Walter, addio al Campidoglio
La squadra degli assessori comunali, quelli che lo hanno accompagnato nei suoi sette anni da primo cittadino di Roma, lo hanno omaggiato con un piatto d’argento, puntualmente autografato. Lui. Walter Veltroni, nel suo ultimo giorno da sindaco di Roma prima di intraprendere la (comunque) avvincente (indipendentemente dall’esito finale) avventura per la presidenza del Consiglio, ha replicato regalando a tutti gli assessori comunali cravatte, libri e dvd. Un commiato semplice ma che ha ceduto ai palpiti del cuore.
Discorsi abbozzati, nell’Aula Giulio Cesare, in Campidoglio, per nulla preparati a tavolino. Veltroni ha ringraziato tutti, consegnando “una città più sicura”. Anche il sindaco di Torino Chiamparino, di passaggio a Roma, ha voluto essere presente al suo addio. Pure la moglie Flavia era seduta davanti a lui, confusa tra gli assessori comunali e gran parte dei dipendenti del Colle più alto di Roma. Ha scherzato, il candidato a Palazzo Chigi del Partito Democratico, esibendo il libro dei tanti cantieri ancora in attività.
Progetti importanti per lo sviluppo della città, come l’allungamento della rete sotterranea della metropolitana, che, entro il 2015 (negli auspici), collegherà la periferia di Roma al Centro. Cravatta blu su abito scuro, Veltroni ha impugnato il microfono, parlando senza un copione. Ha ricordato i giorni più difficili vissuti in trincea, da sindaco di una città affascinante ma zeppa di problemi: dall’esplosione del palazzo di via Ventotene ai giorni dell’odio, susseguenti alla barbara uccisione – ad opera di un rom – della signora Reggiani, strappata a forza da un treno, seviziata e poi uccisa sull’argine del Tevere.
In quei giorni – dominati dalla rabbia e dalla voglia di giustizia sommaria – Veltroni svolse una esemplare funzione di calmiere, difendendo gli immigrati onesti, che faticano e hanno un lavoro senza macchia, rigettando frange xenofobe per cui – quasi a priori – gli extracomunitari dovrebbero essere espulsi dai confini. Si sono commossi un po’ tutti, seduti nell’Aula Giulio Cesare, ascoltando il commiato di Veltroni.
Dai dipendenti comunali che lui salutava ogni mattina, alle nove, proveniendo dalla casa adiacente Piazza Fiume, al vice-sindaco Garavaglia, sua fidatissima “alter-ego”. Ha ricordato, Walter, i lavori e il completamento dell’Auditorium della Musica, la riqualificazione delle periferie. La nascita di librerie e punti di raccordo nei quartieri più lontani dal Centro. La creazione di isole pedonali. I progetti per la nuova metro: un modo per semplificare (se possibile) la vita delle migliaia di pendolari.
Non è una città facile, Roma, tagliata dal Tevere, impossibilitata a volgersi verso tante novità. Prima che salpasse il suo tour elettorale, dentro al pullman con le insegne del Partito Democratico, su e giù per lo Stivale, contrapponendosi a Berlusconi e Fini per la guida del Paese, Veltroni ha saldato un debito del cuore. Salutando, da ex-sindaco, la città in cui è nato e che ama profondamente.