È l’abito che fa il Monaco?
Un tempo si diceva che ”l’abito non fa il monaco”. Oggi è vero l’opposto. Mostrarsi è una delle priorità della società contemporanea e a tutti i livelli. Dai capi di stato agli sportivi, dagli industriali ai piccoli manager, dagli impiegati alle commesse. Insomma, l’abito, l’abbigliamento come biglietto da visita.
In fondo è anche scientificamente dimostrato che il primo approccio con una persona determina immediatamente un giudizio su di essa, restando immutato nel tempo. Non c’è da stupirsi, allora, che nei secoli il fattore costume inteso come abbigliamento abbia determinato delle mode, seguendo inclinazioni, culture, combinazioni tra popoli diversi venuti in contatto tra di loro. La moda in Italia costituisce, nonostante la crisi economica che la sta attraversando, uno dei pochi settori -se non in crescita- almeno in stasi.
Ma la moda, appunto, non è un fatto momentaneo o recente. Indagando nell’antichità ma senza andare necessariamente a scomodare i pepli dei greci o le tuniche bianche o le toghe rosse dell’imperatore romano o le stole delle matrone, veri e propri simboli, troviamo un crescente interesse per l’abbigliamento.
E allora oggi, cercando di riscoprire antichi valori e ricordi della nostra memoria storica, ci piace risalire a quello che certamente è stato un simbolo, un’espressione di cultura, di censo e, perché no?, di arte. “La Sicilia” ci dice intervistato per L’Italo-Americano Raffaello Piraino “ben figura su quello che è stato l’aspetto del gusto abbigliamentario siciliano, in quanto la ricca borghesia e l’aristocrazia (dal 1700 al 1950) pur di “apparire” andava a Parigi, Londra, Vienna.
Noi non abbiamo avuto un momento creativo, ma esecutivo di altissimo livello!”. Il professore Piraino, docente di Storia del Costume in pensione all’Accademia di Belle Arti di Palermo, scenografo e costumista, pittore affermato, gallerista, è il fortunato possessore di una collezione di 3000 pezzi - 1000 solo di abiti – che comprendono pure scarpe, corredi, borse, biancheria intima, accessori vari, uniformi, biancheria per la casa, paramenti liturgici.
Sposato ad una figlia del grande poeta dialettale siciliano, bagherese, Ignazio Buttitta, suscita la gelosia della moglie per un ritratto fatto al suocero (oggi lo si può ammirare a Villa Cattolica a Bagheria, sede della Fondazione Guttuso) e si fa strappare la promessa di un ritratto.
“Giro sempre per i rigattieri alla ricerca delle trouvaille; da una di queste, ad Enna, ho trovato un abito che mi sembrò bello, coloristicamente, ma non sapevo neanche a che periodo appartenesse…l’ho fatto indossare a mia moglie…le stava a pennello (da allora sono passati 35 anni). Il ritratto, invero non gliel’ho fatto io con quell’abito”.
Chi poi lo fece fu Giacomo Porzano, uno degli aderenti alla “scuola romana” che vanta tra i suoi fondatori Fausto Pirandello, figlio dell’illustre premio Nobel, Luigi. Quello fu l’inizio al quale seguirono altre ricerche sollecitate dalla passione e dall’impegno per l’incarico che in quello stesso periodo ricevette da Ubaldo Mirabelli, sovrintendente al Teatro Massimo di Palermo, che lo volle come scenografo e costumista per l’opera di Poulac, Les Mamelles de Tirésias.
Venuto in contatto con Umberto Tirelli, titolare della prestigiosa sartoria cinematografica che aveva intrapreso il lavoro di recupero degli abiti delle famiglie dell’aristocrazia romana, comincia anch’egli a “frugare” nelle soffitte degli antichi e nobiliari palazzi siciliani. I granier delle antiche famiglie che non buttavano mai nulla avendo grandi spazi a disposizione, si rivelano preziosi scrigni contenenti ogni fascinazione della moda che aveva attraversato decenni della vita dei possessori di quei cimeli sopravvissuti.
Tra i “pezzi” più importanti “…un abito appartenuto alla nobildonna palermitana Franca Florio, unico esemplare rimasto in Sicilia in quanto tutti i suoi abiti, anche quelli di corte, furono acquisiti da Umberto Tirelli e donati poi al Museo del Costume di Palazzo Pitti a Firenze”. Fanno parte di questo corredo un paio di guanti e una pipetta di schiuma con la quale la nobildonna palermitana fumava hashish, superando in “avanguardia” le signore francesi che invece preferivano bere assenzio.
Un altro pezzo storico, importante della collezione Piraino è quello appartenuto a Concetta, figlia del Principe di Salinas, il Gattopardo, del cui autore Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il professore dice che “con rara percezione descrittiva: Le quattro casse verdi […] il corredo di Concetta inutilmente confezionato cinquanta anni prima contenevano corredi, federe, lenzuola, capi d’abbigliamento.
Quei chiavistelli non si aprivano mai per paura che saltassero fuori demoni incongrui e sotto l’ubiquitaria umidità palermitana la roba ingialliva, si disfaceva, inutile per sempre e per chiunque”. Presso il Mercato delle Pulci , vicino all’Accademia dove insegnava, alcuni giovani con fare sornione, tiravano via mutandoni, lenzuola e altri indumenti dall’interno di un baule verde.
Piraino acquistò con 1000 lire un abito di seta pura sconoscendone la provenienza. Scoprì dalle stesse parole dei giovani, alcuni giorni dopo, che quella da cui aveva tratto il capo acquistato era proprio una delle quattro casse contenenti il corredo di Concetta Salinas, la cui apertura era stata documentata dal regista cinematografico e televisivo Ugo Gregoretti.
Questo stesso abito, insieme ad altri 70 pezzi del 1870, è stato posto in mostra a palazzo Chigi di Ariccia (in provincia di Roma) in occasione di una mostra per le celebrazioni del venticinquennale della morte del regista Luchino Visconti che in quello stesso palazzo aveva girato alcune scene de “Il Gattopardo”.
Un terzo abito importante è strettamente legato alla storia di Sicilia. Apparteneva alla figlia del barone Polizzello di Petralia la quale, andando sposa poco prima del 1870, volle onorare l’unità d’Italia e i garibaldini, vestendo di bianco e facendo indossare alle due sorelle, in quell’occasione sue damigelle, una un abito verde, l’altra un abito rosso componendo così la bandiera italiana.
Oggi gran parte della collezione Piraino, non avendo trovato collocazione istituzionale in un qualche sito palermitano, trova dimora presso l’ex Collegio dei Gesuiti di Polizzi Generosa dove ha sede pure il Museo Archeologico e il Comune.
Ha una storia antica e gloriosa Polizzi e vanta i natali di illustri e famosi personaggi: Mariano Rampolla del Tindaro, cardinale e zio dell’omonimo insegnante di latino e greco presso la scuola pontificia della Città del Vaticano che ebbe come allievo il premio Nobel siciliano, poeta, Salvatore Quasimodo. Giuseppe Antonio Borghese, scrittore, giornalista e critico letterario; fondatore della rivista Hermes, redattore del Corriere della Sera; docente di letteratura tedesca e di estetica all’Università di Torino, Roma e Milano.
Rifugiato politico come antifascista negli Stati Uniti, insegnò all’Università di Chicago e California. Sposò Elisabetta, la più piccola figlia di Thomas Mann e nel 1945 ritornò a Milano. Vincent Schiavelli, attore tra i protagonisti di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, “Bled Runner”, “Ghost” per citarne alcuni, ritornò a Polizzi per vivervi gli ultimi anni di vita.
Che dire poi di Martin Scorsese, i cui nonni erano originari della cittadina della provincia palermitana e trasferitisi negli USA agli inizi del 1900?! Infine la griffe D&G la cui prima parte recita la cifra di Domenico Dolce, nato a Polizzi nel 1958, uno dei due componenti della famosa casa stilistica Dolce e Gabbana che deve gran parte del proprio successo alla star internazionale, ma di origine italiana Madonna che per prima li lanciò nel mondo dello spettacolo e quindi del successo. Allora possiamo dire che è proprio l’abito che fa il monaco.