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I CICLOPI DALL' OCCHIO ROTONDO

"Polifemu era un omu grosso ammàtula / chi cu la testa tuccava li nuvuli,/ ed era amanti di certa curàtula,/ ch'avìa lu cori duru comu rivuli:/ Galatea, duci chiù di na nucàtula,/ chi senz'isca, carvuni, e senza prìvuli,/ c'infusi arduri accussì forti e strànii,/ chi lu furzau a sdari ntra li smanii…(Polifemo era un uomo grosso invano / che con che con la testa toccava le nuvole,/ ed era un amante di certa massara,/ che aveva il cuore duro come rovere;/ Galatea, dolce più di un pasticcino,/ che senza esca, carbone, e senza polvere,/ gli infuse ardori così forti e strani,/ che lo forzò a dare in smanie)…

È di Giovanni Meli (1740-1815, Palermo) poeta e scrittore siciliano questa poesia che narra della storia di Polifemo, Aci e Galatea. Ancora una volta è il mito, tanto caro ai siciliani, che viene incontro per spiegare fenomeni naturali e per umanizzare luoghi come in un immergersi nella natura non come spettatori ma come attori posti sul palcoscenico della vita senza distinzione tra protagonisti, comparse o sfondo.

Ed è così che nasce la storia di Galatea, amata dal gigante dal solo occhio centrale, che per vendicarsi di Aci, il pastorello delle cui melodie (suonava la zampogna accompagnando il gregge) Galatea si era invaghita, lo uccide scagliandogli contro un macigno, dopo avere intrapreso un alterco per giustificare la sua aggressione. La ninfa per intercessione degli dei riesce a trasformare il suo amato in una sorgente di acqua dolce per potersi ritrovare con lui attraverso il suo scorrere dalla sorgiva sotto una roccia lavica sino a mescolarsi nel mare Jonio con la spuma di Galatea, diventata onda marina.

A "Capo Molini" ancora oggi esiste una piccola sorgente dall'acqua ferruginosa che la gente del luogo chiama "il sangue di Aci" a causa del suo forte colore rossastro. Nella stessa località un modesto villaggio sopravvisse, fin quando nell' XI° secolo non venne distrutto da un terremoto e i suoi abitanti si diedero alla fuga fondando altri villaggi intorno al primitivo luogo di origine. I profughi però non vollero rinunciare al nome Aci e sorsero così nove nuovi villaggi, tanti quanti la leggenda narra fossero le parti in cui Polifemo aveva disgregato il pastorello, a ciascuno dei quali fu affiancato, per distinguerli, un secondo nome.

Dove caddero, dunque, le nove parti, sorsero su quella che è chiamata la riviera dei Ciclopi, Aci Bonaccorso, Aci Castello, Aci Catena, Aci Platani, Acireale, Aci S. Filippo, Aci S.Antonio, Aci S. Lucia e Aci Trezza. Anche Ulisse, l'eroe dell'Odissea di Omero, incontrò il gigante e riuscì a sopravvivergli grazie alla sua astuzia. Dopo che il Ciclope ebbe divorato prima quattro e poi altri due compagni dell'eroe fu da lui ubriacato con del vino greco che aveva con sé e appena si addormentò fu accecato con un grosso palo arroventato al fuoco della caverna in cui dormiva e in cui loro avevano trovato rifugio. Nascosti tra le zampe dei montoni che il gigante fece uscire dall'antro per il pascolo, Ulisse e i compagni sfuggirono alle ire del Ciclope che per vendicarsi scagliò contro la loro nave dei grossi massi. Oggi li si può ammirare sotto forma di faraglioni che hanno fatto della costa acese uno dei luoghi più belli di Sicilia.

Ma chi erano in realtà questi ciclopi? Gigantesche figure della mitologia greca, dotate di un solo occhio posto al centro della fronte (dal greco Kuklops = dall'occhio rotondo), distinti dagli antichi studiosi del mito in tre razze: i Giganti, figli di Urano e Gaia (cielo e terra) di prima generazione divina; i Ciclopi che costruirono i giganteschi monumenti preistorici siti in Grecia e in Sicilia perché gli unici in grado di possedere una forza sovrumana per spostare pesi e masse di enormi proporzioni e, infine, i Ciclopi compagni di Polifemo, quelli siciliani e di cui narra Omero.

È altresì possibile che costituissero una qualche associazione di fabbri ferrai che avevano sulla fronte un tatuaggio distintivo, che raffigurava dei cerchi concentrici che rappresentava il sole e la sua potenza generatrice del fuoco, indispensabile elemento per le loro fucine. L'Etna ha rappresentato certamente, nell'immaginario collettivo primitivo, la sede del loro cantiere di lavoro, con le fuoriuscite di fuoco e fumo dalle bocche del vulcano. Ma torniamo ad Acitrezza, scenario naturale per "I Malavoglia" di Giovanni Verga e "La terra trema" di Luchino Visconti. Attraverso le loro storie rivive il mito dell'ostrica, di coloro cioè che completamente dediti alla famiglia e al lavoro, trovano disgrazie quando pensano di cambiare vita, di abbandonare la propria terra, il proprio mare.

E lo sfondo di questo paese povero e nero per le rocce laviche che ne fanno insieme un luogo di magica bellezza e di tetra visione e minaccia naturale, ben si addice alle storie del "verista" Verga, catanese, che ben conosceva la realtà di quei luoghi che erano anche suoi e che, grazie anche alle sue narrazioni, oggi sono diventati patrimonio universale. Aci Castello, che non gode di alcuna specifica narrazione verghiana, deve il suo nome appunto ad una costruzione, un maniero, costruito con pietra lavica, su un faraglione sorto da un'eruzione sottomarina, raggiunta in seguito da una colata vulcanica.

Costruito nel 1076, ospita oggi in alcune sale il Museo civico, e una scogliera poggiata su un limpidissimo mare fa da contorno alla costruzione. L'eruzione con successiva colata del 1169 ha creato grotte e anfratti lungo tutto il litorale regalando suggestive teorie di intensi azzurri e frastagliati neri come scrigni di preziosa e lucente ossidiana. "Denti di cane" è il nome delle formazioni geologiche che ospitano ragni e pipistrelli, tipica fauna di questi straordinari anfratti. Nel 1750 circa, l'"Arcipelago dei Ciclopi" fa da proscenio ad una nuova tradizione: quella del "pisci a mari" (pesci a mare).

Acitrezza festeggia il 24 giugno il suo patrono, San Giovanni, con la rappresentazione pantomimica - parodistica della pesca del pesce spada, la cittadina ionica rivive una tradizione che risale al XVIII° secolo, anno in cui fu inaugurata la statua lignea del Santo patrono. Il "rais", capo della tonnara, un tempo unicamente nello stretto di Messina, dall'alto di una antenna posta sulla barca, osservava la passa del pesce spada mentre, su una barca più piccola, quattro marinai a un cenno del rais che annuncia l'avvistamento dei pesci, iniziavano a remare velocemente, accompagnando i gesti con parole incitanti ed eccitate, in dialetto per inforcare furiosamente gli animali venuti a tiro con la fiocina a cui è attaccata una lunga corda, legata alla barca.

Il pesce si inabissa ma è trattenuto dal filo finché, sfiancato, non muore e viene issato a bordo. È una lotta quella del pescatore ai danni del pesce spada che ripropone la fatica che l'uomo compie giornalmente per sopravvivere, per lottare contro le forze avverse della natura e contro le difficoltà del quotidiano vivere. Ma tutto questo è pantomima, è un gioco e alla fine è il lato comico e folcloristico che emerge nella rappresentazione.

Acireale invece, ama riversare le sue ironie, il suo folclore nel Carnevale, orgoglio e vanto già da molte generazioni di maestri artigiani che hanno reso la cittadina della provincia catanese famosa nel mondo. A Natale, invece, il presepe settecentesco viene esposto nella chiesa di Santa Maria della Neve; realizzato in un antro di origine lavica per volere del canonico Mariano Valerio che nel 1741, sorpreso insieme a quattro sacerdoti da un violento temporale, trovò rifugio in quella grotta, dominio di ladri e malviventi. Paragonandola alla grotta di Betlemme, decise di farvi allestire un presepe i cui personaggi dal corpo in legno e dalle mani e dal volto in cera, ancora oggi affascinano e suggestionano fedeli e appassionati provenienti da ogni parte.

Mentre la chiesa celebra i suoi sacri riti attraverso le sculture che rappresentano Gesù, Giuseppe, Maria, il bue, l'asinello, i Re Magi e i pastori, un sito – questa volta profano – viene celebrato non in una grotta, bensì in un teatro, dell'Opera dei Pupi, a ricordare che c'è una tradizione anche qui di questa antica e nobile arte dei "pupi" e dei "cunti".

Laica rappresentazione di un popolo aperto ai popoli, alle storie antiche della "chanson de geste" che rivive su palcoscenici quasi sempre improvvisati ma che sono stati il motivo conduttore di una vita non sempre generosa ma che grazie anche a Orlando, Rinaldo e Angelica ha potuto sognare un mondo di eroi, un mondo in cui la fantasia può essere un ottimo alleato in un mondo in cui è sempre più difficile sognare.

 

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