Dai nudi di Venezia a Parigi
E’ a cura di Vittorio Sgarbi, ormai siciliano d’adozione in quanto sindaco di Salemi, storica e fascinosa cittadina in provincia di Trapani, la mostra “Fausto Pirandello. I Nudi” cui hanno fatto da scenografia alcune sale di Palazzo Grimani a Venezia, in occasione della 54esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, nella ricorrenza del 150° dell’Unità d’Italia e inserita tra le iniziative speciali promosse dal Padiglione Italia.
Il coordinamento e la ricerca sono stati curati da Antonio D’Amico il cui saggio inserito tra le pagine del catalogo pubblicato da “Silvana Editore” dà voce a un Pirandello letterato oltre che pittore. Attento studioso delle opere del maestro, i suoi preziosi interventi si sono aggiunti a quelli del critico Sgarbi che ha voluto sottolineare, ancora una volta, nella pittura di Fausto una similitudine per le opere di Lucian Freud, scomparso proprio 19 giorni dopo la vernice a Venezia dei “Nudi” di Fausto Pirandello.
Inaugurata, dunque, il 2 luglio scorso, la mostra promossa dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, dalla Direzione Generale Pa BAAC, dalla Soprintendenza Speciale per il patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Venezia e dei comuni della Gronda Lagunare e dalla neonata Fondazione Fausto Pirandello di cui la rassegna è il primo atto, chiuderà i battenti il 27 novembre prossimo.
L’organizzazione e la produzione è stata curata da Artemisia Group.
Venticinque le opere in catalogo di cui 19 oli e 6 pastelli su carta che il maestro definiva “un estemporaneo battito d’ali di farfalla” ma anche imprescindibile tavolozza da cui trarre poi il quadro finale pur vivendo di una vita propria e per Fausto non meno importante in quanto studio o ricerca oppure ispirazione.
Dalle sue opere, dai suoi nudi non un’esaltazione classica del corpo umano, pur non prescindendo mai da una simiglianza al reale. Un reale, fatto di verità che trascendono da una improbabile perfezione dei corpi e che interpretano un travaglio interiore, una consapevolezza di interiorità che tormentata si estrinseca in scempio dei corpi, in volumi compressi, in forme-deformi per lasciare spazio al colore che imbrigliato nei margini invalicabili dei suoi contorni esprime finalmente l’anima, prigioniera che può liberarsi soltanto attraverso lo sguardo di un osservatore attento o di un qualunque visitatore distratto.
I corpi, dunque, come metafora di passioni, sottintese, trasbordanti dalle esagerate rotondità o dalle fluttuanti, generose rimembranze di bellezza.
Avrà, di certo, inciso la presenza di un padre ingombrante quale fu il drammaturgo Luigi, premio Nobel, indiscusso numero uno nella letteratura e nel teatro tra la fine del XIX° e l’inizio del XX° secolo a rendere tormentata la vita di Fausto.
Una dipendenza psicologica e una competizione continua – tra l’altro anche Luigi dipingeva e non male – che lo spinsero a ritirarsi ad Articoli Corrado, nel Lazio, il paese delle modelle nota in quel tempo agli artisti di tutta Europa e non solo – e a emigrare a Parigi poi, insieme a Pompilia D’Aprile modella appunto anticolana, che sposò e da cui ebbe due figli: Pierluigi, primogenito che nacque in Francia e Antonio.
Pierluigi, da sempre promotore delle opere del padre e sempre disponibile a incoraggiare studenti e studiosi, offrendo loro anche la possibilità di attingere a documen- ti privati per favorire la conoscenza dell’arte soprattutto tra i giovani, è il fondatore insieme alla moglie e massima sostenitrice del suo progetto, Giovanna Carlino, della Fondazione Fausto Pirandello.
Nelle sale di Palazzo Grimani, una sezione didattica con un video e alcune foto mirano a sottolineare un parallelismo tra le opere di Pirandello a quelle di Lucien Freud, anch’egli dal cognome importante e dalla famigliarità certamente incidente sul carattere (era nipote di Sigmund, il padre della psicoanalisi) delle sue produzioni.
Ma mentre nei nudi di Freud, spesso dormienti, a svelare il tormento dell’anima è una corposità del colore che imprigiona l’anima, che la mostra attraverso sguardi spenti, attoniti e una prorompente sessualità, in Pirandello il colore è di per sé materia, è scultura, è plasticità che travalica l’Eros senza farne una ostentazione di sensualità.
Questa è intrinseca nell’essere, nell’esistere, nella sua quotidianità, nel suo abbandono, nella consapevolezza che non necessita di perfezione bensì di anima.
Il corpo è soltanto un contenitore che può anche essere scomodo a volte ma – come nel ciclo dei “bagnanti“ – diventa strumento d’interiorità, di estetica del dolore che può trovare rifugio e libertà nel mare che non è semplice sfondo ma l’altra metà del cielo, di elevazione dunque e di ricerca di una superiorità di intenti.
E così come i corpi estremamente “terreni” aspirano attraverso il contorto, abbondante e sinuoso aspetto delle forme dove il nudo è il solo strumento per accedere poiché libero da orpelli, all’infinito, al supremo, così nelle “Crocifissioni” Pirandello umanizza sia nel corpo, sia nel volto con le sue strazianti espressioni, il Cristo.
E’ una restituzione alla dignità umana di corpi non peccaminosi se pur nudi – o forse proprio per questo – e in qualche modo lascivi, la scelta dei quadri del maestro, non puro esercizio pittorico ma reale trasposizione di un bisogno di espressione, di libertà che prorompente si mostra anche nei volti, senza soluzione di continuità, oltrepassano la tela, raggiungendo come metafore spazi di ancora maggiore libertà, di pensiero che travalica, che scioglie le briglie della forzatura di un supporto pittorico.
Animo libero perché schiavo di ricchezza interiore, di capacità espressiva che sembra non soddisfino mai la sua sete di ricerca manifesta ora in abbaglianti cromie simili ad affreschi che solo la natura sa creare, ora in consistenti dosaggi di colore, nostalgia, forse, di una mai dimenticata scuola di scultura frequentata presso il maestro Sigismondo Lipinsky quando, giovanissimo, si avvicinò all’arte plastica per eccellenza e che rimase – chissà – il suo desiderio incompiuto, la sua capacità espressiva troncata da un disturbo alle vie respiratorie che lo indussero a desistere e a cercare un’altra forma espressiva, la pittura propriamente.
Il suo primogenito Pierluigi, dunque, ha restituito il padre Fausto a Venezia, lagunosa cornice trabordante di sogni che ben si può antiteticamente confrontare con la solarità della Sicilia, in fondo sua terra d’origine e dalla quale non distaccò mai lo sguardo ammirato per i suoi colori, per la sua luce, per quel contrasto tra bellezza esteriore che la sua natura offre e la malinconica forza del carattere dei suoi abitanti.
Riscattare, dunque, l’anima dei siciliani – e tra questi includeva la madre afflitta da turbe psichiche – dandone approfondimenti sacrificandone l’aspetto esteriore, visibile, che non ha bisogno di sottolineature.
La prossima tappa di una mostra delle opere di Fausto Pirandello potrebbe essere Parigi che in fondo ha dato il battesimo alla sua carriera di artista e dove visse esperienze umane e pittoriche esaltanti a contatto con i più importanti maestri del primo ‘900.
Sarà allora una mostra “francese” quella che chiuderà il cerchio prima di aprire altre geometrie del percorso pirandelliano?