievale” che forse di medievale ha solo il nome.

Nel 1514 fu demolito e ricostruito in posizione più arretrata rispetto alle mura della città; il fiume che scorreva a cielo aperto, fu coperto nel XVII° secolo. Una scalinata in pietra lavica conduce a una pavimentazione levigata che passa attraverso ventidue bocche di ghisa, quindici delle quali rappresentano teste di leone. Infine, l’acqua si trascina sino al mare.

A Cefalù si trova pure il Museo Mandralisca che prende il nome dal barone Enrico Piraino di Mandralisca fondatore del liceo che porta lo stesso nome e la cui sepoltura nel 1867 fu traslata nella chiesa del Purgatorio. Al suo interno sono conservati dipinti del ‘400, una vasta collezione di monete antiche e di conchiglie e la famosa tela “Il ritratto d’ignoto” dipinta da Antonello da Messina che ha pure ispirato il romanzo “Il ritratto dell’ignoto marinaio” dello scrittore Vincenzo Consolo.

L’immagine più vera di questa felice città ci piace sottolinearla con i versi di quella poetessa tredicenne che così visse la sua giovinezza, tra le gioie dell’insegnamento e la solitudine bucolica di virgiliana memoria, che così recitano: “…erge la fronte Cefalù mia bella/candida come mattutino raggio/di tremolante luccicante stella/come una rosa che si schiude a maggio/…e sorride del gaio e bel soggiorno” (Elvira Guarnera, 1890).

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