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35esimo parallelo nord

Nel Canale di Sicilia a segnare l’estremo sud dell’Italia è l’arcipelago delle Pelagie, dal greco isole “d’alto mare” e sono tre. Lampedusa, Linosa e Lampione. Quest’ultima è poco più grande di uno scoglio. Sono l’avamposto dell’Italia, dell’Europa, sperduto in mezzo al mare, più vicine all’Africa che al vecchio continente. In fondo, geologicamente, Lampedusa e Lampione appartengono all’Africa e sono più vicine alle coste della Tunisia che a quelle siciliane e la profondità del mare non è eccessiva, appena 120 metri. La più grande delle tre, Lampedusa è situata alla latitudine di 35°30’N; più a Sud, dunque, di Tunisi e Algeri.

Riunisce in sé l’arcipelago, facendone un unico comune e il punto più elevato – 133 metri – ha un nome bellissimo: Albero Sole. E il sole le regala i suoi raggi quasi tutto l’anno e la temperatura non scende mai al di sotto di +8°C. In alcuni tratti sembra di attraversare un deserto: unica vegetazione la macchia mediterranea per poi, improvvisamente, offrire il miraggio di un’oasi verde con palme d’alto fusto che sembrano solleticare il cielo, alberi dai frutti dal sapore intenso come soltanto un clima così mediterraneo (di giorno caldo afoso, di notte umido) può offrire.

Talvolta il paesaggio si trasforma in alte scogliere a terrazze o in spiagge declinanti in morbidi e sabbiosi lidi che riserbano magari anche l’incanto di qualche grotta o di scogli e rocce che inventano immaginifiche statue, sicché tu ora vedi una Madonna con Bambino, ora animali preistorici o ancora teschi umani o un Nettuno (baffuto come in certe rappresentazioni iconografiche) che osserva il mare per scrutare nei suoi abissi a controllare pesci e improbabili mostri d’acqua salata. Insenature e cale disegnano il profilo sul mare e prendono il nome di spiaggia della Guitgia, di rena fine, molto amata dai turisti; più in là ecco Cala Croce e Cala Madonna, Cala Greca e Cala Galera. Poi la costa si fa più alta e domina la baia della Tabaccara.

Ecco allora che si staglia all’orizzonte l’isola dei Conigli distante poche decine di metri dalla spiaggia di fronte che ha lo stesso nome. Domenico Modugno, per anni ne fece luogo di vacanze, di riposo e vi morì pure. Vi trovano la vita, invece, ogni anno le tartarughe caretta caretta che vi depongono le uova e c’è una notte magica in cui si schiudono i bianchi gusci e migliaia di tartarughine vanno incontro alla vita o alla morte, a seconda della risacca e della loro forza che le aiuta a prendere l’onda giusta per raggiungere il mare aperto per ritornare poi, adulte, l’anno seguente a depositare, “pregne”, il loro preziosissimo carico di vite.

Continuando il perimetro dell’isola si incontrano ancora altre calette e poi punte e ancora scogli e poi ancora punte e cale che a tratti disegnano un profilo selvaggio e aspro. Nella baia del Mare Morto sostano imbarcazioni dei sub che lì trovano il loro paradiso per la grande varietà di fauna ittica. Poi s’intravede Cala Francese e dalla sua spiaggia puoi sentire il rombo dei motori degli aerei che partono e arrivano al vicino aeroporto. Non lontano da lì, Punta Sottile che si tuffa nel blu del Mediterraneo, puntino infinitesimale, parte ultima di un’Italia e di un’Europa che più a sud non potrebbe andare.

Dal mare si raggiungono diverse grotte e l’acqua è così limpida, dai toni che vanno dal blu intenso al verde smeraldo, che ad occhio nudo si possono contare i ricci di mare tanto buoni da gustare quanto pericolosi e “pungenti” per gli aculei di cui dispongono, simili a quelli dei ricci delle castagne di terra. Abitata nel tempo da Romani che vi impiantarono uno stabilimento per la lavorazione del pesce e per la produzione del garum, salsa di pesce molto apprezzata nell’età imperiale (in minima parte viene ancora prodotta ad Aspra in provincia di Palermo), fu comodo approdo per gli Arabi durante i loro attacchi pirateschi che continuarono anche dopo che furono cacciati dalla Sicilia. Nel 1630 il re dei Spagna insignì del titolo di Principi di Lampedusa e di Linosa, Giulio Tomasi, antenato di Giuseppe Tomasi, autore de Il Gattopardo.

Nel 1760 vi abitarono i Francesi e nel 1776 un nucleo familiare di Maltesi. Fu poi la volta degli Inglesi e non mancarono neanche i Russi con il principe Grigori Alexandrovich Potemkin che volevano acquistarla. Un secolo dopo i Tomasi chiesero ai Borbone un finanziamento per operare le strutture necessarie al ripopolamento dell’isola per cederla poi nell’’800, insieme a Linosa e Lampione, a Ferdinando II di Borbone. Questi vi trasferì 150 panteschi che impiantarono anche lì le loro caratteristiche costruzioni: i dammusi.

Quando nel 1860 divennero sudditi del Regno d’Italia, caddero nel più profondo disinteresse, salvo che nel 1872 vi fu impiantata una colonia penale, soppressa nel secolo successivo. Durante la seconda guerra mondiale, data la sua importante posizione strategica, fu fortificata e dotata di batterie navali e antiaeree. Nel 1943 gli alleati attaccarono e occuparono l’isola in vista dello sbarco in Sicilia. Sino al 1994 vi si trovava una installazione militare, gestita dal personale della United States Coast Guard, sede di un trasmettitore del sistema di radionavigazione Loran, integrata in una rete che trovava postazioni simili a Estartit in Spagna, a Kargaburan in Turchia e a Sella Marina in Calabria. Un’antenna alta 190,5 metri segnava la presenza della stazione trasmittente.

Oggi è stata restituita alle forze armate italiane. Ma Lampedusa non è soltanto quello che abbiamo raccontato sinora, luogo incantevole per il turista che qui trova un clima caldo di giorno e fresco di sera ; un mare pulito e ricco di meravigliosa fauna come pochi se ne trovano in Italia che pure ha migliaia di chilometri di coste e decine di piccole isole; una atmosfera vacanziera resa ancora più godibile da una estrema cordialità degli abitanti e una cucina varia e gustosa a base principalmente di pesce locale e ortaggi e frutta che gli isolani coltivano.

Lampedusa è un porto, nel significato originario di riparo, di accoglienza per migliaia di migranti, profughi in cerca di un domani e di un presente migliore di quello che si lasciano alle spalle, di quello che rivivono istante dopo istante, onda sopra onda, quando attraversano su barche fatiscenti o su gommoni semi-sgonfi per affondare tra i suoi flutti i dolori e le sofferenze che sino ad allora hanno patito. Ma quanti morti si sono perduti nel tragitto, dieci, cento, mille e chissà quanti davvero. Li raccolgono tremanti per il freddo, per la paura – alcuni si imbarcano con mare forza 3,4,5.

Fortunato chi arriva senza avere visto il compagno di viaggio morire di stenti o caduto dal barcone(a volte vere e proprie carrette del mare – così le chiamano qui) per un’onda troppo violenta che ha strappato alla speranza una vita, a volte –è successo- anche di un bimbo, di un neonato o di una donna incinta. Arrivano con gli occhi fissi nel vuoto, tremanti e stremati ma hanno la forza di sorridere, di atteggiare una mano alle telecamere che sempre li inquadrano – per dovere di cronaca –al segno di vittoria.

Ce l’hanno fatta, loro! Sono vivi, sono in Italia, hanno lasciato la miseria, la paura, la mancanza di speranza. Ma cosa trovano a Lampedusa? Tanti altri migranti, rifugiati politici e quant’altro. E l’isola non ce la fa, non può più contenerli tutti. Il centro di accoglienza potrebbe ospitarne 800, ma mentre scriviamo ce ne sono già 2800. Immaginiamo le condizioni in cui vivono. E altri stanno già arrivando. L’isola è lontana dalla terraferma e i lampedusani più che isolani si sentono isolati. Sì, perché il carico, la responsabilità se la vedono ogni giorno, ogni notte piombare addosso. E hanno paura. Non degli immigrati – gli isolani siamo tutti abituati ad accogliere nei secoli gli stranieri, e la Sicilia tutta in particolare – no, di loro no.

Hanno paura che non verranno i turisti – l’estate e già quasi alle porte – e allora la loro economia crollerà. Nelle piccole isole si vive di turismo, non di pesca, non di agricoltura, non di artigianato, non di industrie, non di impieghi nei pubblici uffici. Unica risorsa è il turismo. E allora, che fare? Si aspetta che li trasferiscano in altri centri di accoglienza, magari più grandi dove possano ritrovare in attesa di un futuro migliore (come?dove?quando?) un’altra latitudine 35°30’N, magari sognando – e perché no? – un’altra patria, alla stessa latitudine come è, per esempio ma parecchio più in là, a occidente, Los Angeles: l’America che certamente non hanno trovato in Europa, in Italia, in Sicilia, a Lampedusa, ultimo lembo di terra sperduto nel mare di una Italia che ha appena festeggiato i suoi 150 anni di unità!

 

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