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Il treno dell'ultima notte

Striduli e pettegoli gridi di colombi e gabbiani che attraversano il cortile e s’insinuano nel colonnato della chiesa di San Michele, sede della Biblioteca Comunale di Palermo, coprono le voci degli attori che stanno leggendo alcune pagine di un libro che racconta la storia di un bambino, Emanuele, che voleva costruirsi un paio di ali per volare e che offriva orecchini di ciliegie alla bambina vicina di casa.

La suggestività, la quasi sacralità del luogo, lo sbattere d’ali e il verso ricorrente degli uccelli, il caldo pomeriggio del 24 giugno scorso, hanno sottolineato il contrasto tra il presente immaginario e l’antico passato reale, dei protagonisti del romanzo di Dacia Maraini, “Il treno dell’ultima notte”, raccontati attraverso la lettura di alcune pagine dell’ultima fatica letteraria della scrittrice premio Supercampiello del 1990 (La lunga vita di Marianna Ucria)e Strega del 1999 (Buio).

La lettura dei suoi scritti ci ha abituati a personaggi femminili di grande spessore, di ricca personalità ma che in fondo hanno, vivono una dimensione di grande fragilità; non per la loro caratterialità ma per le situazioni di cui sono protagoniste.
E’ la vita che fa percorrere loro attraversamenti impervi e comunque quasi sempre di risoluzioni positive.

Anche ne “Il treno dell’ultima notte”, Amara – questo è, e non a caso, il nome della protagonista – attraversa percorsi territoriali, mentali, sentimentali quasi sempre molto tristi. Il suo nome è un’icona che rappresenta appunto il viaggio di una ricerca tra le amarezze dei campi di concentramento, tra rivolte popolari in Ungheria per liberarsi dall’oppressione sovietica (vi si reca in cerca di Emanuele, suo primo amore infantile: era lei la destinataria degli orecchini di ciliegie, motivo costante nel racconto, deportato in Austria e finito non si sa bene dove, di cui conserva soltanto lettere arrivatele postume alla sua scomparsa), tra stazione e stazione: Il treno è uno dei motivi conduttori e ogni stazione è come un luogo di sofferti ricordi, una sorta di Via Crucis.

Il dolore che attraversa Amara e che in parte Dacia Maraini ha conosciuto quando, bambina, visse internata per tre anni nei campi di concentramento in Giappone, dove patì la fame e il freddo, e dove si era trasferita con la madre Topazia Alliata di Salaparuta, siciliana, pittrice e il padre Fosco, fiorentino, antropologo, orientalista, scrittore e poeta, fa eco ai dolori delle altre donne che la scrittrice ha descritto negli altri suoi libri, a far testo dalla “muta” protagonista di “Marianna Ucria”, per arrivare a un dolore, quello delle conseguenze atroci delle guerre che attraversarono l’Europa nei primi decenni del ‘900 e che continuano nella immaginazione e memoria della grande autrice e nel suo presente.
Il dolore per la lunga malattia – a cui poi seguì la morte – del suo compagno, più giovane di lei, acuisce il tema del pathos e della thanatos che percorre il romanzo.

Attraverso i ricordi di Amara si ripercorrono i propri dolori che si aggiungono ai nuovi, ai presenti.
“Quest’ultimo libro si è accompagnato alla malattia e alla morte del mio compagno.- ci dice – “C’è un particolare dolore…è dovuto a lui. Anche se non ho parlato di questa sofferenza: il libro io lo stavo già scrivendo prima che lui si ammalasse. Però il dolore della pena che mi ha dato la sua malattia si è trasferito…”.

E continua: “Sono una persona ottimista; questo è il mio senso della vita” – risponde alla nostra domanda – “Credo che la gente sia migliore di quello che si pensa; mi pongo con fiducia anche se poi, magari, sbatto la testa…”.
Se c’è una cosa alla quale l’uomo, comunque e in ogni circostanza, non deve rinunciare mai è “…la propria dignità”.

“Molti giovani bagheresi hanno delle iniziative, fanno delle cose e sono persone straordinarie”, ci dice sollecitata dalla nostra domanda sui suoi rapporti con la città che ha dato i natali a Guttuso, a Giuseppe Tornatore (premio Oscar con “Nuovo cinema Paradiso”) e nella quale si stabilì con la madre e le sorelle tornata dal Giappone, in casa del nonno materno, e dove visse fino a diciotto anni, nella splendida villa Valguarnera, una delle numerose dimore nobiliari che si trovano ancora oggi nel territorio di Bagheria.

La sua vita avventurosa la portò poi a Roma dove frequentò salotti letterari; lì incontrò il famoso scrittore Alberto Moravia più grande di lei di venticinque anni, con il quale andò a convivere sino alla fine degli anni ’70, dopo l’annullamento del suo matrimonio con il pittore milanese Lucio Pozzi.

Con Moravia viaggiò moltissimo intorno al mondo e in parecchi viaggi furono loro compagni Maria Meneghini Callas, la famosa soprano e lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini.
Oggi le manca qualcosa: “Mi manca la pace nel mondo, mi mancano delle cose che riguardano la collettività, la fiducia nel futuro e…mi manca il compagno mio che è morto…”.
Ed è un dolore suo e nello stesso tempo, accomunato agli altri dolori, alle altre mancanze, si universalizza, diventa storico, comune a noi, ai suoi lettori.

Lei che ha avuto – come dice – come primo grande amore: “…mio padre” e come secondo : “…mia madre”, ha scelto come cornice per presentare a Palermo, città che la ha adottata da sempre, un sito storico e culturale come la chiesa annessa alla più famosa Casa Professa, nel quartiere popolare e a un tempo nobiliare dell’Albergheria, vicino la Cattedrale e il Cassaro Vecchio (Corso Vittorio Emanuele).

La biblioteca comunale vede l’inizio della sua storia nel 1760 con l’istituzione della Pubblica Libreria del Senato per iniziativa di Alessandro Vanni, Principe di San Vincenzo e di alcuni altri nobili palermitani.

Dopo che i Gesuiti furono espulsi dalla Sicilia la Pubblica Libreria del Senato occupò nel 1775 parte della Casa Professa (edificata nella seconda metà del 1500 e lambita dal fiume Kemonia o “fiume del maltempo”).
In seguito si ampliò con l’apertura di un nuovo ingresso e con l’acquisizione della chiesa di San Michele Arcangelo, contigua al corpo principale.

Nel corso dei secoli ha subito cedimenti strutturali, danni dovuti alle guerre, ai terremoti e all’incuria dell’uomo.
I suoi scaffali però, dai 1.915 volumi di cui era costituita nel giorno dell’inaugurazione – 30 agosto 1760 – sono stati nel corso degli anni arricchiti da generose donazioni da parte di alcuni nobili, ecclesiastici, trasferimenti di manoscritti e quant’altro da biblioteche dismesse, da pubbliche istituzioni, fino a catalogare un patrimonio culturale di circa 200.000 volumi, secondo una stima dell’Istituto Centrale per il Catalogo Unico.

“Il treno dell’ultima notte” non reciterà il canto funebre(in greco trenos significa canto dei morti, lamento funebre); sarà soltanto una delle tante voci che si sono unite e si uniranno al garrire dei gabbiani che costantemente attraversano il cielo del cortile della chiesa di San Michele, santuario di cultura.

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