Coriandoli da...mare
Coriandoli che il mare deposita sulla sabbia della conchiglia-spiaggia di Baia Calavà, sono i sassolini colorati che, insieme alle pietre pomici trasportate dalle onde dalla cava di Lipari(la più grande delle isole Eolie), tingono la battigia di due chilometri circa di costa tirrenica che termina con la grotta di Capo Calavà. Ed è un’altra grotta, un tempo insediamento umano, quella del Tono, che dal lato opposto delimita l’antico sito di Gioiosa Marea, sulla costa tirrenica della provincia di Messina.
Ma la cittadina siciliana vide i suoi primi insediamenti – era il 1364 – nel territorio del Monte Meliuso e il suo nome era Gioiosa Guardia. Nel 1100 il Conte Ruggero d’Altavilla, dopo avere liberato dal dominio arabo la Sicilia (1062), fondò il Monastero di Patti che poco tempo dopo cedette in feudo ai Monaci Benedettini costringendo gli abitanti della zona intorno al Monte Meliuso e al Monte di Guardia, a provvedere al mantenimento dei frati.
Quando il feudo passò all’Abate Ambrogio, il potere ecclesiastico fu ampliato con l’istituzione di dogane, con il diritto al servizio personale ai danni degli uomini abili al lavoro e con l’uso e l’esercizio di potere sulla tonnara di Roccabianca nel territorio di Patti e quella di Capo Calavà, a San Giorgio. L’Abate divenne un vero e proprio Governatore del comprensorio del Meliuso e del Monte di Guardia e godette della stima e del favore degli abitanti della zona.
Ma col passare del tempo le esigenze e il controllo delle Autorità religiose divennero sempre più pesanti sino a quando il clima politico interno e le richieste di presunti diritti di sovranità da parte della Casa D’Angiò sulla Sicilia – era il 1318 – non offrirono agli abitanti di Meliuso l’occasione di ribellarsi. Ma la sommossa popolare ebbe un esito cruento ai danni dei ribelli e i superstiti furono addirittura scomunicati dal Pontefice Giovanni XXII.
Le comunità sparse per le campagne si organizzarono in modo più compatto costruendo torri a difesa del territorio e chiese intorno alle quali aggregarsi. San Giovanni Battista venne scelto come santo protettore successivamente sostituito da San Nicolò, Vescovo di Mira. Si narra che durante una grande carestia gli abitanti di Gioiosa Guardia, stremati dalla fame, dalle lacrime e dalle preghiere, in prossimità della spiaggia videro giungere dal mare una barca a vela.
All’arrivo, venne scaricata una abbondante quantità di frumento ma, davanti alle offerte di ricompensa, il capitano, ricusando il pagamento, distribuì il grano lasciando nell’anonimato la sua identità. Alcuni anni dopo, in occasione di un viaggio di affari a Bari, alcuni abitanti di Gioiosa, in visita presso una chiesa, al vedere un’immagine di San Nicola, trovarono l’esatta somiglianza col capitano benefattore.
In seguito al terremoto del 1783, trascorsero circa vent’anni prima che la comunità agricola si spostasse verso la costa a causa dell’indecisione sulla scelta del nuovo sito. Infine, tra le “Ciappe di Tono” – “…tratto a pianoro che prosegue in acclive verso il mare” e “Contino” in contrada “Cicero”, fu preferito il primo. Nel 1786 il Governo approvò il trasferimento e i primi a costruire le case furono i cittadini benestanti.
Il 2 maggio 1788, anche il Comune ebbe l’autorizzazione a trasferirsi nel nuovo territorio e a dare inizio alle prime opere pubbliche. Rimasero a Monte Guardia soltanto alcuni contadini che non vollero abbandonare le proprie case e i propri terreni, dando così vita a nuove contrade. Le chiesette che raccoglievano intorno abitanti di diverse comunità ne costituirono il nucleo di aggregazione.
Nel 1800, ai piedi del Monte di Guardia, nasce il primo vero agglomerato urbano che prende il nome di Gioiosa Marea. Ancora pochi edifici ma con la stessa struttura urbanistica, gli stessi materiali, le stesse pietre e gli stessi criteri di costruzione di quella in rovina sul Monte Meliuso. Stesso disegno urbanistico che vede le chiese nella parte più alta e le case man mano degradanti verso il mare a ricongiungersi agli insediamenti dei pescatori le cui case si distinguevano per gli ampi magazzini con soppalchi e piccole camere sul retro.
Una spiaggia si estendeva certamente per parecchi chilometri e a un certo punto, verso l’odierna stazione delle Ferrovie, esisteva una costruzione che ricordava - e certamente lo era stato – un cantiere per la riparazione di piccole barche a cui era annesso un piccolo albergo per ospitare i proprietari delle imbarcazioni in attesa di riprendere il mare.
E’ il 1820 a segnare una vera svolta nella crescita del paese con l’apertura di botteghe di generi alimentari e utensili, mentre il Comune ha già realizzato una fontana e si accinge alla costruzione di un grande orologio che, inaugurato nel 1842 a scandire le ore agli abitanti di Gioiosa, deperirà a causa della salsedine. Verrà sostituito nei primi del Novecento da uno nuovo, ancora oggi in funzione.
Nel 1848 prende vita una Banda Musicale che ben presto diviene famosa tra i paesi del circondario ed è così apprezzata, che i cittadini di Gioiosa contribuiscono al suo mantenimento. Gode addirittura di un legato testamentario che consente l’acquisto di nuove divise: Don Francesco Natoli assegnava 300 Lire(grossa somma in quell’epoca). Si narra, ed è storia, che la banda accompagnò Giuseppe Garibaldi e i suoi volontari quando provenendo da Palermo si dirigeva verso Milazzo, con marce e sinfonie. Nel 1850 inizia la costruzione – completata nel 1851 – dell’arteria stradale che collega Palermo a Messina, attraversando Gioiosa Marea e agevolandone i collegamenti con le altre città della costa settentrionale dell’isola.
Dopo quarantuno anni, nel 1892, la prima linea ferrata attraversa parallelamente il paese, a ridosso del mare. I coriandoli del mare, i sassolini colorati depositati sulla spiaggia di Calavà diventando ora di carta, a sottolineare – sabbia di una clessidra segnatempo – che è arrivato, anche quest’anno, il Carnevale. Il Giovedì Grasso, il Sabato e la Domenica precedenti il Martedì Grasso, un tempo i “Maschiri” (maschere) giravano per le case. “Riciviri i maschiri” (ricevere le maschere) era d’obbligo e le porte delle case rimanevano aperte. Le maschere propinavano ogni sorta di scherzi e sberleffi ai danni dei padroni di casa e se riuscivano a non farsi identificare, mangiavano e bevevano a sbafo, una volta svelato il travestimento.
Se scoperti, dovevano svelare la propria identità. Insieme alle maschere sfilava la “Murga”, un’orchestrina originariamente formata da un gruppo di emigranti ritornati dall’Argentina che suonavano allegre canzoncine con vecchi strumenti musicali tra cui un trombone del 1815. Il “Murgo”, in frac e cilindro dirigeva l’orchestra e nel dopoguerra era identificato con il capitano Turi Zampino a cui è rimasto, per antonomasia, l’epiteto. Suonando la “Brogna”(conchiglia usata come strumento a soffio) o altri strumenti artigianali ci si univa via via che la banda attraversava il paese.
“U Murgu” divenuto la maschera tipica e identificativa del Carnevale gioiosano, sembra trovare la sua etimologia nel termine argentino, assorbito dal castigliano “Marcio” di derivazione latina “Murcidus”, cioè pigro, scanzonato. Un’altra spiegazione la si trova nel “Murga”, feccia dell’olio d’oliva di origine greca “Amorghe”, parte disprezzata e scartata che, riferita al Carnevale, assume il significato di “piccola storia”.
Nata, dunque, nell’immediato dopoguerra, alla Murga si unì, verso la metà degli anni ’50, la “Racchetta”, altro gruppo musicale ma formato prevalentemente da studenti universitari che con spirito goliardico promuovevano il loro inno musicale “Minicu”(Domenico) e “A Vecchia ‘nsipita”(a vecchia ‘nsipita/c’acchiana l’acitu/u ficatu è frariciu/e nun serbi cchiù=alla Vecchia insipida/viene l’acidità/il fegato infradicito/ non serve più), altro loro cavallo di battaglia.
Ma il tempo che leviga anche i ciottoli del mare, ha smussato anche le punte della Murgia e della Racchetta ridimensionandole alla “Racchia”, accogliendo tra le sue file chiassose e sbarazzine tutte le persone, di ogni ceto sociale, che hanno voglia di divertirsi, di lanciare coriandoli che ricadranno poi sulla spiaggia e il mare che li porterà via, li restituirà forse, poi sotto forma di minuscoli sassolini colorati.