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Trentacinque, ma non li dimostra. L’itinerario che ha condotto Lido Cantarutto a ideare e fondare l’Italian Film Festival di San Rafael

È con estremo interesse che L’Italo-Americano è riuscito ad intervistare Lido Cantarutti, fondatore e organizzatore di tutte le straordinarie edizioni dell’ Italian Film Festival di San Rafael (1-12 novembre 2011). Un Festival, oggi giunto alla sua trentacinquesima edizione che da sempre ha avuto il mirato obiettivo di dar luce a quei film italiani, che altrimenti faticherebbero ad uscir fuori dai confini nazionali.

Un intellettuale, Lido Cantarutti, che attraverso un’intervista sincera, ha saputo raccontarci con l’umiltà e la passione di un cineasta, qual è stato l’itinerario che lo ha condotto a ideare e fondare un tale Festival a San Rafael, non nascondendo le difficoltà ma anche le tante soddisfazioni. Ora non vogliamo anticiparvi nient’altro: godetevi l’intervista.

Qual è stata l’origine della sua passione per il cinema e in particolare per il cinema italiano?

A me e mia moglie è sempre piaciuto il cinema in generale. Tanto come forma d’arte, quanto come divertimento. Ci andavamo (e ci andiamo ancora) spesso, ma ad un certo punto, facendo il paragone tra il cinema di Hollywood e una nostra nuova scoperta del cinema italiano (film come “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi), abbiamo visto che il cinema italiano ci offriva molto di più come significato, stile artistico e le storie che ci raccontava. Quindi, abbiamo cominciato a cercare tutte le opportunità possibili nelle sale pubbliche per vedere le opere dei registi ed attori italiani. Purtroppo le possibilità erano molto poche e ora la situazione è peggiorata.

Com’è nata l’idea che poi l’ha condotta ad organizzare un evento come quello dell’ Italian Film Festival di San Rafel?

Per approfondire la mia comprensione del cinema italiano, ho iniziato a studiare le origini del cinema italiano e della sua evoluzione tramite varie fasi e generi, incluso chiaramente il grande periodo del neo-realismo. Sempre di più mi è piaciuto e interessato tutto ciò che imparavo. La creatività, la credibilità e l’originalità costante. Ho quindi pensato che, visto che opere come queste non erano disponibili nelle sale pubbliche, avrei potuto offrire qualcosa di valore, presentando film come questi come una scelta alternativa alla gente della zona. Prima in piccolo, nella sale del College con solo circa 50 persone presenti, ma poi, con gli anni, sempre più in grande, come adesso che abbiamo più di 600 persone, “biglietti esauriti” ogni sera!

Ormai sono molti anni che lei dirige questo Festival, giunto alla sua trentacinquesima edizione, quali sono state le prime difficoltà incontrate nel momento della sua ideazione e quali le prime soddisfazioni?

Direi che le prime difficoltà furono di stabilire metodi per informarmi sui nuovi film, sui nuovi registi e sulla critica attuale. Mi sono reso conto che c’era tanto, tanto da sapere e da considerare. Come mantenermi informato e al corrente? Avevo bisogno di conoscenze e di contatti in Italia e dovevo dimostrarmi una persona seria e degna di fiducia, intenzionata a presentare il cinema in maniera rispettosa e con qualità.

All’inizio è stato difficile, ma adesso, dopo trenta-cinque anni, i miei rapporti in Italia sono onestamente un vero tesoro, non li considero solo come collaboratori, ma anche veri amici! Le prime soddisfazioni sono state quando ho cominciato a vedere che questo mio “piccolo giardino” del cinema italiano, che stavo provando a crescere, stava non solo crescendo, ma maturando. Sale piene, commenti positivi dal pubblico, e il segnale che, un po’ alla volta, la gente cominciava a conoscere questo grande cinema d’Italia.

C’è un’edizione che ricorda con particolare piacere?

Sì, ricordo la serata dell’ottobre del 1998 quando abbiamo presentato un nuovo film di Luca Barbareschi (di nome “Ardena”) perché quella sera abbiamo potuto presentare non solo il film (una commedia leggera), ma anche avere la presenza del regista/attore principale e del musicista che aveva scritto la musica del film. È stato tutto l’insieme che mi è piaciuto e che, evidentemente, è piaciuto al pubblico.

Qual è il criterio con cui seleziona i film italiani da presentare agli americani e italo - americani che partecipano al Festival?

Esiste una connessione tra i film che sceglie in ogni edizione? Prima di tutto deve essere un film di buona qualità, poi deve essere qualcosa che io credo che il pubblico possa capire e trovare divertente. In fin dei conti, si tratta sempre di una forma di divertimento. Ho notato in questi ultimi anni che tendo a scegliere commedie, perché sembra che siano particolarmente popolari. Anche i bei film romantici vanno bene. Quest’anno, per esempio, abbiamo quattro commedie, e due film romantici.

Attraverso il suo Festival, lei aiuta notevolmente il cinema italiano ad essere conosciuto al di fuori dei suoi confini, ha riscontrato un minore interesse da parte del pubblico americano di recente?

Non c’è dubbio che il pubblico americano abbia cominciato a conoscere e ad apprezzare il cinema italiano. Ormai conoscono alcuni registi e specialmente gli attori. Toni Servillo, Claudio Bisio, Silvio Orlando, Diego Abatantuono, Margherita Buy, Pupi Avati, Ettore Scola, Gabriele Salvatores — sono tutti nomi che possono almeno riconoscere. Molte sono le occasioni in cui la gente mi chiede: ma si potranno vedere questi film nelle nostre sale pubbliche? Richiesta alla quale, purtroppo, devo sempre rispondere: “Sfortunatamente, probabilmente no!”

Secondo lei perché il cinema italiano, nonostante un passato glorioso, fatica oggi ad avere un successo internazionale? Ritiene che sia un fatto legato a cattive politiche culturali italiane o alla minore capacità creativa dei registi italiani contemporanei?

Non credo che sia a causa della carenza di capacità creativa dei registi. No, perché quando io faccio le mie ricerche per i film, oggi vedo ancora molta creatività nelle nuove produzioni. Secondo me, è piuttosto una questione di promozione. In altre parole, di condurre una robusta e ben mirata promozione del cinema italiano con i distributori. Tramite i risultati dei festival, si può facilmente dimostrare che i film italiani attirano la gente. Bisogna farli ascoltare, questi distributori.

The last but not the least, una delle domande più complicate per un appassionato di cinema come lei: Qual è il suo regista preferito del passato e quale del presente?

Ha ragione, questa è veramente una domanda difficile. Come si fa scegliere fra tutti i registi le cui opere ho conosciuto tramite lo schermo attraverso gli anni? È un dilemma. Ma dopo averci pensato un po’, credo di poterle rispondere così:

- per quelli del passato, direi: Vittorio De Sica (chi può mai dimenticare “Ladri di biciclette”?);

- fra quelle del presente, ce ne sono vari, fra cui: Giorgio Diritti, Giulio Manfredonia, Ettore Scola, Pupi Avati, Andrea Molaioli, Gabriele Salvatores, e Carlo Verdone (per la commedia).

Valentina Calabrese
collaboratrice

 

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