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Palermo - Cordoba passando per Agrigento

Arriva, senza preavviso e puntuale come ogni anno, anche in questo traballante 2012, la Sagra del Mandorlo in Fiore.
Irrinunciabile appuntamento della natura che si diverte - anche sotto il sole più cocente che coi suoi caldi e rossi raggi illumina questo triangolo di terra chiamato Sicilia e colora di azzurro intenso il cielo - a imbiancare, profumando, le valli che sanno di storia, che raccontano arte e il suo candore odoroso sono i milioni e milioni di petali che promettono pure frutti gustosi, croccanti e dolci.

È l’albero del mandorlo che fiorisce, da secco intrico di rami scuri che l’inverno ha talora imbiancato, e si colora di una melodia di bianchi rosati, preludio di teneri abbracci tra popoli estranei che diventano amici.
Questa del 2012 che si svolge dal 3 al 12 febbraio, è la 67esima edizione della Sagra del Mandorlo in Fiore, ormai tradizionale e irrinunciabile connubio di folclore e fratellanza che si identifica in suoni, balli, costumi e quant’altro a rappresentanza di terre vicine e lontane, che trovano nella Valle dei Templi di Agrigento un sito naturale per le loro fraterne performance.

Da festa locale, grazie anche al fatto di essere stata insignita dal Ministero del Turismo del marchio di “Patrimonio d’Italia”, la sagra si pone oggi più che mai come ambasciatrice di pace nel mondo e le manifestazioni che ne costituiscono il corollario, hanno inizio – per l’appunto – con l’accensione del tripode della pace posto innanzi al Tempio della Concordia.

Così come i giochi di Olimpia, in Grecia, rappresentavano per il mondo ellenistico un momento non solo di sport in quanto superamento dei limiti umani, ma soprattutto di aggregazione tra i popoli, così pure la Sagra del Mandorlo, anche con l’accensione del tripode vuole ripercorrere un cammino di pace e di cultura che gli stessi Greci amavano perseguire.

In fondo Agrigento è una delle “colonie” della Magna Grecia che ha ben ereditato lo spirito di accoglienza per chiunque approdasse alle sue sponde e vi chiedesse asilo. Ne è encomiabile esempio l’accoglienza che l’isola di Lampedusa nella provincia di Agrigento, ha riserbato e continua a offrire a tutti i migranti che vi approdano.
A riprova, inoltre, della sua tradizione culturale non si può dimenticare che questa provincia ha dato i natali ad alcuni tra i più importanti letterati del Novecento siciliano e italiano e alcuni hanno inorgoglito gli animi siculi, divenendo più che famosi in tutto il mondo.

Primo tra tutti il premio Nobel Luigi Pirandello, capostipite e ineguagliabile “traduttore” di una sicilianità che si fa internazionalità tra le pagine dei suoi racconti e delle sue opere teatrali.
Leonardo Sciascia, sottile conoscitore dell’animo umano che spesso e solo per caso è siciliano e come tale è un punto di partenza per l’approfondimento psicologico per i personaggi dei suoi romanzi.
Andrea Camilleri, tradotto in moltissime lingue, fascinoso “raccontatore” di una terra che impregna qualunque tentativo di scrittura di un certo personalissimo dialetto, diverso o meglio ben distante da quello di Vincenzo Consolo – morto il 21 gennaio scorso all’età di 78 anni.

Nato a Sant’Agata di Militello in provincia di Messina e non nella provincia agrigentina, marchiò tutte le sue opere di una isolanità imprescindibile e riconoscibile non soltanto nei personaggi, nelle ambientazioni, nel folclore, nella memoria storica ma pure in una continua ricerca linguistica che costituirono sempre il parametro per un equilibrio tra linguaggio e ricordo.
Visse a Milano ma della sua Sicilia scriveva: “Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e rigirare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta di addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca”.

Amico di Leonardo Sciascia, sulla stessa onda letteraria ed entrambi, insieme, amici di Gesualdo Bufalino – altro siciliano e scrittore – vinse parecchi e prestigiosi premi: nel 1985 il Premio Pirandello con Lunaria; nel 1988 il Grinzane Cavour con Retablo; nel 1992 l’ambitissimo Strega con Nottetempo, casa per casa; nel 1994 il Premio Internazionale Unione Latina con L’olivo e l’olivastro; il Brancati con Lo spasimo di Palermo; nel 1999 il Flaiano e nel 2000, con Al di qua dal faro, il Premio Feronia.

Il successo, quello tangibile che lo fece inserire nella rosa dei più importanti scrittori italiani del ‘900, fu “Il sorriso dell’ignoto marinaio” che, giocando intorno all’immagine dell’omonimo e famoso dipinto di Antonello da Messina, ripercorre il periodo dei moti del 1860 che portarono all’Unità d’Italia, guardando agli eventi da una prospettiva tutta siciliana che non coincideva perfettamente con la visione ufficiale dei fatti.

La fama di questo libro lo introdusse come consulente editoriale della casa editrice Einaudi, una delle più importanti d’Italia, insieme a Italo Calvino e Natalia Ginzburg.
Nelle sue opere, tutte, il rapporto dicotomico amore-odio nei confronti della terra d’origine si sviluppò sul fronte della necessità di unire simbioticamente l’arte con la conoscenza. E la lontananza fisica dalle sue origini gli consentì, pur nell’afflato nostalgico, la giusta obiettività per un approccio critico alla Sicilia se pur sempre affettivo.

Lo sguardo attraverso la lente che gli permetteva un corretto raffronto tra l’antico e il moderno, ripercorsi attraverso una sincera ma non proprio distaccata visione tra i valori positivi e quelli negativi diventava termine di paragone nell’osservazione della violenza del tempo che spesso devasta un mondo carico di valori positivi e lo sostituisce con un altro altrettanto ingiusto e, forse, più povero sul piano umano.

Il suo rapporto tra vecchio e nuovo, tra affettivo e razionale si traduceva comunque e sempre in una appassionata ricerca linguistica in cui l’originalità diventava un punto fondamentale del suo scrivere.
Ed a proposito, in una intervista rilasciata a Marino Sinibaldi, diceva: “ Fin dal mio primo libro ho cominciato a non scrivere in italiano. Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto.”

Di ben altro linguaggio, invece, sono le “frasi” di un altro artista e agrigentino, un fotografo, che della sua sicilianità – è nato e vive ad Agrigento –ha sempre fatto un punto di forza.
Negli anni ’70, giovanissimo, è il “bianco e nero” che lo appassiona e lo spinge a sperimentare, in seguito negli anni ‘80 percorsi di ricerca per una evoluzione del linguaggio fotografico.
Il paesaggio diviene così il principale leit motiv della sua iconografia. I luoghi del “Caos” pirandelliano non hanno più segreti, sono la metafora di una Sicilia dai colori sgargianti che mistificano una decadente realtà, quella dell’abbandono dei luoghi della memoria.

Nascono così le mostre e i libri che lo vedono protagonista in sta rilasciata a Marino Sinibaldi, diceva: “ Fin dal mio primo libro ho cominciato a non scrivere in italiano. Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto.”
Di ben altro linguaggio, invece, sono le “frasi” di un altro artista e agrigentino, un fotografo, che della sua sicilianità – è nato e vive ad Agrigento –ha sempre fatto un punto di forza.

Negli anni ’70, giovanissimo, è il “bianco e nero” che lo appassiona e lo spinge a sperimentare, in seguito negli anni ‘80 percorsi di ricerca per una evoluzione del linguaggio fotografico.
Il paesaggio diviene così il principale leit motiv della sua iconografia. I luoghi del “Caos” pirandelliano non hanno più segreti, sono la metafora di una Sicilia dai colori sgargianti che mistificano una decadente realtà, quella dell’abbandono dei luoghi della memoria.

Nascono così le mostre e i libri che lo vedono protagonista in giro per il mondo: dalla sua Agrigento verso altri luoghi dell’isola e poi Assisi, Roma, Pordenone, La Spezia, Parigi, la Spagna, Mantova, ancora la Francia, Berlino, Buenos Aires e ancora Palermo.
Ed è nella capitale siciliana che sino all’11 febbraio sono esposte le sue opere in un parallelismo con quelle di Cayetano Arcidiacono siciliano di nascita ma residente a Cordoba, in Argentina.

“Palermo Cordoba andata e ritorno” è il suggestivo titolo della mostra e del catalogo curati da Enzo Pagano e da Emilia Valenza che così si esprime su Arcidiacono: ”Stordimento e vertigine sono le prime sensazioni che si provano di fronte alle fotografie di Cayetano Arcidiacono, per il loro sommesso modo di comunicare, per la tensione degli opposti...Lo stordimento accade di fronte alla tensione generata dal bianco e nero, ...”.

Su Pitrone sono queste le sue parole: “La sicilianità non è congerie di stereotipi che disegnano, in maniera più o meno efficace, i lineamenti di quest’isola del Mediterraneo.....Una, cento, mille Sicilie: una sarabanda di atteggiamenti contraddistinguono l’isola, condannandola al rogo senza fine o innalzandola sul rogo della salvezza.” E continua: “Angelo Pitrone ha dedicato decenni della sua attività fotografica alla ricerca di una “sicilianità” dello sguardo indagando tra le smorfie di un paesaggio che pare raccontare una primordialità mai superata, osservando abitudini e atteggiamenti di un popolo sopraffatto dagli eventi che paiono non lasciare reale traccia, indagando tra i sogni e le orme lasciate dal tempo, di una storia che va avanti senza avanzare”.

Osservando le opere di Pitrone – non fermandosi a “Palermo Cordoba andata e ritorno”, ma indagando – ad esempio – “Migranti”, il paesaggio descritto è un ritratto di “volti” di città, di rughe profonde che hanno segnato il corso della storia di luoghi inconsapevoli di cotanto sfacelo, esaltato dal prorompente colore che gli occhi dell’artista fotografo riescono a cogliere.

In “Migranti”, volti di uomini, donne, bambini che hanno vissuto lo scempio dell’abbandono del proprio paese, della traversata lacerante del mare che non è riuscito a ucciderli, dell’indifferenza di un popolo sospettoso, le rughe sui volti sono paesaggi, sono strade senza fine, percorsi senza mete e gli occhi, spalancati, sono finestre dalle quali spiare il mondo, disperatamente cercato, per ritrovarvi o ricostruirvi le proprie radici.

 

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