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Com’e’ delizioso andar …sulla carrozzella

“L'odore di cavalli sudati, l'odore di cuoio della imbottitura della carrozza,…..tutto era cancellato da quel profumo islamico che evocava ird e carnali oltretomba”.
Con queste parole Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel romanzo “Il Gattopardo” descrive il profumo della zagara che pervadeva la notte mentre il Principe di Salina a bordo della sua carrozza attraversava paesaggi notturni diretto ai piaceri palermitani.

Ne “La lunga vita di Marianna Ucria”, felice romanzo di Dacia Maraini, ben nota scrittrice italiana, la piccola protagonista, sordomuta, si reca in carrozza ad assistere al terrificante spettacolo -ha solo sette anni- davanti al palazzo dell'Inquisizione, lo Steri, dell'impiccagione di un giovanetto di appena tredici anni accusato di dieci efferati omicidi, con la speranza, paterna, di una guarigione ad opera del trauma per siffatta visione, dalla menomazione.

Ed è un cocchio, una quadriga che, in cima al teatro Politeama di Palermo svetta e sembra condurre verso strade lastricate di fama e di successi gli artisti che vi si esibiscono da più di cento anni.

Gli “attacchi” - così viene definito un insieme di cavalli da tiro necessari al traino di un veicolo - hanno fatto la storia del trasporto umano e delle cose fin da tempi lontanissimi.

Nella mitologia greca il dio Elios, il Sole, guidava un carro tutto d'oro trainato da quattro cavalli dalla criniera anch'essa d'oro.
Questi veicoli, nati come strumento di guerra e di trasporto, furono considerati appannaggio dei politici e dei militari dai Romani quanto dai Greci.
La Carrozza, figlia dell'antica Carruca romana, sembra sia stata inventata dagli Ungheresi, nella cittadina di Kotal nel 1457. In Italia comparve nel 1530.

Per secoli è stata, dunque, un mezzo di trasporto vuoi per signori dalle bianche parrucche, vuoi per dame dalle intriganti velette, vuoi per uomini d'affari, per politici, per spie e perfino adibita al trasporto funebre per accompagnare nell'ultimo tragitto, alla destinazione fatale, feretri di popolani cosd come di nobili o ricchi borghesi: semplici carretti in legno povero tirati da un solo animale o ricche carrozze nere, chiuse, precedute da quattro, sei e perfino otto cavalli.

Complice di amanti in clandestinita, alcova di passioni consumate al ritmo degli zoccoli sui lastricati delle strade cittadine o sui sentieri di campagna.
La carrozza, insomma, non soltanto come strumento per spostarsi ma autentico modo d'essere, di vivere, come status symbol, come storia di un popolo nell'espressione di tutte le classi sociali.

A Villa Onorina in territorio di Cinisi, cittadina a 32 Km ad ovest di Palermo, si trova un Museo della Carrozza che raccoglie “legni” d'epoca databili dalla fine del'700 ad oggi.

La collezione Mignosi -dal nome del proprietario del Museo- consta di esemplari perfettamente restaurati e amorevolmente custoditi dal cultore che ne ha fatto una eccellenza per l'accuratezza documentata del ripristino di queste carrozze avendole riportate allo stato originario dopo averle reperite, spesso in condizioni di totale abbandono, alcune delle quali in parte bruciate.

Soltanto l'indiscussa competenza e la grande passione hanno consentito la creazione di questa collezione che, tra gli altri pezzi, annovera la carrozza appartenuta a Franca Florio, nobildonna palermitana della quale si decantava la straordinaria bellezza e che il popolo e la nobilta tutta aspettava vederla attraversare il Foro Italico, alla marina, per ammirarla a bordo della sua “Victoria”.

Il Museo ospita ”legni” a quattro e due ruote; un carro del '600; carri funebri; carretti da lavoro i cui nomi sono: Break; Briska; Calesse; Carretto; Coupè; Curricle; Domatrice; Duc de Dame; Farfalla viennese; London Bateau; Ottomolle; Victoria (ancora in uso a Palermo); vi sono esposte anche selleria antica, fruste, imboccature e documenti storici.

Alcuni esemplari, sia palermitani che francesi o inglesi, sono addirittura firmati; tutti erano proprieta della più antica nobilta siciliana che, come oggi le automobili, e ancora di più allora, erano la rappresentazione del proprio stato sociale, della propria appartenenza, del proprio censo.

Il professore Mignosi tende a sottolineare che “…le carrozze rappresentano un fatto culturale, di costume e di cultura di epoche diverse, di una storia non scritta.”

Il Museo ha come scopo il reperimento finalizzato al restauro dei legni e coltiva la volonta di istituire una scuola del restauro degli attacchi.

L'uso che oggi si fa di questo romantico mezzo di trasporto è limitato alle passeggiate di turisti curiosi che non si negano l'opportunita di una visita per le strade delle nostre citta al ritmo cadenzato e un po' dinoccolato di cavalli che non temono la frusta e che sanno perfettamente per quanto tempo e davanti a quali monumenti fermarsi, forti di una memoria ormai forse, chissa, ereditata dalla loro progenie equina.

Lo schiocco della frusta è soltanto un segnale, lo “starter” a chi compete coi ciottoli delle vie cittadine.

E pensare che ancora non molto tempo fa quello dello “gnuri”, il vetturino, il cocchiere, era un mestiere che incuteva paura proprio per via della “zotta”, la frusta.

I veicoli erano dotati di carta di circolazione e il conducente era munito di patente.

Adesso - e soltanto per chi lo esercita come sport - c'è l'iscrizione alla FISE (Federazione Italiana Sport Equestri) per potere gareggiare destreggiandosi tra percorsi da cross-country; ostacoli; dressage e galoppo.

A noi piace pere pensare ad un fanale acceso con una flebile luce che si fa strada nel buio della notte in una romantica, silenziosa passeggiata disturbata soltanto dal clop-clopare degli zoccoli di un assonnato cavallo.

Teresa Di Fresco

 

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